Arriva il nodo pensioni. Il Nord paga per tutti, non ditelo mai….

 “Non sembra rispecchiare le reali condizioni socio-economiche del Paese un dato che vede quasi la metà dei pensionati italiani assistiti, del tutto o in parte dallo Stato. Così come non pare credibile che la maggior parte di queste persone non sia riuscita in 67 anni di vita a versare nemmeno quei 15/17 anni di contributo regolare che avrebbe permesso di raggiungere la pensione minima”. Così Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, commentando il ‘Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano’ curato dal centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, ricordando che vi sono prestazioni interamente assistenziali, non sostenute da contribuzione. E affermando inoltre che, “a differenza delle pensioni finanziate dai contributi sociali, questi trattamenti gravano del tutto sulla fiscalità generale, senza neppure essere soggetti a imposizione fiscale”. 

Il nodo arriva dunque al pettine. Ma nessuno dice che paghiamo, fuori dai denti, per aree del paese assistite? E che le pensioni del nord stanno in piedi da sole? E che la doppia tassazione sulle pensioni è una grave ingiustizia legalizzata.

Poi c’è la questione irrisolta di tenere insieme per l’eternità assistenza e previdenza.

 Nel 2021 l’Italia ha complessivamente destinato a pensioni, sanità e assistenza 517,753 miliardi utilizzando per le prestazioni sociali oltre la metà della spesa pubblica totale, il 52,51%. Lo si legge sempre nel Decimo Rapporto Itinerari Previdenziali secondo il quale a gravare sui conti dello Stato sono soprattutto le attività assistenziali che hanno attinto dalla fiscalità generale oltre 144,215 miliardi di euro con un aumento del 97,75% rispetto al 2008 (ma in lieve calo sul 2020 quando era stata pari a 144.758 miliardi).

“Non sembra rispecchiare le reali condizioni socio-economiche del Paese – afferma Brambilla – un dato che vede quasi la metà dei pensionati italiani assistiti, del tutto o in parte dallo Stato. Così come non pare credibile che la maggior parte di queste persone non sia riuscita in 67 anni di vita a dover nemmeno quei 15/17 anni di contribuzione regolare che avrebbe consentito di raggiungere la pensione minima».   In buona sostanza, al welfare è destinato più di un quarto di quanto si produce o più della metà sia di quanto si incassa sia di quanto si spende in totale. “Siamo davanti a numeri – spiega Brambilla – che, trascinati da una quota assistenziale fuori controllo già ben prima dello scoppio della pandemia, contraddicono il sentire comune secondo cui l’Italia spenderebbe meno degli altri Paesi dell’UE per il proprio sistema di protezione sociale. Anzi, spendiamo molto, soprattutto in assistenza, ed è forse questa spesa eccessiva, abbinata a inefficienti controlli, a incentivare sommerso e lavoro nero, generando il tasso di occupazione peggiore in Europa”. 

Brambilla, ma regionalizzare le pensioni no?

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