Befera la fa fuori dal vaso, ora ha la “sindrome del vigile urbano”

di MATTEO CORSINI

“Tutti debbono contribuire alla spesa pubblica perché il fisco è un momento di redistribuzione ed equità”. Ancora una volta Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate, si è fatto prendere da quella che io definisco la sindrome del vigile urbano. Si tratta di un atteggiamento che ho riscontrato più volte nei vigili, i quali non si limitano a sanzionare le infrazioni al codice della strada (spesso quelle definite tali solo per rimpolpare le casse dello Stato e dei comuni, ma che non comportano alcuna reale pericolosità per l’incolumità di alcuno), ma si sentono in dovere di assumere anche un atteggiamento paternalistico e moralista nei confronti del sanzionato. Una cosa che difficilmente mi è capitata quando ho avuto a che fare, per esempio, con i carabinieri. E se uno arriva a rivalutare (seppur in senso relativo) i carabinieri…

Ecco: che Befera si senta di andare oltre il già discutibile articolo 53 della costituzione – quello che sancisce il dovere di concorrere alla spesa pubblica in ragione della capacità contributiva e che stabilisce che il sistema tributario è informato a criteri di progressività – mi sembra andare un po’ oltre il ruolo di capo degli esattori per il quale viene profumatamente retribuito.

Già uno è costretto – suo malgrado – a contribuire al pagamento di quella retribuzione; se poi deve anche sentirsi la predica sul dovere di contribuire alla spesa pubblica con argomentazioni tutt’altro che oggettive, la cosa diventa ancor più indigesta. Che il fisco sia “un momento di redistribuzione” nessuno lo discute. Non potrebbe essere altrimenti, perché se ognuno ricevesse in servizi tanto quanto paga in imposte e tasse tutto il sistema fiscale non avrebbe alcuna ragione di esistere. Che il fisco sia anche “un momento di equità”, ritengo sia indimostrabile, se si ritiene che quello di equità debba essere un concetto oggettivo. Il fatto stesso che il fisco sia redistributivo comporta un diverso trattamento dei diversi individui, per cui non può esserci equità.

Ne consegue che legare fisco ed equità diventa una questione di considerazioni politiche, che sono soggettive per definizione (lo stesso vale per l’articolo 53 della costituzione, che è stato scritto da uomini, non da entità divine). Ognuno è libero di avere le posizioni politiche che preferisce, ma se è il capo degli esattori magari non guasterebbe se tenesse per sé i discorsi sull’equità della redistribuzione.

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