BELGIO: PER I SONDAGGI I SEPARATISTI SON MAGGIORANZA

di SALVATORE ANTONACI

Di Rupo non si accorge di quel che gli sta montando in casa in casa ed esterna sui fatti dei suoi vicini. In un’intervista concessa al quotidiano spagnolo “El Pais” il Primo Ministro belga, Elio Di Rupo, ha tessuto le lodi del nuovo arrivato all’Eliseo, il suo compare di fede socialista François Hollande. Lo ha fatto in maniera quasi misticheggiante come si trovasse innanzi ad una provvidenziale e salvifica epifanìa celeste venuta in terra “a miracol mostrare” e , soprattutto, a risolvere la crisi mortale del vecchio continente. Come noto, il criminale pressapochismo con il quale è stato condotto il gigantesco esperimento di unificazione monetaria europea, prossimo ormai al capolinea, affonda parte delle proprie origini proprio sulle politiche di spesa pubblica ed indebitamento patrocinate dai nostri due eroi assieme ad una pletora di omologhi funzionari di partito e starlettes politiche a caccia di facili consensi.

L’altra faccia della medaglia, in realtà complementare, è rappresentata dai rigoristi ovvero da quella manica di cialtroni, per semplifare rozzamente ma non senza una certa efficacia, ciechi di fronte alla palese violazione dei parametri di convergenza da parte di più di un paese candidato al tanto favoleggiato eden monetario del terzo millennio. Storia di questi giorni, del resto, come dimostrano le rivelazioni di due autorevoli quotidiani mondiali sulla vera e propria truffa contabile escogitata dai capitani reggenti italiani per non perdere l’Euro-tram ed avallata dai maggiorenti UE dell’epoca (leggi Chirac, Schoeder, Santerre e compagnia cantante).

Abbagliato da cotanto sole, quindi, come si confà al provinciale estimatore della grandeur francese, il buon Di Rupo intravede una possibile scappatoia per evitare o quanto meno procrastinare la fine dell’espressione geografica che è stato chiamato a governare solamente pochi mesi orsono. Crescita e debito, dicevo. Come quello belga, perlappunto, uno dei più onerosi dell’Unione, ulteriormente oberato dai costi insostenibili dell’irriformata architettura federale e del tracollo dell’ex-gioiello di famiglia Dexia, fino a ieri uno dei massimi campioni bancario-assicurativi del Monopoli finanziario europeo.

Ma, a tarpare le ali ai sogni di gloria di questo e di tanti altri apprendisti stregoni della politica politicante c’è il fallout tossico che la grande catastrofe economica riversa su tutti i protagonisti della vita associata, elettori e contribuenti in primis, per quanto depotenziati nelle proprie prerogative sovrane dallo strapotere delle élites partitiche e delle oligarchie corporativo-affaristiche. E così, al netto del tentativo di riposizionamento di Di Rupo, per certi versi simile a quei gesti disperati dei tardi imperatori romani che con un’iniezione di prodigalità speravano di respingere le orde barbare incombenti ai confini dell’Imperium, la cronaca quotidiana si incarica di frustrare miseramente questi estremi espedienti. E, per il piccolo Belgio, questa cronaca si nutre della fredda evidenza dei numeri, non però limitati all’analisi delle variabili macro-economiche.

Considerando il dominio della scienza elettorale, infatti, le tendenze attuali confermano una verità già da molti intuita: esistono due realtà che non possono più coesistere in un medesimo corpo pena pericolosi processi di dissociazione e schizofrenia amministrativa. La crisi dei partiti unitari nelle Fiandre sta raggiungendo davvero il punto di non ritorno e, se si votasse domani per il rinnovo del parlamento centrale avremmo, per la prima volta, una maggioranza (seppur lieve) di elettori favorevoli o quantomeno non contrari ad una separazione consensuale da Bruxelles e dal resto del paese. N-VA, il partito moderato di Bart De Wever ed il populista Vlaams Belang raggiungerebbero il 51 e spiccioli dei consensi. Certo un’alleanza fra le due formazioni appare oggi a dir poco problematica, viste le divergenze su alcune issues molto sensibili come l’immigrazione e lo stesso rapporto con la pericolante Unione Europea, ma alle volte è la stessa dinamica proveniente dal basso che si impone sul tatticismo e le rigidità ideologiche degli apparati superando di slancio le secche del “divide et impera” governativo.

Con buona pace del mite ed illuminato Di Rupo.

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3 Comments

  1. Mi risulta che siano decenni,molti decenni, che queste diverse popolazioni tentino di trovare un accordo sull’indipendenza reciproca.
    Se non ci riescono questi,che sono molto più pragmatici dei popoli che vivono in italia, mi chiedo che speranze possano esserci per la nostra penisola di avere un federalismo alla Miglio.
    Per me, nessuna.
    Non almeno prima di altri 100 anni di guai.

  2. Allora:diciamo che, almeno stando al sentiment che emerge dalle due comunità, le Fiandre preferirebbero fare stato a sé confidando di poter riprendere il ruolo economico di prima grandezza che ebbe in passato. In Vallonia, per contro, il numero di coloro che vedrebbero di buon occhio un “rattachement” con il grande vicino di lingua e cultura comune è abbastanza significativo anche se non maggioritario

  3. Sarebbe un bell’esempio di civiltà se nel Belgio le due etnie si dividessero come hanno fatto cechi e slovacchi a suo tempo.
    Non so se per formare stati indipendenti o per entrare a far parte di Olanda e Francia, questo lo decideranno i cittadini, ma in ogni caso prendere atto che insieme non si può stare e lasciarsi amichevolmente è importantissimo.
    Poi speriamo che tocchi all’Italia.

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