BERGAMO: FEDERALISTA, VENETISTA E CONTRO IL GOVERNO

di ETTORE BEGGIATO

“Il governo centrale di Roma, questo governo di filibustieri, di ladri e camorristi organizzati, non si accorgerà di noi se non ci decideremo a far da noi” e ancora “Ora basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti, tratteniamo l’ammontare delle imposte dirette nel Veneto”. Non è il sacrosanto sfogo di qualche indipendentista veneto del terzo millennio, ma sono le parole d’ordine, le denuncie di un autorevolissimo politico veneto, Guido Bergamo, leader del partito repubblicano trevigiano, più volte parlamentare, tra i promotori de “La Riscossa” il battagliero foglio dei repubblicani della Marca, morto nel 1953; speriamo che l’anno prossimo, in occasione del sessantesimo anniversario della morte, ci siano adeguate iniziative per una rilettura della sua opera anche in chiave “federalista e venetista” visto che finora è stata valorizzata soprattutto la dimensione mazziniana, laico-socialista e antifascista.

Siamo subito dopo la fine della prima guerra mondiale e Guido Bergamo, come scrive Livio Vanzetto, diventa popolarissimo nel Montebellunese perché sentito e vissuto dalla gente come “uno dei nostri”: è di estrazione popolare, è interno alla società e assume atteggiamenti sempre congruenti con la cultura locale.

Il malcontento nel Veneto è altissimo e Roma risponde escludendo i veneti dal primo ministero Orlando (anche allora i veneti erano buoni solo per portare i voti e per produrre reddito, proprio come adesso) e ……creando un ministero, il Ministero delle Terre Liberate! Per la verità a capo del neonato ministero venne posto il deputato veneziano Antonio Fradeletto, anche per cercare di sanare una situazione politica sempre più grave.

“I deputati veneti, infatti, venivano accusati di negligenza rispetto ai problemi della regione e di sentirsi “troppo Romani” quando si trovavano nella capitale, e dunque invitati a sottrarsi al “demone seduttore di Roma” ponendo in primo piano il “problema veneto”, la cui soluzione non poteva più essere procrastinata” (Daniele Ceschin su “Venetismi”) Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei Ministri, profondo conoscitore della nostra gente, scrive al suo successore Vittorio Emanuele Orlando il 7 febbraio 1919 del timore che in Italia potesse sorgere “un’Irlanda Veneta, mutando i paesi più patriottici e più sobri nel chiedere, in ribelli della disperazione” e il prefetto di Treviso segnala al Ministero la possibilità che nel Trevigiano si crei un movimento separatista tendente a staccare il Veneto dall’Italia.

Ed è ancora Guido Bergamo a denunciare la presenza massiccia di burocrazia non veneta (“A Treviso si è costituito un ministero con funzionari che non hanno la fiamma di veneti e che non capiscono né i bisogni né il linguaggio delle nostre popolazioni”) reclamando una vera autonomia regionale, un’autentica riforma federale “da Roma non avremo salute, finché da Roma non parta una parola di vera libertà per tutte le regioni d’Italia, finché insomma a Roma non si sancisca il fato della Repubblica Federale Socialista Italiana!” “L’unità d’Italia è un non senso” scrive “La Riscossa” il 15 maggio 1920 che il 15 ottobre 1921 si chiede se il Governo voleva che “il sentimento autonomista dei Veneti si trasformasse in aperta ribellione ed assumesse carattere nettamente separatista” Il fascismo calpestò l’idealità e l’ardore di Guido Bergamo; ricordiamolo a sessantanni dalla morte, così attuale, profetico direi: “Roma non si accorgerà di noi se non ci decideremo a far da noi”.

 

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