AUTONOMIA O INDIPENDENZA, LA LEGA E’ ANCORA UTILE?

di REDAZIONE

Le Lega Nord è ancora lo strumento adatto per condurre la battaglia per l’indipendenza della Padania, obiettivo contenuto nel suo statuto e ribadito l’altra sera a Bergamo nell’intervento di Roberto Maroni? Questo giornale vuole aprire un dibattito al riguardo e per innescare la discussione propone in sequenza due articoli che affrontano il problema da angolature diverse e giungono a conclusioni differenti, anche se non proprio antitetiche.

RISPONDETE AL NOSTRO SONDAGGIO SE RITENETE LA LEGA UNO STRUMENTO ANCORA UTILE PER LE PROSSIME BATTAGLIE

 

AUTONOMISTI, OLTRE LA LEGA CHE STRUMENTO ABBIAMO?

 

di FRANCESCO MARIO AGNOLI 

E’ chiaro che dopo quanto è successo le sorti della Lega sono in prima battuta nelle mani dei suoi militanti (che comunque martedì sera, a Bergamo, hanno dato prova di cavarsela abbastanza bene) e, in  seconda, degli elettori. Tuttavia l’esito di una  crisi che potrebbe comportarne la cancellazione dalla scena politica non è priva di concreto interesse e di preoccupazione per quanti ritengono che, pur con tutti gli errori commessi, la Lega si sia acquisita anche qualche merito col proporre all’attenzione  nazionale ed europea la questione settentrionale e col farsi carico di un bisogno molto diffuso e sentito fra le popolazioni del  Nord o del Centro-Nord.

Che i partiti “romani “ esultino e sperino nella scomparsa o nella riduzione ai minimi termini della Lega è del tutto naturale dal momento che questa, come dimostra la quasi solitaria opposizione al governo dei banchieri  e dei poteri forti, resta pur sempre  una spina nel fianco per quanto smussata dalla sua  “romanizzazione”. Un po’ meno comprensibile  sarebbe che dall’entusiasmo per la sua fine si facessero contagiare  gli autonomisti e, più in generale, quanti, consapevoli della realtà della questione settentrionale,   sono convinti che solo  una profonda e radicale .riforma istituzionale (quanto meno un vero federalismo) possa avviarla a soluzione

Lo sdegno per le promesse tradite e le speranze deluse è comprensibile, ma occorre conservare i nervi saldi e la  freddezza del raziocinio

In  particolare gli autonomisti, per quanto possano essersi  troppe volte sentiti accantonati e traditi dai politici leghisti, debbono rendersi conto che la politica è l’arte del possibile e che solo unendosi le regioni del  nord sono  in grado di ottenere la  riforma dello Stato alla quale aspirano, peggio ancora se la meta perseguita è quella della secessione e dell’indipendenza. Questo  il vero pregio del  progetto di Bossi: la Padania.

Non mi sento di escludere di essere condizionato da quel poco di sangue veneto che ancora mi scorre  nelle vene, ma sono convinto che oggi, salvo eventi ora   imprevedibili, solo  gli autonomisti veneti, sempre che riuscissero a superare le diatribe e i personalismi che li dividono, potrebbero avere il diffuso consenso popolare e, quindi, la forza politica, per conseguire il risultato  quanto meno di una  forte ed autentica autonomia, se non  addirittura di un proprio Stato, oltre tutto,  legittimato da undici secoli di storia. Se si tratta di un abbaglio  dovuto a qualche superstite cromosoma del mio Dna me ne scuso, ma se vi è errore vi è unicamente nell’attribuire ai veneti maggiori possibilità di successo che a tutti gli altri, per i quali è la fredda ragione a dare la certezza  che divisi non hanno nessuna probabilità di successo. Non i lombardi e nemmeno i piemontesi e, tanto meno, i liguri e gli emiliano-romagnoli (in Liguria e in Emilia  l’autonomismo al di fuori della Lega è pressoché inesistente – il discorso è in parte  diverso per la Romagna, ma comunque con riferimento a realtà molto, molto modeste – )  e nemmeno i toscani, nonostante che la Toscana sia la terra  dove l’autonomismo ha le più antiche radici e  tradizioni.

I primi a esserne convinti sono proprio quei lombardi che, disperando delle proprie forze, hanno avuto l’idea (in realtà alquanto peregrina) di promuovere  l’annessione della Lombardia alla Svizzera.

Non è in discussione l’amore per la propria “piccola patria”, per le tradizioni, i costumi, il modo di essere della propria gente, ma la questione è politica ed è in termini politici che si    deve  ragionare  se si vuole  conseguire il risultato, partendo dalla constatazione che in tutte queste regioni  (con la possibile eccezione del Veneto) gli autonomisti  rappresentano, dove più dove meno,  modeste minoranze, che solo unendosi possono contare e acquisire forza attrattiva. Per di più nessuna di queste regioni, nemmeno la Lombardia, che non ha sbocchi  sul mare (e, nemmeno il Veneto), ha un sufficiente mercato interno e la forza economica  indispensabili  nel mondo odierno  per, se non prosperare, decentemente  sopravvivere (del resto, se è per questo,  sia  l’Italia  che la stessa Europa non stanno dando  in questi giorni ottima prova di sé).

Di conseguenza o ci si rassegna alle miserie dello Stato  nazionale quale ci è stato consegnato dal cosiddetto Risorgimento, oppure, comunque la si voglia denominare (Padania o altrimenti) non  si può rinunciare all’idea dell’unione dei popoli centro-settentrionali (che – ben s’intende – non è contro quelli meridionali e nemmeno contro Roma o i  romani,  ma contro quel modo di fare  politica e di concepire lo Stato, che va sotto il nome di Roma solo perché questa nobile città ha avuto  la sventura di  divenire la capitale di “un piccolo regno  unito (oggi  repubblica indivisibile) di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore universale,  un regno (una repubblica) soddisfatto (soddisfatta) della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale”).

Sono ovviamente al corrente dell’esistenza di altre proposte e altri progetti, a cominciare dalle macro-regioni europee, per altro al momento un po’ in disuso, ma la loro realizzazione è ancora più ardua di quella  della Padania (a sua volta, come l’esperienza insegna, tutt’altro che facile) se non per altro  per la necessità di coagulare intorno al progetto forze esterne al nostro attuale contesto istituzionale, evitando al tempo stesso che queste  siano condizionate o infiltrate dai poteri forti europei (non per nulla l’idea delle macro-regioni  è vista  tutt’altro che di malocchio proprio a Bruxelles).

In conclusione: la Lega è uno strumento e per quanto arrugginito e deteriorato oggi si presenti (o si presentasse ieri, prima di Bergamo) prima di buttarlo  occorre valutare le possibilità di procurarsene un altro.

LEGA NORD NON PUO’ PIU’ ESSERE DEPOSITARIA DELLE ISTANZE INDIPENDENTISTE

di FABRIZIO DAL COL

Potranno cambiare i vertici, le dirigenze, i colonnelli, ma ciò che in passato la Lega ha saputo  ben rappresentare anche attraverso frasi  forti  come “ chi va a Roma diventa Romano”, oppure ,“da Roma non si può cambiare nulla”, e così via, oggi non è più rappresentabile. La  Lega formato anni 90, che rastrellava consensi tra tutti gli elettori della pianura Padana, aveva intuito e capito che solo un agente esterno avrebbe potuto modificare un assetto interno. Sono passati vent’anni, ma già allora il partito di Bossi spiegava ai Padani  che l’Italia era un paese fallito, pieno di debiti, corrotto e impegolato nell’assistenzialismo  straccione. La tangentopoli scoppiata nel 1992 aveva denudato tutti i partiti, e per la prima volta anche la Lega fu segnata da quello scandalo, con i famosi 200 milioni della tangente Enimont. Quei soldi furono restituiti grazie ad una maxi colletta dei militanti e degli elettori, che li raccolsero in poco tempo. Fu un brutto segnale, ma la Fede Leghista fu ancora più grande e superò agevolmente quei fatti. La linea politica sempre più forte aveva dato corpo e senso alla via maestra dell’autodeterminazione, innescando un processo di libertà dei popoli Padani, sfociato poi  con la dichiarazione d’Indipendenza di Venezia,  in un progetto politico irreversibile.  Questo progetto è stato sepolto il giorno in cui si è decisa la seconda alleanza con Berlusconi, quando è maturata nel “capo” la convinzione che l’allora presidente del consiglio, forte dei suoi mezzi, gli avrebbe consentito di realizzare un nuovo corso politico, imperniato sul  federalismo e al tempo stesso protetto da eventuali forme di eversione.   Aver creduto che la maggioranza del Pdl fosse di granito, ben condizionata dal carisma e dalla forza economica del Cavaliere, è stato un errore politico. Uno sbaglio colossale che, complici le vicende giudiziarie e personali di Berlusconi, hanno reso la Lega mansueta e priva della sua forza originale. Con  la partecipazione al governo, e le continue approvazioni legislative, che nulla avevano a che spartire con la causa leghista, si è compromessa in via definitiva la speranza  di raggiungere l’agognato obbiettivo federalista.

Tuttavia  l’errore appare ancora più a monte di queste vicende, ovvero nel momento in cui si è voluto spostare il baricentro politico autonomista-indipendentista verso la più moderata idea del federalismo. Una scelta politica che Bossi da una parte vide idonea a far digerire l’alleanza agli elettori del Pdl, e dall’altra utile a maggiore garanzia delle approvazioni legislative per la  svolta federalista. In sé, attraverso questa via, il Senatur ha pensato di portare la Lega a recitare un ruolo politico di altro spessore, ovvero quel ruolo di partito su scala nazionale, poco gradito alla base leghista, ma adatto ad intercettare quei voti che sarebbero dovuti servire ad attuare la madre di tutte le riforme, il Federalismo. Da lì in poi la Lega ha assunto un ruolo che via via l’ha trasformata in partito nazionale  e, per farlo, ha evitato scrupolosamente di utilizzare i contenuti politici e tutto ciò che era il bagaglio politico passato, quello che l’aveva resa una vera forza politica di cambiamento. La devolution, altra idea politica di matrice anglosassone, servì  a tenere insieme il movimento che, orfano degli strumenti di battaglia, si infarciva nel frattempo di militanti e amministratori filogovernativi poco propensi al progetto Padania.

Oggi è vero che parecchi  Sindaci stanno amministrando bene  i propri comuni, ma sono stati costretti dagli eventi ad abdicare alla politica. Un Sindaco che sa rispondere con i fatti e una buona amministrazione, qualunque politica faccia, ha dalla sua parte i cittadini. Il leader austriaco Haider, prima della sua elezione, tratteneva rapporti politici con la Lega, tali rapporti furono però poi volutamente interrotti dai leghisti, perché controproducenti all’alleanza con Berlusconi. Joerg Haider era un uomo di destra, ma nessuno ancora oggi sa che il 65% dei voti li prendeva a sinistra. Un chiaro esempio di come i cittadini abbiano saputo dare la forza a un politico dalle idee e dai comportamenti dirompenti,  e con una visione chiara circa l’autodeterminazione dei  popoli.

In Italia oggi la vera forza la possono avere solo i Sindaci, al Nord sarebbe sufficiente che tutti sposassero la stessa causa, per ottenere ciò che non si è riusciti raggiungere in tanti anni. Ciò che servirebbe è un vero progetto politico indipendentista ,che qualsiasi Sindaco possa far suo e che gli permetta di difendere gli interessi della propria comunità dai continui soprusi dello stato.

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