LA NOSTRA CIVILTA’ POLITICA DEVE RIPARTIRE DAL BASSO

di GIORGIO BARGNA

Sottopongo alla vostra cortese attenzione il mio pensiero, siete liberi di pubblicarlo, purché integralmente. Vi ringrazio, oltre che per l’attenzione, per l’ottimo lavoro che state svolgendo.

Scrivo spesso di “popolo”, dandone la mia accezione, particolare, rispetto alla prassi comune, su cui torneremo poi. In genere a questo vocabolo vengono dati due significati, tra l’altro, molto distanti tra loro. Chi lo vede con occhi rispettosi, lo considera quello che Alain de Benoist definisce “l’insieme dei membri del corpo civico”, chi invece lo osserva con sprezzo usa questo termine semplicemente per descrivere una massa popolare.

In termini giuridici la parola popolo indica l’insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con uno stato. Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (fonte Wikipedia), si afferma: “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato(…) costituisce un popolo. Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale. Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione.”

Erroneamente, visti gli sviluppi ed i risultati, l’ordinamento italiano descrive il popolo quale titolare della “sovranità”… L’errore sta nel fatto che Parlamento, partiti ed ogni genere di casta inibiscono lo sviluppo di una funzione diretta della sovranità stessa. Ma veniamo alla mia, non che l’abbia architettata io, è una condivisione di pensiero, accezione di “sovranità”: la “Sovranità Popolare”. Parlandone politicamente, secondo un principio democratico, non ci basiamo sui principi dell’ eguaglianza fisica (o naturale) od a quelli della legge del più forte, che la natura ci ha posto in dono, ma sul principio che l’ idoneità si basa non sulle competenze e le perizie, ma sul semplice fatto di esser cittadini, di conseguenza, quindi, sovrani; un popolo non deve avere né torto né ragione, non deve essere parziale ne imparziale, perfetto o mediocre, deve decidere, e basta!

Ritenersi democraticamente liberi non significa semplicemente non essere attanagliato da costrizioni, significa usufruire della possibilità per ciascuno di partecipare alla definizione collettiva delle costrizioni sociali. Qualcuno negli anni ha voluto trasformare il “cittadino” in un orda di singolarità pensando di sparpagliare pensieri comuni e voglia di ragionare disgregando il “Popolo”, il processo però, se vengono poste le giuste basi atte a veicolare le singole menti pensanti, trasforma la miriade di singolarità in un pensiero comunitario di interesse generale, di bene comune che prima di decidere si confronta e prova a proporre, poi, in seconda istanza, un voto.

Le basi, nel mio piccolo, le sto sviluppando concretamente nel mio piccolo, grande, percorso politico, attraverso la militanza nella mia lista civica (Lavori in Corso di Cantù) promuovo, innanzitutto, la partecipazione dal basso alla vita politica concreta: presenteremo ancora una volta questo 6 Maggio più liste civiche coalizzate, cioè decine e decine di cittadini che si attivano concretamente, poi altri strumenti. Attraverso la nostra, auspicata, vittoria sarà mia (nostra) premura e mio (nostro) compito promuovere iniziative di Democrazia Diretta e Partecipata quali ad esempio Assemblee Pubbliche di Quartiere, Istanze e Petizioni Pubbliche vincolanti e Referendum di ordine confermativo, propositivo, deliberativo ed abrogativo a quorum bassi se non inesistenti oltre che la trasparenza in ogni azione amministrativa (es: Consigli Comunali online e documenti accessibili a tutti).

Solo dal basso e dalla concreta partecipazione di tutti alla vita costituzionale potrà rinascere la nostra civiltà politica.

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