Armenia, 24 aprile: anniversario di un genocidio dimenticato

di GIANNI SARTORI

Intervista a Baykar Sivazliyan (foto sotto), docente universitario, esperto di Storia e letterature dell’area mediorientale e scrittore armeno.

Iniziamo con qualche notizia biografica. In quali circostanze la sua famiglia è arrivata a Venezia?

Sono nato in una famiglia di sopravvissuti al Primo Genocidio del Ventesimo secolo. I miei nonni venivano da parte di mio padre dalla città di Sivas e quelli di mia madre dalla città di Erzurum, entrambi situati in Anatolia, nell’Armenia Occidentale con una forte presenza armena di cittadinanza ottomana, annientata durante il Genocidio perpetrato dal governo Ottomano dei Giovani Turchi fra gli anni 1915-21. Attualmente in tutte due le città non esistono più armeni, come in tutta l’area circostante dell’Armenia Storica.

Successivamente, dopo il Pogrom del 1956 contro i greci e il golpe militare del 1960, le minoranze in Turchia non avevano più un futuro garantito. Nel 1966 i miei genitori mi hanno mandato, da solo, avevo 12 anni, a Venezia dove allora esisteva ancora un Collegio Armeno e dove ho finito le medie e il liceo. In seguito ho frequentato l’Università Cà Foscari. Subito dopo la laurea ho iniziato ad insegnare, prima nel Liceo Armeno e di seguito presso l’Università Statale di Milano, la lingua armena. Fra gli anni 1999-2005 ho avuto anche un incarico di insegnamento di Lingua e Letteratura Turca presso l’Università di Lecce, in quanto sono specializzato sia nella Storia Medio Orientale che in Lingua e Letteratura Turca.

Il genocidio subito dagli Armeni è ancora argomento attuale di discussione e polemiche. È possibile quantificare il numero delle vittime? Quali metodi ha usato lo stato turco per operare questo sterminio?

Ovviamente chi organizza scientificamente un genocidio tenta di cancellare non solo le tracce ma anche gli indizi. Nel caso della Amministrazione Ottomana gli “indizi” sono rimasti indirettamente, attraverso la documentazione degli archivi ottomani, la documentazione del Patriarcato Armeno di Istanbul e soprattutto come fonte imparziale, le relazioni dei Consoli Generali e degli Ambasciatori dei paesi occidentali (in modo particolare di quelli degli Stati Uniti, Russia, Germania, Italia, Francia , Inghilterra) e la documentazione delle missioni religiose operanti sul territorio Ottomano abitata dagli armeni. Secondo questi dati, almeno un milione e cinquecentomila armeni sono periti e circa altrettanti sono stati sradicati dal proprio territorio, sparpagliati nei diversi paesi del mondo formando la nuova Diaspora Armena, che oggi è più numerosa degli abitanti della Repubblica dell’Armenia. Per quanto riguarda le polemiche, io penso che siano diventate in mano al governo della Turchia un metodo per rinviare una seria discussione e la nascita di un pacchetto di soluzioni accettabili da tutte e due le parti. Capisco le difficoltà dei dirigenti turchi; purtroppo per decenni hanno mentito al proprio popolo, raccontando menzogne non soltanto riguardo alla questione armena ma per tutte le questioni storicamente importanti della nazione turca degli ultimi due secoli. Fanno parte di questa sfilza di bugie piccole e grandi la questione cipriota, quella curda, quella dei diritti umani, la situazione sociale ecc., ecc. Adesso però si sentono costretti ad aggiustare la mira ma ovviamente con molte difficoltà; il popolo turco è più informato e inizia a distinguere il vero dal falso. Non si può, per es., risolvere la questione curda dicendo che i genitori del Presidente Abdullah Ocalan erano di origine armena…i primi a non accettare più questa tragicommedia sono proprio i turchi.

Cosa rappresenta l’attuale stato dell’Armenia? È stato in grado di salvaguardare la cultura, la lingua, l’identità del popolo armeno?

L’Armenia, nata nel 1918 e dal 1920 facente parte dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, è diventata un paese indipendente nel 1991. È situata su un decimo del suo territorio storico, è la periferia di se stessa. Prima ancora di guarire dalle ferite del Genocidio, ha dovuto sopportare anche quelle della Seconda Guerra Mondiale in cui 250 mila armeni sono caduti con l’esercito dell’Unione Sovietica combattendo contro il nazismo .

La salvaguardia della cultura e della lingua è sempre stata una irrinunciabile priorità per gli armeni, assieme alla propria complessa identità. La nazione armena, preparata ed aperta all’integrazione, non ha però mai perso la propria cultura di appartenenza, anche quando ha dovuto lasciare la propria casa ed allontanarsi dalla terra dei propri padri. Lo stato dell’Armenia e le organizzazioni culturali della Diaspora sono stati complementari in questa opera colossale di salvaguardia della propria identità nazionale.

Qual è la situazione della diaspora armena (sia nel mondo che nel Veneto, a Venezia in particolare…)?

La Diaspora Armena è molto vasta, in quanto frutto del Primo Genocidio del XX secolo e della conseguente deportazione dei sopravvissuti. Per parlare dei grossi numeri posso dire che in Francia vivono circa mezzo milione di Armeni, negli USA più di un milione, in Russia due milioni e a Istanbul in Turchia sessantamila persone. In Italia siamo circa 3.000 e nel Veneto non superiamo le 300 anime, a Venezia meno di 100. Comunque vorrei ricordare che indipendentemente dalla quantità, Veneto e Venezia sono stati sempre dei centri importantissimi per l’armenità intera. I primi Armeni vennero già nel XII secolo a Venezia, come già nel 1299 i Veneziani avevano un Bailo nel Regno Armeno di Cilicia. Il primo Libro armeno a stampa è stato pubblicato nel 1512 a Venezia, la più grande Congregazione Armena della storia Culturale degli armeni ha tuttora sede sull’Isola di San Lazzaro nella maestosa Laguna di Venezia. Dal 1836 al 1996 è esistito il Collegio Armeno Moorat-Raphael di Venezia che ha forgiato tutti i migliori intellettuali armeni per più di un secolo e mezzo, sia per l’Occidente che per l’Oriente. 
Oggi gli armeni della Diaspora hanno decine di organizzazioni Culturali e politiche, sono impegnati individualmente nell’arte, nella cultura , nella politica , nelle professioni dei rispettivi paesi d’adozione. Nel Veneto per esempio sono molto famigliari i cognomi: Babighian, Arslan, Gianikian, Zekiyan, Pazargiklian, Mildonian, e tanti altri, stimati medici, intellettuali, architetti, studiosi, economisti, ecc.

Il Parlamento curdo in esilio aveva pubblicamente riconosciuto le responsabilità dei curdi nel genocidio degli armeni. Quali furono le circostanze di questa complicità con lo stato turco e qual è l’importanza di questa dichiarazione?

L’Impero Ottomano si è sempre servito di gruppi sotto il suo controllo, per aizzare questi contro un’altra minoranza, sia nazionale che religiosa.

L’organizzazione feudale dei curdi ha fatto sì che l’imput del governo centrale Ottomano trovasse presto presa su una parte della popolazione che doveva obbedienza cieca al capo villaggio. Inoltre le proposte allettanti fatte ai curdi che avrebbero potuto impossessarsi dei beni degli armeni, comprese le donne (nella loro mentalità anch’esse facenti parte dei beni) ha fatto il resto. Non è un caso che quasi tutti i miei amici curdi abbiano almeno una nonna di origine armena e che continuino a chiamarmi “dayi”, parola turca che indica lo zio da parte della mamma.

In seguito i curdi hanno avuto nell’Armenia un grosso alleato. A Yerevan, capitale della Repubblica Armena, esiste tuttora un istituto rinomatissimo di studi curdi, un teatro in curdo e una radio in lingua curda. Tutto questo quando in Turchia, dove almeno un quarto della popolazione è di origine curda, solo la pronuncia del nome “curdo” o della parola “Kurdistan” significava essere sbattuti in galera senza un processo ed essere tacciati di separatismo o peggio ancora di terrorismo. A me personalmente fa molto piacere il pronunciamento del Parlamento curdo in Esilio, il rammarico sincero per il Genocidio degli Armeni, ma tanti altri armeni si aspettano una posizione più chiara da parte dei curdi. Una esplicita autodenuncia della loro complicità diretta; solo così la verità verrebbe in superficie e la giustizia potrebbe trionfare. Altrimenti questa dichiarazione rischia di diventare uno dei tanti proclami fatti da numerosi parlamenti dell’Europa e del Mondo che presentano dopo 90 anni il loro “dispiacere” per un fatto “increscioso”, certe volte senza nemmeno indicare chiaramente il responsabile e condannare apertamente la Turchia. Il cambio di regime o gli interessi concreti di oggi non possono indurci a digerire l’indigesto. Che senso avrebbe oggi condannare l’Olocausto, esternare il nostro dispiacere senza citare che c’è stato un regime nazista e uno stato scellerato che ha scientificamente organizzato l’annientamento del popolo ebraico?

Probabilmente il genocidio degli armeni è stato il primo caso (per il XX secolo) in cui uno stato fece massacrare milioni di suoi cittadini…

I Giovani Turchi, nazionalisti, che avevano preso il potere nello stato Ottomano, scossi all’inizio del XX secolo dalle grosse perdite di territori e conseguente potere, hanno creduto che salvando la parte essenzialmente “turca” dell’Impero Ottomano, potevano sopravvivere al proprio sogno di panturchismo e di panturanismo e conservare quello che rimaneva dal vasto impero plurinazionale e multietnico. Si tratta di una questione, oltre che morale ed etica, soprattutto tecnicamente giuridica: l’assassinio di una intera nazione. Ed è proprio per questo motivo che i giudici turchi della corte marziale che portò in giudizio i dirigenti politici del Comitato Unione e Progresso (Giovani Turchi) e i capi militari del periodo di guerra, li accusarono il 26 aprile 1919, di “deportazioni… e sterminio di tutto un popolo che costituiva una comunità distinta”. Dopo tre mesi, il 19 luglio 1919, il verdetto della corte marziale condannò a morte in contumacia i principali dirigenti dell’epoca (tra loro i triumviri Taalat Pascià, Enver Pascià e Ahmed Gemal) e a 15 anni personaggi ritenuti di secondo piano. Oggi, con il senno di poi, possiamo affermare che non c’è stata una sufficiente memoria storica nel condannare questo Genocidio, altrimenti fatti tragici del genere non si sarebbero ripetuti durante gli anni bui del secolo appena passato anche nei confronti del popolo ebraico…

Aveva detto che la questione non è solo quella degli armeni, dei curdi, di Cipro… ma della stessa Turchia, in crisi economica e sociale. Potrebbe ampliare questo concetto?

Come tutte le nazioni in crescita rapida anche la Turchia sta vivendo i guasti del capitalismo sfrenato. Io non sono un economista, posso solo constatare quello che vedo passeggiando nelle vie della città dove sono nato, Istanbul. Esistono due economie quella interna in lira turca e quella esterna in dollari o in euro. La gente arranca per arrivare alla fine della giornata in una situazione confusa ed economicamente molto precaria. I giovani non hanno prospettive; non aggiungerei la situazione dell’Anatolia che per errori di valutazione economica è stata completamente svuotata dei suoi abitanti e della propria produzione agricola, essenziale per il paese. Fino a un ventennio fa la Turchia era un paese assolutamente autosufficiente per il suo approvvigionamento alimentare; oggi è normale acquistare in negozio un pollo ungherese, burro tedesco e frutta che arriva da altri paesi mediterranei. Malgrado l’esportazione si faccia ormai con parametri e prezzi internazionali (e di conseguenza anche l’importazione), l’operaio continua ad essere retribuito con parametri “locali” assolutamente insufficienti per far fronte alla propria vita quotidiana. Questa situazione potrebbe creare a medio termine guasti significativi e preoccupanti nella sfera sociale del paese.

In un nostro precedente incontro (aprile 2007), dopo le grandi manifestazioni in favore della “laicità e della democrazia” organizzate dal partito di opposizione CHP (Cumhuriyet Halk Partisi – Partito popolare Repubblicano, fondato da Ataturk), lei sembrava dubbioso sulla reale spontaneità di queste iniziative della società civile. Non escludeva che potessero essere state “manovrate” dai militari (anche se i manifestanti dichiaravano di essere scesi in strada “contro il golpe” minacciato dall’esercito). Cosa si nasconde in realtà dietro la contrapposizione tra “laici” e “religiosi”? Come giudica l’esplicito richiamo ad Ataturk esibito in tanti striscioni e bandiere anche nelle manifestazioni dell’anno scorso?

Mustafa Kemal Ataturk (“Padre dei turchi”) è il simbolo della Turchia moderna. Non sempre però rappresenta la laicità; più volte i numerosi regimi che hanno tenuto sotto il tallone il popolo turco, si sono serviti della figura di questo soldato-politico. Quando si trattava di consolidare il proprio potere, in ogni periodo più o meno nefasto della storia della Turchia, molti si sono serviti della figura del fondatore della Turchia “moderna”. I primi governanti della Repubblica Turca erano i membri riciclati del partito Unione e Progresso (Ittihat ve Terakki) che tennero saldamente in mano il potere nell’Impero ottomano a cavallo fra il 1800 e il 1900. Portarono alla disfatta il paese durante la Prima Guerra mondiale, si macchiarono del Primo Genocidio del XX secolo, quello armeno, fondarono il loro potere economico sulle ricchezze sottratte agli armeni e ai greci massacrati. Potrei fare un lungo elenco di personaggi che da lugubri assassini divennero ministri della nuova Repubblica. L’Occidente nella sua voluta distrazione, confonde i nazionalisti turchi con i laicisti che si trovano in tutte le strutture del paese turco, non solo nelle file delle forze armate. Tanto per parlare chiaro, gli assassini di padre Santoro, del giornalista armeno Hrant Dink e i torturatori di Malatya (18 aprile 2007, assalto alla casa editrice cristiana Zirva e uccisione di tre persone, nda) appartengono alla stessa radice.

Sia i militari che la Tusiad (l’associazione degli industriali turchi) si erano mostrati ostili nei confronti di Abdullah Gul, il candidato del partito AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi – Partito per la giustizia e lo sviluppo, nda) di Erdogan, ritenuto un “fondamentalista” per quanto moderato. Contrari anche alcuni partiti, sia di destra che di sinistra (al punto che Gul stava quasi per ritirare la propria candidatura). Può darci qualche chiarimento?

Quello che si svolge in Turchia non è una lotta tra laici e religiosi. Finalmente, dopo quasi 90 anni dalla fondazione della Repubblica Turca, si è assistito a una nuova spartizione del potere. I militari si sono visti sottrarre una parte delle loro prerogative di concessione “divina” a favore della società civile e delle minoranze. Ricordo che anche i curdi vengono considerati una minoranza, ma erroneamente. Infatti su un quarto del territorio sono la massiccia maggioranza e ogni tre cittadini turchi uno è curdo. Attualmente attorno alle grosse città come Istanbul, Ankara e Izmir ci sono delle vere e proprie città “curde”. In questa nuova realtà, di spartizione, si è inserito anche il mondo islamico moderato della Turchia. L’Islam fa parte integrante della Civiltà Turca e non ha le sembianze dell’Islam integralista. La religione turca è stata sempre mite e tollerante nei confronti del diverso, dell’ebreo, del cristiano. I Giovani Turchi erano tutti atei, non hanno organizzato il genocidio degli armeni per motivi religiosi, ma vedevano questo popolo come una minaccia all’integrità della Turchia. Negli anni successivi i loro eredi nazionalisti hanno fatto la stessa cosa con i curdi (e continuano ancora a farlo) che non sono cristiani ma islamici come i turchi. La religione in mano ai nazionalisti (che si presentano come paladini del laicismo) è stata un pretesto per l’oppressione. Anche gli industriali turchi oggi temono le spinte della massa operaia e della società civile come una minaccia ai loro interessi concreti. Hanno paura che domani, senza il pugno di ferro dei militari, potrebbero essere non più facilmente controllabili.

Come viene ricordato in Turchia l’anniversario del genocidio armeno, il 24 aprile?

In Turchia non si ricorda il 24 aprile, Giorno della memoria del Genocidio degli Armeni. E’ vietato per legge. Malgrado i numerosi appelli di tanti intellettuali e membri della società civile turca, lo stato non ha avuto ancora il coraggio di riconoscere questa immane tragedia. Il governo di Erdogan ci è andato vicino, ma forse anche per questo motivo sta pagando una pesante fattura. Del resto non invidio i turchi onesti di oggi che devono fare una serie di conti con il passato per crearsi un presente dignitoso. La questione armena non è la sola. Esistono anche la questione curda, i diritti umani, la situazione sociale, la questione cipriota, le relazioni con i vicini (Grecia, Siria, Iran, ecc.). Numerosi intellettuali turchi, da anni, sono costretti a vivere fuori dalla Turchia e tantissimi sono stati giudicati in contumacia per reati di opinione. Il più grande sociologo turco vivente, Taner Akcam, è esule negli Stati Uniti. Il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, il giorno dopo l’assassinio di Hrant Dink, ha preso il primo aereo per la stessa destinazione. A Parigi ci sono più intellettuali turchi che a Izmir.

Una domanda per quanto riguarda il quadro internazionale. Negli ultimi tempi si ha l’impressione che gli Usa stesse “scaricando” la Turchia, forse a favore del Kurdistan “iracheno” e di alcuni stati dell’Asia centrale che darebbero maggiori garanzie, anche in materia di basi militari. La sua opinione?

Il mondo globale è diventato sorprendentemente pratico. Se un aeroporto in Turkmenistan costa centomila dollari all’amministrazione statunitense, perché gli Usa dovrebbero spendere milioni di dollari per avere la stessa pista di decollo in Turchia? Sembra che gli Stati Uniti, avendo puntato su un Kurdistan iracheno, l’unico pezzo dell’Iraq dove riescono a controllare “due case e tre strade”, abbiano deciso (ma non ancora confessato per il momento) per una sua autonomia. Così facendo, hanno scelto di andare in rotta di collisione contro i militari turchi che non potranno mai ingoiare un rospo di tali proporzioni. Vedono questa nuova realtà, come un primo pezzo di un futuro Kurdistan indipendente che inesorabilmente chiederà fra qualche anno i suoi territori a Nord, oggi sotto l’amministrazione turca.

Quando si parla degli armeni viene privilegiato il discorso sul genocidio perpetrato dalla Turchia. Si rischia di dimenticare che esiste una Repubblica di Armenia che ha permesso a questo popolo di conservare la propria cultura e identità nonostante le tragiche vicissitudini. Che cosa rappresenta la Repubblica di Armenia?

La repubblica dell’Armenia attuale rappresenta per gli armeni di oggi, soprattutto un decimo del territorio dei propri avi. L’Armenia è il baluardo della cultura e delle tradizioni armene, per tutti gli armeni sparsi per il mondo che sono ormai quasi una decina di milioni: 3,3 milioni in terra armena, due milioni in Russia, più un milione nell’America del Nord, mezzo milione in Francia, altrettanti in Medio oriente e il resto sparso per il mondo intero. La parte della popolazione armena più controversa numericamente si trova in Turchia: ufficialmente ci sono 60mila armeni cittadini turchi e 30mila armeni cittadini dell’Armenia, e circa 10mila armeni di varie cittadinanze, cioè in totale circa 100mila. Per altre fonti invece pare che in Turchia ci siano almeno due milioni di armeni o armeni turchizzati. E’ sicuramente una questione molto delicata. Ogni tanto si mormora dell’armenità di qualche pezzo grosso turco oppure salta fuori l’armenità di alcuni turchi molto importanti del passato. Un esempio lampante, causa di grande scandalo, risale a circa un anno fa. La figlia adottiva di Mustafa Kemal Ataturk, la prima Ufficiale dell’aeronautica turca della storia, risultava figlia di una famiglia armena di massacrati. Gli armeni della diaspora guardano all’Armenia come una grande speranza della rinascita. La realtà dell’Armenia ha le sue radici in una storia plurimillenaria. E’ noto che anche gli storici dell’antica Grecia parlavano degli armeni e dell’Armenia. Malgrado l’unità nazionale e lo stato nazionale armeno abbiano cessato di esistere per molti secoli (precisamente dal 1375 al 1918) sul territorio geograficamente chiamato Armenia, non ha mai cessato di esistere il popolo armeno, anche sotto numerose dominazioni (araba, persiana, ottomana e russa). I due anni della Repubblica Armena Indipendente nata dopo il genocidio del 1915 sono stati il preludio difficilissimo della Repubblica Sovietica Socialista dell’Armenia che faceva parte dell’URSS. Per settant’anni, fino al 1991, è stato un angolo di rinascita per il popolo armeno. Cosa mai vista nella storia dell’unione Sovietica, dal 1948 numerose famiglie armene decisero di trasferirsi nell’Armenia Sovietica acquisendone la cittadinanza. Se pensiamo alla quantità di cittadini sovietici desiderosi di andare in occidente, possiamo capire l’originalità del fenomeno.

Che ruolo hanno avuto gli armeni nella seconda Guerra Mondiale?

Malgrado fossero usciti da una immane tragedia come quella del Genocidio, gli abitanti dell’Armenia Sovietica hanno partecipato molto attivamente alla Seconda Guerra Mondiale.

Il popolo armeno in quel periodo contava circa un milione e trecentomila individui abitanti nella piccola Repubblica e perse nella guerra contro i nazisti 250mila dei suoi migliori figli. Va detto che gli armeni sono stati la popolazione sovietica che in proporzione ha dato più ufficiali e più eroi all’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale. Va precisato che anche la Diaspora armena ha partecipato attivamente e concretamente alla guerra antinazista finanziando un intero corpo d’armata di mezzi corazzati, chiamato “Sasuntzi David” dal nome dell’eroe mitologico degli armeni. Fra i primi gruppi di soldati sovietici che entrarono a Berlino, c’erano numerosi giovani del corpo di spedizione formato esclusivamente da armeni. Il popolo armeno sparso per il mondo, anche quando le divisioni politiche erano aspre, ha considerato l’Armenia la propria terra a prescindere dal proprio orientamento politico e tuttora numerosi esponenti della diaspora hanno una casa in Armenia e anche attività commerciali o economiche.

D. Uno dei problemi legati alla Repubblica di Armenia è quello del Nagorno Gharabagh. Può tracciarne una breve storia?

Il “malessere” dell’Armenia nel sistema sovietico, nasce a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 del secolo appena trascorso. Bisogna comunque dire che quel sistema aveva portato un vero benessere ai figli dei sopravvissuti al primo Genocidio del XX secolo. Il terribile terremoto del 1989 si è presentato come un detonatore del malessere degli armeni caucasici già assillati dal silenzio del potere centrale moscovita nei confronti del Nagorno Gharabagh. Questa popolazione aveva continuato civilmente a chiedere, nell’ambito della legislazione vigente sovietica, una maggiore autonomia e la liberazione dal sopruso delle autorità azerbaigiane cui era stata consegnata una intera regione a maggioranza marcatamente armena, circa il 97% della popolazione residente. Quale risposta alle richieste armene, le autorità locali azerbaigiane, approfittando anche della situazione molto confusa delle autorità sovietiche ormai arrivate alla fine della propria storia, prepararono con cura un eccidio nella località di Sumgait. Sumgait è un importante sobborgo di Baku, capitale dell’Azerbaigian, dove abitavano migliaia di famiglie armene di ingegneri e operai specializzati nel settore dell’estrazione del petrolio. L’intento era di dare indirettamente un segnale forte agli armeni, facendo capire che, se avessero continuato a richiedere più libertà e autonomia, la pazienza degli azeri poteva essere colma. In una notte furono trucidati centinaia di armeni, donne violentate, bambini soffocati nelle loro culle. Atrocità gratuite di ogni genere che sconvolsero l’intera armenità. Il popolo armeno, in Armenia e nella Diaspora, vide di nuovo il pesante incubo del genocidio e dell’annientamento fisico. Le proteste presso le autorità sovietiche servirono solo a far raccogliere i cadaveri e far scappare i sopravvissuti con le navi, verso il Turkmenistan, attraverso il Mar Caspio. Ancora una volta come altre, troppo volte nella sua tragica storia, la piccola e pacifica nazione armena è stata costretta a prendere le armi. Fino al 1993 gli armeni combatterono contro le forze armate azerbaigiane, tre volte più numerose, armate fino ai denti e aiutate da mercenari venuti da altre repubbliche dell’URSS. Contro gli armeni intervennero anche migliaia di nazionalisti turchi capeggiati dai “Lupi Grigi” arrivati direttamente dalla Turchia, in qualche caso portandosi dietro le armi con la matricola della Nato, sottratte o semplicemente prese dagli arsenali dell’esercito turco. Certe guerre però vengono vinte dai disperati e questo fu il caso del Nagorno Gharabagh. Gli armeni, perdendo più di 5mila volontari, presero il controllo del loro territorio, spinsero le forze armate azerbaigiane verso l’interno del loro paese, riuscendo ad occupare un territorio sufficiente per la migliore difesa strategica della  loro terra. Attualmente Nagorno Gharabagh è una repubblica autonoma non riconosciuta da nessuno, ma finalmente libera dall’oppressore turco. Da allora i rapporti di dialogo, se pur attraverso terzi, fra l’Armenia e l’Azerbaigian non si sono mai interrotti. Ovviamente, come si usa in Oriente, ogni colloquio precede o succede a delle scaramucce che purtroppo ogni tanto lasciano qualche morto nelle rispettive trincee. Intanto, nel 1991, è nata la Repubblica dell’Armenia, un paese di circa 30mila km. quadrati, con circa tre milioni e duecentomila abitanti. Il blocco attuato dalla Turchia alle sue frontiere, non aiuta lo sviluppo del paese, ma gli armeni sono ben allenati a vivere in condizioni difficili, prosperano lo stesso con un certo aiuto dai loro fratelli della diaspora.

Mi sembra di capire che nel complesso l’Armenia ha avuto un “rapporto privilegiato” con l’URSS. E oggi lo mantiene con la Russia. Da cosa deriva questa vicinanza?

E’ vero che gli armeni hanno un rapporto privilegiato con la Russia, per il semplice motivo che negli ultimi secoli gli interessi dei due paesi sono stati convergenti. Nel Caucaso l’unico paese che è corretto nei confronti della Russia è l’Armenia. I georgiani e gli azerbaigiani stanno cercando la loro prosperità e la loro potenza presso altre realtà mondiali. Ritengo sia una scelta strategica che a lungo andare darà i suoi risultati. Dopo tante sofferenze ed esperienze negative anche il popolo armeno ha imparato a destreggiarsi nella politica internazionale. Noi come sempre siamo ottimisti.

Ma in passato ci furono problemi anche con i sovietici?

Tutte le repubbliche che facevano parte dell’Unione Sovietica avevano avuto problemi con il governo centrale. Io non credo che l’armeno di Yerevan avesse più difficoltà del russo di Mosca o del kazako o dell’uzbeko dell’Asia centrale. Vivere bene o vivere male è una questione di cultura e il mio popolo ne possiede una, radicata da cinquemila anni. Abbiamo vissuto molte esperienze, anche dolorose, ma siamo ancora qui per sorridere e “per passare questa nostra vita di due giorni”, come dice il poeta armeno Hovhannes Tumanian.

Nella storia del popolo armeno c’è stato un movimento di liberazione nazionale analogo a quello curdo?

Non vorrei esagerare, ma tutta la storia armena è una lotta di liberazione nazionale. Gli armeni hanno dovuto fare i conti giorno per giorno con i loro vicini, con tante realtà politico-militari che hanno occupato la terra armena durante lunghi secoli. Solo per dare un piccolo esempio posso precisare che l’Armenia, dalla caduta del regno di Cilicia nel 1375 alla nascita della prima Repubblica Armena nel 1918, per più di cinque secoli, non ha avuto uno stato centrale ed è stata governata nelle autonomie locali con la presenza delle forze straniere. Già nel 1009 i Selgiuchidi avevano iniziato a occupare la parte orientale dell’Armenia. In seguito ci fu la presenza degli arabi e poi, di volta in volta, la spartizione della terra armena fra i grandi imperi. Prima quello persiano, poi l’Ottomano e per ultimo la Russia zarista nella parte caucasica dell’Armenia. Le lotte più tremende però le abbiamo vissute nei confronti del nazionalismo turco. Iniziarono nella seconda metà dell’ottocento, culminando nel Primo Genocidio del XX secolo, organizzato a tavolino dai Giovani Turchi. Loro credevano che salvando la parte soltanto turca del decadente impero ottomano si poteva salvare la continuità. Tutto ciò che non era turco era da eliminare. C’erano tre principali minoranze e loro sono stati molto abili nell’annientare una alla volta queste componenti del tessuto civile dell’impero ottomano. Prima hanno diviso per religione, iniziando l’annientamento di quelle cristiane. Hanno usato molto abilmente la terza minoranza, quella curda, contro le prime due: armeni e greci. Dopo essersi sbarazzati dei cristiani, usando appunto i curdi come manodopera, si sono rivolti contro i curdi, il cui annientamento continua fino ai nostri giorni. L’Occidente, Italia compresa, sa benissimo quello che sta succedendo anche oggi nell’Anatolia Orientale, ma tace per potere continuare i suoi affari con la Turchia.

Qual è il suo ruolo attuale, in quanto esponente della comunità armena in Italia, nei confronti della Repubblica di Armenia?

Ogni armeno, nel rispetto della sua appartenenza come cittadino di un qualsiasi paese, non dimentica mai la sua terra natale. Noi siamo degli individui molto integrati nel paese dove abbiamo deciso di vivere. L’Italia è stata una terra molto ospitale per noi armeni, anche prima del Genocidio. Potrei dire che salvato la nostra cultura, nella sua integrità, dando spazio e libertà d’azione a un grosso centro che è stato ed è tuttora l’Isola di san Lazzaro degli Armeni. A Venezia fino al 1996 è esistito un Collegio che ha preparato gran parte degli intellettuali armeni iniziando dal 1836. Il lavoro più significativo che io personalmente riesco a fare per le mie due terre, per l’Armenia e per l’Italia, è quello di andare in tante scuole italiane di ogni ordine e grado, portare la mia testimonianza e raccontare la storia del mio popolo di appartenenza. Ho anche scritto molto su questi argomenti e per la Regione Veneto ho pubblicato due volumi che appunto parlano degli armeni del Veneto e della loro integrazione nell’ospitale terra veneta. Per desiderare la Pace bisogna anche portare degli esempi concreti. La Pace non è una cosa astratta. La convivenza, il reciproco riconoscimento e la concordia fra diverse culture e diversi popoli e religioni sono anche cose terribilmente pratiche: bisogna viverle con serenità, costruire assieme giorno per giorno.

Ancora una domanda. La questione armena è entrata a far parte dei “Criteri di Copenaghen” per l’accesso della Turchia nella Unione europea?

Nei “criteri di Copenaghen” ci sono generiche richieste di “buon vicinato” con i confinanti della Turchia, Armenia compresa. Però ai primi di settembre 2006 la Commissione Esteri del Parlamento Europeo, fra centinaia di emendamenti acquisiti per sottolineare il rallentamento della Turchia nel processo di integrazione, ha inserito in modo assoluto il riconoscimento dl genocidio. E questo naturalmente ha fatto arrabbiare la Turchia perché accettandolo, dovrebbero rivedere i fondamenti della loro storia, mettere in discussione anche l’onestà dei padri fondatori. Ammettere, come ha fatto lo scrittore Akcam (processato, condannato a quindici anni e fuggito negli Stati Uniti) che “la nostra economia è fondata sul denaro, le case e le terre rubate agli armeni”.

E per concludere: dovendo fare una richiesta al popolo turco…?

I turchi sono un popolo mite e buono; questa loro eccessiva bontà ha fatto sì che numerosi capi, anche nella storia recente, abbiano potuto manipolare i sentimenti nazionali e soprattutto religiosi della popolazione, creando situazioni inaccettabili per il futuro. Personalmente chiederei di essere più coraggiosi nel fare ordine nei loro armadi storici, tirando fuori tutti gli scheletri scomodi. Sono una grande nazione, non devono temere le conseguenze, che saranno sicuramente più edificanti della attuale situazione, di questo continuo nascondersi dietro un dito. I principali popoli con i quali hanno avuto epiloghi tragici sono tutti loro vicini, sono popoli con cui hanno vissuto lunghi periodi di pace e di prosperità. E pensare che loro stessi chiamavano gli armeni, Millet-i Sadika (popolo fedele). Si deve ricominciare da quel punto.

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4 Comments

  1. PENA DI MORTE IN EPOCA FRANCHISTA (in particolare nei PAISOS CATALANS)
    (Gianni Sartori)

    Premessa. Mi segnalano che la garbata polemica da me involontariamente sollevata ponendo la questione della “croce cerchiata delle ss francesi impropriamente denominata celtica” (v. l’articolo “Fascisti, tenete giù le mani dall’Irlanda”) è proseguita in altre sedi. A mio avviso, un inutile dispendio di energie per dimostrare l’indimostrabile, ossia che quel simbolo non sarebbe un richiamo al collaborazionismo filonazista. Per i non addetti: si parlava della mostrina di una compagnia Flack (contraerea) formata da collaborazionisti francesi e destinata, per decreto, a diventare emblema della Charlemagne (waffen ss) se la guerra non fosse finita in tempo. Andrebbe spiegato, da parte di questi presunti sostenitori dell’autodeterminazione dei popoli, come mai il legame con la mostrina di riconoscimento di quella Flack venisse rivendicato nel dopoguerra da alcuni reduci delle waffen-ss. Personaggi che parteciparono alla fondazione del Parti republicain d’union populaire (poi Mouvement socialiste d’unité francaise) e riesumarono la “croce cerchiata delle ss francesi impropriamente chiamata celtica”(consultare “Le combattant europeèn”).*
    Come capita sovente “quando il saggio indica con il dito la luna, lo stolto vede soltanto il dito”.
    Il ruolo di “saggio” sicuramente non mi compete, ma è comunque da stolti non vedere (o non voler vedere) quale fosse il vero problema posto dal mio intervento. Non ho ancora registrato commenti da parte del “settore destro” sul ruolo svolto dai loro fratelli maggiori, certi soidisant “antimperialisti” di estrema destra che finirono per integrarsi nelle squadre della morte spagnole (ATE, BVE, GAL, quelle che assassinavano i rifugiati baschi in Iparralde e i carlisti dissidenti a Montejurra-Jurramendi). O magari con l’esercito sudafricano contro le lotte di liberazione nazionale in Angola e Namibia. Per non parlare della collaborazione con i regimi fascisti in America Latina e con le milizie maronite di destra in Libano. Nessun chiarimento poi sui rapporti intercorsi tra i fascisti nostrani e quelli inglesi del NF (e quindi, magari indirettamente, con le destre protestanti, i lealisti di UDA, UVF, UFF…). **
    Alimentare ulteriori polemiche ideologiche non mi pare di grande utilità (avrei altro da fare). Se questo sito vorrà ospitarli, penso sia di maggior interesse proporre una serie di articoli su come le destre estreme abbiano, di volta in volta, represso o cercato di strumentalizzare alcune lotte di liberazione nazionale. In particolare quelle che ho conosciuto maggiormente di persona: Euskal Herria, Irlanda e Paisos Catalans (con cui inizio). ***

    La pena di morte era stata abolita in Spagna per la prima volta nel 1932, ma venne ben presto ripresa per i delitti definiti di “terrorismo”, in risposta all’insurrezione dei minatori asturiani nell’ottobre 1934. Nel 1938 venne pienamente ristabilita e quindi applicata a livello di massa tra il 1939 e il 1945. La legge marziale rimase in vigore dal 28 luglio 1936 al 7 aprile 1948. Con la definitiva vittoria franchista (1939), si assiste ad una serie impressionante di sacas. Così venivano chiamate le operazioni con cui si prelevavano dalle prigioni gruppi di detenuti per fucilarli direttamente, senza alcuna parvenza di processo. In seguito queste “esecuzioni selvagge” (come le ha definite uno storico catalano) vennero sostituite da processi-farsa, con un’apparenza solo formale di legalità. Settanta-ottanta persone venivano giudicate contemporaneamente sulla base di una serie di presunti reati commessi e inevitabilmente con la sentenza si decretava la pena di morte collettiva.
    Ricordo che stiamo parlando di fucilazioni o impiccagioni sistematiche, operate dall’apparato statale, non di episodi di vendetta o di ritorsioni di qualche gruppo incontrollato.
    Non sono pochi gli studi finalizzati a quantificare il numero delle vittime della repressione franchista nel cosiddetto “dopoguerra” (accettando per comodità come riferimento per la fine della Guerra Civile quello ufficiale e convenzionale dell’aprile 1939: “La guerra ha terminado”).****
    Studi e ricerche che non sono esenti da critiche, confutazioni e revisioni.
    E naturalmente la macabra contabilità non è immune dall’ideologia. Questa non risulterà come il fattore determinante nell’emettere giudizi o valutazioni storiche, ma non è nemmeno fine a se stessa.
    G. Jackson in “La Republica espanola y la guerra civil”, Barcelona 1976, parlava di circa 580mila morti complessivi, o per cause belliche o per violenza politica, tra il 1936 e il 1943. Di questi circa un terzo (200mila) sarebbero stati prigionieri repubblicani morti per esecuzioni dal ’39 al ’43.
    Studi successivi, sorti sull’onda delle polemiche, avevano portato a un ribasso della cifra.
    S. Larrazabal arrivava addirittura a parlare di “soltanto 22.716 esecuzioni tra il 1939 e il 1943”.
    Fino agli anni ottanta la maggior parte degli storici si era attestato su una cifra di circa centomila. Ramon Tamares riportava il numero di 103.129 giustiziati (sempre riferendosi al “dopoguerra”, naturalmente). Lo storico triestino Claudio Venza parlava di una cifra compresa tra 90mila e 150mila, dal 1939 al 1945. Studi più recenti (sia Jorge M. Reverte che Santos Julià, Victimas de la guerra civil, Madrid 1999) hanno calcolato che tra il 1936 e il 1943 il nuovo ordine fascista fece giustiziare oltre150mila persone. Più di quelle che l’esercito di Franco avevano ucciso in tre anni di guerra. E senza dimenticare che numerosi combattenti repubblicani, ormai circondati, preferirono suicidarsi con l’ultimo colpo in canna piuttosto che cadere nelle mani dei carnefici fascisti. Come nel porto di Alicante.
    Dato che le diverse metodologie applicate influenzano i risultati, è lecito pensare che alcuni dei lavori in questione pecchino quanto meno di approssimazione. Sembra infatti che quasi nessuno degli storici citati avesse ritenuto di dover consultare anche i Registri Civili, forse considerandolo un lavoro troppo lungo e comunque scarsamente prestigioso. Se ne occupò invece, sempre negli anni ottanta, qualche ricercatore catalano, in particolare Josep M.Solé i Sabaté, sobbarcandosi il gravoso compito di dedicarsi sistematicamente a questo genere di ricerca.
    Per quanto riguarda i Paisos Catalans era giunto alla conclusione che le vittime del franchismo sono state molte più del previsto. Nel solo Principat i catalani assassinati dalle forze di occupazione dopo il ’39 sarebbero stati 3.385 (almeno quelli accertati ancora negli anni ottanta), metà dei quali a Barcellona, gli altri distribuiti tra Tarragona, Lleida, Girona e una serie di località minori. Un analogo lavoro di ricerca svolto nel Pais Valencià aveva quantificato in circa 10mila i catalani giustiziati dopo il 1939 (complessivamente in una decina di località considerate). Come si può intuire il maggior numero di fucilati nel Pais Valencià rispetto al Principat era dovuto anche alla maggiore distanza da una frontiera internazionale come quella con la Francia. Anche se non tutti gli antifranchisti che si rifugiarono in Francia sfuggirono poi alla vendetta del dittatore. *****
    Primo fra tutti quel Lluis Companys (fondatore nel 1931 dell’Esquerra Republicana de Catalunya) che ancora nel 1934 aveva proclamato “lo Stato Catalano integrato nella Repubblica Federale Spagnola”, gesto che gli costò l’arresto e l’imprigionamento nel carcere di Santa Maria.
    Dopo la sconfitta della Repubblica nel 1939 Companys cercò scampo in Francia, ma con l’invasione delle truppe naziste venne riconsegnato ai franchisti. Dopo un processo sommario venne fucilato a Montjuic nel 1940. Seppe morire con molta dignità, lasciando sconcertati gli stessi membri del plotone di esecuzione. Prima che questi aprissero il fuoco si levò e depose gli occhiali, poi si tolse le scarpe per posare i piedi nudi sulla sua terra e cantò l’inno nazionale catalano (“Els Segadors”). L’eroica morte di Companys venne prepotentemente riportata alla memoria dei catalani nel settembre 1975 quando un giovane basco, Juan Paredes Manot (Txiki), venne fucilato al cimitero di Sardenyola non lontano da Barcellona. Davanti al plotone di esecuzione Txiki gridò “Gora Euskadi Askatuta, Iraultza Ala Hill” e poi intonò l’Eusko Gudariak, il canto dei gudaris, i combattenti baschi antifranchisti. Il 27 settembre (giorno della sua fucilazione e di quella di un altro etarra, Otaegi, oltre che di tre militanti del Frap), divenne la data in cui si celebra il Gudari Eguna (giorno del combattente basco).
    Estendendo le modalità di ricerca adottate da Josep M. Solé i Sabaté a tutta la penisola iberica (soprattutto nel centro e nel Sud da dove era difficile espatriare) si arriverebbe con ogni probabilità ad una revisione delle cifre precedentemente riportate. Quanti sono stati, per esempio, i casi in cui l’esecuzione venne classificata come “traumatismo”, evidente eufemismo quando viene applicata a gruppi di decine di persone morte contemporaneamente? In altri casi si riporta “asfixia” oppure “herida penetrante de craneo”. I Registri Civili, riportando la data e il numero delle vittime, permettono quindi di ricostruire con minor approssimazione la portata del massacro operato dal franchismo a guerra finita. Altro dato interessante emerso da queste ricerche in Catalunya è che la maggior parte delle vittime, nelle località prese in considerazione, erano militanti o simpatizzanti anarcosindacalisti (CNT, FAI). Cosa del resto quasi scontata se si tiene conto che i Paisos Catalans sono stati presumibilmente il maggior vivaio libertario della Storia. Sempre grazie ai Registri Civili si è avuto conferma di quale fosse la condizione sociale della maggior parte delle vittime. Quasi tutti appartenevano alle “classi subalterne”, le stesse che maggiormente si erano rese protagoniste del tentativo di stroncare il fascismo e contemporaneamente di rovesciare l’ingiusto ordine sociale esistente. Questo particolare può far comprendere anche quali siano stati i costi umani complessivi. Basti pensare alla miseria in cui precipitarono migliaia di famiglie proletarie la cui stessa sopravvivenza dipendeva per lo più dal lavoro degli assassinati. L’impiego di misure repressive contemplanti la pena di morte non si esaurì comunque con la fine degli anni quaranta. Le esecuzioni continuarono ad essere adottate sistematicamente anche negli anni successivi. Sotto certi aspetti addirittura si perfezionarono a scopo preventivo e come deterrente nei confronti di una guerriglia che andava diffondendosi. Avviata nei PPCC da militanti anarchici come Francisco Sabatè Llopart (El Quico, già integrato nella Colonna Durruti), Facerias e Capdevilla (Caraquemada), seppe mantenersi fino al MIL, il gruppo di Oriol Solé e Puig Antich (giustiziato nel 1974).
    Era del 1959 la Legge di Ordine Pubblico con cui la pena di morte veniva estesa a tutti i “delitti contro lo Stato”. Nel 1963 veniva poi creato il famigerato Tribunale di Ordine Pubblico, lo stesso che condannerà a morte Puig Antich e il Txiki. Sempre nel 1963 suscitarono condanna a livello internazionale le esecuzioni del comunista Juan Grimau (20 aprile) e degli anarchici Joaquin Delgado e Francisco Granados (17 agosto). Infine, nel 1964, il famoso Decreto-Legge “contro il banditismo”, responsabile della morte di tanti oppositori. Ovviamente il maggior numero delle vittime era costituito da militanti (anarchici, indipendentisti, comunisti, sindacalisti…) ammazzati lungo le strade, in maniera alquanto informale, da vere e proprie squadre della morte di stato. Altri, anche solamente sospetti, morivano nelle carceri, nelle caserme della GC e nei commissariati a causa di percosse e torture o grazie allo stratagemma della “ley de fuga”. Per restare in Catalunya, rimane emblematico il caso dell’operaio di origine andalusa Cipriano Martos, aderente al Fronte rivoluzionario antifascista patriottico (il Frap, operante in tutta la penisola, sosteneva l’autodeterminazione di PPCC, Euskal Herria e Galizia). Cipriano venne ammazzato nella caserma della Guardia Civil di Tarragona il 17 settembre 1973. Nel corso dell’anno sia la GC che la BPS (Brigata politico-sociale) praticarono la tortura in maniera indiscriminata. Come mi raccontava un ex esponente del Frap “timpani e costole rotte non si contarono e i muri delle celle rimasero letteralmente ricoperti di sangue”. Ricordava anche di essere stato “arrestato in maggio a Barcellona insieme a decine di altri militanti. E tutti, chi più chi meno, subimmo la tortura”. Quanto a Cipriano, nonostante maltrattamenti e percosse, non aveva dato nessuna informazione ai suoi aguzzini. Questi allora lo costrinsero a ingerire acido solforico. Trasportato in ospedale gli venne praticata la lavanda gastrica. Ricondotto in caserma venne nuovamente torturato e ancora costretto a ingerire altro acido solforico. Una seconda lavanda gastrica risultò del tutto inutile. Sul suo martirio lo scrittore Miguel Bunuel ha scritto il breve ma toccante testo “El desaparecido”.

    Nei confronti del franchismo era prevalso un atteggiamento sostanzialmente benevolo, sia da parte del Vaticano che di Washington. Una sorta di “revisionismo storico” meno sfacciato di chi pretende di stabilire che in fondo Hitler avrebbe sterminato “soltanto” tre o quattro milioni di ebrei (invece di sei, senza contare slavi, sinti, rom, oppositori e “antisociali” vari), ma non meno infido. Una rivisitazione della Guerra Civile che tende a riabilitare Franco come “fascista buono” (dal volto umano?), un difensore degli ebrei perseguitati, contrapposto al “fascista cattivo” Hitler. Almeno 30mila ebrei sarebbero stati salvati dall’intervento del generalissimo “Caudillo de Espana por gracia de Dios” che avrebbe agito per un senso di carità cristiana.

    Pesanti tentativi di riabilitare Franco erano apparsi sul “Sabato” all’epoca della gestione Liguori (“Straccio”, un ex di Lotta continua) e da qui erano poi filtrati in ambienti pidiessini (siamo nei primi anni novanta). Elemento comune, l’apprezzamento incondizionato (sia da parte del “Sabato” che del Pds) per la politica economica-sociale dell’allora capo del governo spagnolo, il “modernizzatore Gonzalez” – considerato – “il miglior interprete dell’ultima fase del franchismo”, uno dei garanti della transizione, ma anche della continuità. Soprattutto della continuità dei profitti delle banche. Per maggiori dettagli rimando ad un libro di Ricardo de la Cerva (ex ministro della Cultura e funzionario dell’apparato franchista). Nella sua “Storia del franchismo” il ruolo fondamentale poi assunto da Gonzales e dal PSOE nella “riforma” appare già definito e programmato almeno dal 1974 quando venne individuato dal regime come “personaggio affidabile”.
    A questa tesi potrebbe aver contribuito involontariamente anche Deaglio (altro ex di Lc) con il suo libro su Perlasca. Effettivamente il Perlasca che si prodigò coraggiosamente per salvare migliaia di ebrei ungheresi, in qualità di “console” (fittizio) di Madrid presso l’ambasciata spagnola di Budapest, era stato un ammiratore più di Franco che di Hitler e Mussolini. In tale veste era stato volontario nella Guerra Civile a fianco dei falangisti contro i repubblicani. Pensando forse che massacrare braccianti e operai in odore di anarchismo e comunismo (o indipendentisti baschi e catalani) non era poi cosa tanto riprovevole.
    Era poi significativo che un andreottiano di ferro – ma ben visto anche in ambienti neo-socialdemocratici – come Giancarlo Elia Valori (presidente della Società Meridionale Finanziaria, da sempre in buoni affari con i governi spagnoli, prima con Franco poi con Gonzalez) avesse consacrato i meriti di Franco nel “gettare le basi dell’attuale boom economico” (anni novanta, beninteso). Secondo Valori, il caudillo avrebbe “affidato molti posti di comando a elementi di primordine. Alcuni appartenevano all’Opus Dei mentre altri erano dei tecnocrati puri. Fu questa classe dirigente -proseguiva G.E. Valori – a promuovere le prime aperture economiche e a far uscire la Spagna dall’isolamento”. E con questo trovava ulteriore conferma la continuità ideale tra Franco e Gonzalez sul piano della restaurazione capitalista. Della sostanziale continuità su altri piani (negazione del diritto all’autodeterminazione, strapotere dell’apparato militare, mantenimento di metodi repressivi infami come la tortura e la guerra sporca) si è già parlato ampiamente in altre occasioni (v. “Indiani d’Europa – Euskal Herria” edizioni Scantabauchi – Raixe Venete).
    Gianni Sartori

    * Fermo restando che il fatto di essere stata in seguito adottata dall’Oas basterebbe e avanzerebbe per screditarne l’uso e l’abuso agli occhi di chi crede nel diritto dei popoli all’autodeterminazione (in questo caso gli algerini).

    **Quanto alla vicenda del“sidro Bobby Sands” (prodotto -pare- da CasaPound-Italia di Bolzano !?! Ma si può?) mi sembra che l’intervento dei Repubblicani irlandesi sia stato chiarificatore. Hanno spiegato senza mezzi termini di non aver gradito il tentativo di appropriarsi da destra (oltretutto a scopo commerciale) del nome di un martire della lotta di liberazione.

    ***E se qualche esponente del “settore destro” fosse già ai blocchi di partenza per le solite obiezioni (“…e i popoli oppressi da Stalin? E Pol Pot? E le madonne pellegrine?”)? Magari un’altra volta. Non è che uno deve sempre riscrivere la genesi del mondo. Fosse per me, effetto collaterale dei miei trascorsi giovanili (libertari e consiliari), starei sempre a occuparmi della Commune di Parigi, di Kronstadt e dell’Ucraina makhnovista, di Rosa Luxemburg e della Repubblica dei consigli in Baviera, del maggio 1937 a Barcellona, di Camillo Berneri e Francesco Ghezzi o della rivolta ungherese del 1956. Avviata, va ricordato, dall’iniziativa di un consiglio operaio in una fabbrica di lampadine di Budapest (e quindi, almeno all’origine “sovietica” o, gramscianamente “soviettista”- rileggersi Umanità Nova e l’Internationale Situationiste dell’epoca). Ma non è detto che a tutti possa interessare.

    **** Raccontano i biografi che quel giorno Franco stava a letto con il raffreddore, ma che “si alzò dal letto per correggere il bollettino di guerra che la Radio nazionale trasmetteva quotidianamente”. Firmato dal caudillo, alle 22, 30 il bollettino venne letto agli spagnolo dall’attore Fernando Fernandez de Cordoba: “Oggi, catturato e disarmato l’esercito rosso, le truppe nazionali hanno conseguito i loro ultimi obiettivi militari. La guerra e finita. Burgos, 1 aprile 1939, Anno della Vittoria”. Un macabro “Pesce d’Aprile” destinato a durare quasi 40 anni.
    ***** A tale proposito riporto quanto mi venne raccontato da un cileno di origine catalana, all’epoca rifugiato in Veneto dopo il golpe di Pinochet. Pablo Neruda ebbe un ruolo significativo nel salvataggio di alcune migliaia di antifranchisti (in maggioranza catalani ) rifugiati in Francia e che rischiavano, con l’arrivo imminente delle truppe naziste, l’estradizione nelle mani di Franco. Il poeta aveva organizzato la fuga via mare, ma al momento della partenza le autorità francesi non volevano più concedere il permesso dato che sulla nave c’erano almeno il doppio dei passeggeri consentiti (seimila invece di tremila). Allora Neruda estrasse una pistola e, ritto sul molo, se la portò alla tempia, minacciando il suicidio se non fosse salpata con tutti i rifugiati. Alla fine comunque la nave partì. Sempre secondo la mia fonte tra i passeggeri ci sarebbero stati i genitori, catalani, della futura moglie di Salvador Allende e sembra che anche la famiglia di Allende fosse di origini catalane. Singolare coincidenza: il giorno del golpe di Pinochet (appoggiato dagli Stati Uniti) e della morte di Allende fu l’11 settembre 1973. Ma l’11 settembre è anche il giorno della Diada, la festa nazionale catalana in ricordo della caduta di Barcellona nel 1714. Negli ultimi anni della sua vita Neruda fu un sostenitore entusiasta dell’esperienza del governo di Allende, anche come ambasciatore a Parigi. La sua morte avvenne nei giorni del golpe (non si esclude che sia stato assassinato dalla giunta militare), in pieno clima di feroce repressione e assunse un valore simbolico di resistenza alla dittatura e all’imperialismo statunitense.
    Altri poi hanno voluto cogliere una qualche “coincidenza sincronica” tra il golpe fascista appoggiato dagli Usa in Cile nel 1973 e l’11 settembre 2011.
    GS

  2. L’orrendo genocidio di un popolo non può cancellare la sua memoria, la sua cultura e la sua storia. Perché non si ripeta più un simile eccidio dedico questa mia poesia al popolo armeno. “Intenso sguardo armeno”
    L’iride colore dell’arcobaleno/bacia il cielo e la terra …/Tra i nodi del tappeto,/
    nella paziente attesa,/i grandi occhi armeni/spendono come stelle/
    nell’azzurro profondo della sera./Note frapposte fra fili di lana,/
    suoni lontani d’antica musica,/s’imprimono sul delicato tessuto/e la trama del tempo …/L’intenso sguardo riflette/l’orientale luce di vita/del popolo armeno/
    fra fioche luci lunari/e odori fragranti di spezie./I grandi occhi armeni/
    riflettono d’amor proprio/e nulla può cancellare/tale preziosa ricchezza./
    Il tempo farà il suo corso,/sempre aperte resteranno/le finestre dell’anima/
    nell’iride colore dell’arcobaleno.
    Giovanni Teresi – teresi_giovanni@libero.it

  3. quando iniziai a leggere un libro sul genocidio Armeno faticavo a credere che ci fosse stata tanta violenza e crudeltà nei confronti di questo popolo,ma così è stato . è giusto parlarne.

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