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Barnard, l’ignoranza economica la fa da padrone in tv

di CLAUDIO ROMITI

Sul piano della visione economica, mi sembra di poter dire che in Italia vi siano tre categorie: gli ignoranti, di gran lunga i più numerosi; i portatori di buon senso, esigua minoranza di persone che si ostinano a credere nel nesso causa-effetto; gli idioti, costoro assai rappresentati nei pollai televisivi in cui si sostiene di fare informazione.  Tra questi ultimi spicca Paolo Barnard, ospite fisso di Paragone su La7, il quale conferma appieno un celebre motto di Oscar Wilde proprio sugli idioti. Secondo l’illustre letterato irlandese, infatti, non conviene mai discutere con simili personaggi, in quanto “ti trascinerebbero sul loro terreno, battendoti poi con l’esperienza.”

Ora, ciò che lo stesso Barnard è riuscito ad esprimere nel corso dell’ultima puntata della Gabbia – talk che somiglia sempre più ad una farsa napoletana – ha raggiunto le cime più alte dell’assurdo. Al suo cospetto il grande Ionesco farebbe la figura di un drammaturgo di provincia, tanto paradossali sono apparse le tesi esposte.

In tema di tasse, con tanto di lavagnetta di supporto, il pupillo economico di Paragone ha svelato alcune verità rivelate a dir poco sorprendenti. In primis, egli ha scioccato la platea in ascolto sostenendo che le tasse medesime non servono assolutamente a finanziare la spesa pubblica, laddove sia lo Stato nazionale a controllare l’emissione di moneta. E ciò – ha proseguito Barnard nella sua delirante esposizione – si evincerebbe in modo incontrovertibile da un meccanismo che codesto candidato al premio Nobel ha sintetizzato con un istruttivo disegnino. In tale schema il governo stampa la moneta e poi la distribuisce ai cittadini, i quali solo dopo questo fondamentale passaggio possono utilizzare tali risorse di carta per i propri scopi, conservandone una parte per assolvere i susseguenti doveri fiscali. Dunque, chiarito con questa surreale partita di giro di cartafrolla – in cui il concetto di moltiplicatore economico sembra non esistere – che le tasse non vengono assolutamente  utilizzate per sostenere la spesa dello Stato, Barnard ci ha resi edotti circa le funzioni reali, indicate nel numero di 4,  della tassazione. In soldoni le tasse servono:

a) a imporre a tutti il monopolio della moneta a corso forzoso;

b) a calmierare come un termostato l’economia, alzandole o abbassandole a seconda del ciclo;

c) a controllare l’inflazione, drenando liquidità quando l’eccesso di moneta in circolazione tende a far aumentare i prezzi;

d) a impedire la nascita di enormi oligopoli economici e finanziari che metterebbero in pericolo, frammentando il sistema, la stessa Repubblica, di Pulcinella aggiungo io.

Ebbene, al di là dell’incredibile e incoerente guazzabuglio di sciocchezze (esistono anche delle colossali balle teoriche le quali, tuttavia, posseggono una loro coerenza formale) partorito dalla mente di Barnard, si coglie sullo sfondo una gigantesca idiozia posta a fondamento di un simile impianto. Posta la questione in questi termini, difatti, si è portati a credere che la ricchezza di una nazione non dipenda dal lavoro e dalla complessiva organizzazione produttiva, niente di tutto questo. Secondo questo eccelso cervellone la ricchezza delle nazioni sono i soldi di carta, emessi a piacimento dallo Stato. Tanto è vero che in un’altra parte del suo show delle balle lo stesso Barnard ha definito capitale la quantità di moneta distribuita dallo Stato medesimo e non, come dovrebbe essere, il frutto accumulato degli scambi economici.

A questo punto, nel tentativo di impedire a molti ignoranti economici – quest’ultimi comunque capaci di compiere scelte razionali nel proprio orizzonte personale –  di questa disgraziata Italia di non farsi convincere da simili, strampalate teorie, andando ad affollare la schiera degli idioti economici conclamati, consiglio alla sempre più sparuta platea della Gabbia di non prendere sul serio tali fantascientifiche teorie economico-finanziarie. Esse sono basate su dati falsi  e considerazioni a dir poco inverosimili. Tra queste l’idea che le tasse non servono ad alimentare le enormi greppie pubbliche di un sistema fallito, anche e soprattutto per questo, risulta imbattibile.

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