Berlusconi, Bossi e Tremonti: la troika della disfatta del centrodestra

di GIORGIO STRACQUADANIO

Un tovagliolo di carta con disegnati due assi cartesiani; su un asse la categoria «vecchio-nuovo» e sull’altro la categoria «sporco-pulito». I punti «nuovo» e «pulito» uniti da una linea che determina un’area, entro la quale è scritto 50%. Il tutto sormontato da un titolo: «Prossima campagna elettorale» e in fondo una firma: Silvio Berlusconi.

È lo schema di gioco che avrebbe in mente il Cavaliere per la prossima campagna elettorale e che è stato steso durante una cena al ristorante «Enoteca da Giovanni» a Montecatini, dove Berlusconi è stato la scorsa settimana per sottoporsi a una visita ortopedica.

Beppe Grillo è diventato l’ossessione di Berlusconi e il crescente successo del Movimento 5 stelle lo porta a dire in alcuni colloqui privati che “Grillo dice quello che dovremmo dire noi” e anche “occorre una lista di gente tutta nuova e giovane che non ha mai fatto politica”. Il che, per l’uomo che ha battuto anche il primato di Alcide De Gasperi nella classifica della durata a Palazzo Chigi, appare come un assoluto paradosso.

Eppure Berlusconi – che per coloro che sono nati nel 1994 e voteranno la prima volta quest’anno è il più “vecchio” politico in servizio, è a suo modo convinto di essere stato sempre all’opposizione del potere reale. Una convinzione non del tutto infondata; dato che l’alleanza Berlusconi-Bossi è stata a lungo al governo, ma non ha conquistato il potere, rimasto nelle mani della burocrazia statale e delle élite che da sempre reggono il meccanismo relazione della gestione del potere reale. Ed è anche per questo che Berlusconi è incline a interpretare la sua caduta dal governo come il frutto di una manovra, se non di una congiura di palazzo, che ha usato lo spread come leva per dividere la sua coalizione e, innanzitutto, lui dal suo più potente ministro, Giulio Tremonti, il quale da tempo stava lavorando per scalzarlo di sella e prenderne il posto e dunque era proclive alla manovra di palazzo.

Se non fosse accaduto, invece, che Giulio Tremonti – il meglio annidato nella trama stessa del potere italiano sin dai tempi in cui era collaboratore del ministro socialista Franco Reviglio – sia finito sotto le macerie del governo Berlusconi, sparendo letteralmente di scena, anche per l’eclissi di Umberto Bossi con il quale Tremonti ha coltivato un rapporto più stretto e più schietto di quello intrecciato con il Cav.

Il centrodestra che è nato nel 1994 e ha attraversato la Seconda Repubblica è, nella sua sintesi estrema, la troika Berlusconi, Bossi, Tremonti. Tre persone così diverse per storia, temperamento e condizione, tre persone che sono state unite nei loro scontri e nei loro incontri dalla comune malvissuta convinzione che gli altri due fossero necessari al destino di ciascuno di loro. Si dice che nessuno è insostituibile, ma nella vita politica di Berlusconi, Bossi e Tremonti ciascuno ha vissuto gli altri due come insostituibili. Berlusconi non poteva raggiungere il primato del consenso senza Bossi, il quale non poteva giungere al governo senza il primo. Ed entrambi non sarebbero stati in grado di amministrare lo Stato senza Tremonti, che a sua volta dai due dipendeva e al tempo stesso voleva emanciparsi.

Per questo non è parsa del tutto priva di senso l’idea, frullata nella testa di Silvio Berlusconi, di una lista elettorale che li mettesse insieme, una lista che anche nella sua estrema semplificazione, metteva insieme i tre grandi protagonisti del centrodestra. E forse anche questa ipotesi è stata passata al setaccio dei sondaggi, che l’hanno fatta cadere alla stessa velocità con cui si era affacciata. Perché probabilmente hanno detto ai tre vecchi leoni quello che loro non vorrebbero sentirsi dire mai. Di essere loro, cioè, non altri, i responsabili primi della disfatta storica del centrodestra, delle mancate rivoluzioni liberali e federaliste, fondate su un nuovo patto fiscale. Cose  grandi, utopie possibili, a lungo promesse e mai realizzate. E quella lista avrebbe plasticamente unito nell’immagine della disfatta dei tre protagonisti di un ventennio a cui non resta che uno sbiadito libro dei ricordi del bel tempo che fu.

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