Acqua: no alla privatizzazione. La Consulta: vale il referendum

FONTE ORIGINALE: qn.quotidiano.net

CON LA NORMA sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, contenuta nella manovra-bis dell’estate scorsa, il governo dell’epoca scivolando proprio sull’acqua ha combinato il classico pasticcio. Lo dice la Corte Costituzionale con la sentenza pubblicata ieri che ‘boccia’ l’articolo 4 del decreto legge 13 agosto 2011 n°138 perché «viola il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’articolo 75 della Costituzione». In pratica, perché tentava di aggirare il verdetto del referendum che il 12-13 giugno di un anno fa sancì la natura di bene comune non alienabile del cosiddetto «oro blu».
Per i movimenti dell’acqua pubblica questa sentenza rappresenta «una grande vittoria e un monito al governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni: l’acqua e i servizi pubblici devono essere pubblici».
Il ricorso alla Corte contro l’articolo ora dichiarato incostituzionale, era stato presentato da 6 Regioni: Puglia, Lazio, Marche, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna.
IMPIETOSA la motivazione della Consulta verso la scrittura stessa della norma finita nel mirino. «Nonostante l’esclusione dall’ambito di applicazione della nuova disciplina del servizio idrico integrato — si legge nella sentenza, scritta dal giudice Giuseppe Tesauro — risulta evidente l’analogia, talora la coincidenza», della norma impugnata rispetto a quella abrogata dal voto popolare, nonché «l’identità della ‘ratio’ ispiratrice». «Tenuto, poi, conto del fatto che l’intento abrogativo espresso con il referendum riguardava pressoché tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica — scrivono ancora i supremi giudici delle leggi — non può ritenersi che l’esclusione del servizio idrico integrato, dal novero dei servizi pubblici locali ai quali una simile disciplina si applica, sia satisfattiva della volontà espressa attraverso la consultazione popolare».
RIVENDICA il suo posto di diritto sul carro dei vincitori il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro: «Abbiamo fatto parte del comitato referendario insieme ai movimenti e alle associazioni e vigileremo, fuori e dentro il Parlamento, affinché il responso dei cittadini e la sentenza della Corte Costituzionale vengano rispettati».
Particolarmente forte l’impatto della sentenza a Roma, lungo il cammino già accidentato del sindaco Gianni Alemanno verso le elezioni comunali del prossimo anno. La bocciatura dell’articolo della Finanziaria-bis 2011 «che disponeva la possibilità di privatizzazione dei servizi pubblici da parte degli enti locali, pone la parola fine sulla vicenda Acea: è bene che Alemanno e la sua Giunta ne prendano atto», commenta Francesco Pasquali (Fli), vicepresidente della commissione Ambiente alla Regione Lazio.

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