Il ritorno di Silvio: vuol fare danni come ministro del governo Alfano

di SALVATORE ANTONACI

Sta ritornando, Silvio ha detto che tornerà. Esiste forse ancora qualcuno che, sentendo oramai trascorsi i fasti di un tempo, preferisce affrontare con dignità i momenti del proprio crepuscolo esistenziale, per quanto terribili o tumultuosi questi possano essere. Certo, in passato era una consuetudine assai più diffusa: rammentiamo, giusto a mo’ di esempio, la serena compostezza con la quale gli aristocratici francesi fronteggiavano il patibolo rivoluzionario. Personaggi fuori dalla storia, nessun dubbio, ma che sapevano stare al gioco della recita di società sino alla fine, nonostante le leggi ferree della storia, avrebbe chiosato qualcuno, li avessero condannati alla difesa dell’indifendibile mondo di ieri.

Oggi, in questo caleidoscopio rutilante di passioni ed emozioni più declamate che vissute, molto più facile trovare guitti e pessimi attori convinti dell’immortalità artistica, professionale o politica acquisite. Prendete la figura tolemaica della cosmologia partitica nazionale, ovvero quel Silvio Berlusconi giubilato lo scorso novembre da quella masnada di poteri forti interni ed internazionali che egli stesso si era ben guardato dal contraddire nei suoi anni al timone del bel paese. Ricordate, infatti, qualche malumore nei confronti dei vari FMI, UE, Confindustria, sindacato che si concludesse con una ferma difesa di posizioni di principio? L’unica stella polare dell’inaffondabile Silvio si poteva riassumere benissimo nella nota massima latina “quieta non movere”: guai a toccare quella stratificazione di privilegi castali, corporativi e di classe  che hanno reso l’Italia un paradigma del fallimento statale e la quintessenza del prossenetismo economico e sociale con tanto di ricatto e chiamata in correo del non incolpevole cittadino da parte del potere tentacolare ed onnipresente.

Sono trascorse, in questo modo, due decadi caratterizzate da un profluvio di retorica prosaica quanto efficace, tanto più efficace quanto più era inconsistente e mistificatoria come il mero marketing politicante in questa sciagurata età postmoderna. Come la caricatura di  Re Mida il Nostro si è applicato con solerzia (e cognizione di causa, nessun dubbio) a trasformare in guano le nobili formule  del liberalismo, dell’individualismo, di quanto insomma di meglio l’umanità sia riuscita a produrre nel dominio delle idee. Idee che, naturalmente, corrispondevano ad una precisa visione del mondo nel quale lo strapotere della macchina statale, la vessazione quotidiana dal sapore poliziesco consumata dalle pubbliche amministrazioni fossero neutralizzate dalla centralità ritrovata dell’uomo comune, produttore, contribuente e proprietario. Invece, dal salvataggio dell’Alitalia con pubblici denari alla introduzione surrettizia di quel’abominio di nome IMU, alla controriforma degli ordini professionali non un provvedimento che andasse nella direzione da molti (o da troppo pochi chissà…) auspicata. E sì, perché il sospetto fondato è che alla fine, come la maschera dell’ italiano medio impersonata da Alberto Sordi, il Cavaliere si sia limitato a fare da semplice rabdomante delle pulsioni diffuse.

Da qui l’enorme successo che ha messo in scacco il ceto di politici professionisti, istrioni consumati, con l’eterno canovaccio della commedia dell’arte. Il talento di prendere  per vere le balle da sé medesimi raccontate ha raggiunto vertici davvero inarrivabili se solamente ricordiamo l’adesione acritica al mantra europeista condita di pacche sulla schiena e sapide battute. Ma, come per beffardo ed inevitabile contrappasso, il marasma nel quale l’intero continente appare precipitato riesce a deformare grottescamente, come uno di quelli specchi da circo, tutte le smargiassate del vecchio figurante.

Di ieri l’uscita dal bunker dell’assurdo con l’auto candidatura a Ministro dell’Economia in un futuribile gabinetto Alfano. Questo nel mentre è alquanto dubbio che da qui a dieci mesi possa esistere ancora un paese da governare e tantomeno un ministero preposto. Per intanto, pensa lo stesso cervellone, meglio affidarsi al risultato dell’ordalia calcistica che si consumerà di qui a poco con l’odiosamata Germania. Unico e stentoreo grido dal Brennero a Capo Passero un evocativo “Forza Italia”. In attesa del default. Questione di come affrontare la fine, perlappunto.

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