Accordo fatto, nel 2014 si voterà per l’indipendenza della Scozia

di STEFANO MAGNI

Accordo fatto. Siate marito e moglie finché referendum non vi separi, quando il popolo lo chiederà, alla fine del 2014.

Così si possono riassumere i termini dell’intesa fra David Cameron, premier britannico e Alex Salmond, primo ministro della Scozia, firmata questo pomeriggio ad Edimburgo. Pacificamente e senza reciproche accuse, i due Paesi, uniti sotto la corona di Londra dal 1707, hanno deciso di mettersi alla prova del consenso per determinare il loro futuro. Londra ha trasferito a Edimburgo i poteri necessari per indire un referendum sulla secessione. Il quesito sarà una sola domanda: un sì o un no. Dentro o fuori dal Regno Unito. Dunque sono state scartate tutte le ipotesi intermedie, di compromesso, come quelle di una devolution più radicale di poteri. Il passaggio provvisorio di consegne al parlamento scozzese per l’organizzazione del referendum è avvenuto entro i limiti legali: è previsto dal Capitolo 30 dello Scotland Act del 1998 (la devolution). Adesso spetta ad Edimburgo fissare la data della consultazione, che comunque dovrà avvenire entro la fine del 2014. Per Alex Salmond, si tratterà di un processo politico tutto “made in Scotland”, come ha dichiarato in conferenza stampa subito dopo la storica firma. Entrambe le parti, sia Londra che Edimburgo, si impegnano a rispettare la volontà popolare, qualunque essa sia. E promettono di agire per il bene del popolo scozzese.

Indipendentemente da come andrà alle urne, entrambe le nazioni rimarranno sotto l’unica corona britannica, all’interno del Commonwealth.

Un memorandum di intese è stato firmato da entrambe le parti, per concordare “dettagli” importanti: il referendum sarà condotto nel rispetto della legislazione vigente, che garantisce libertà ed equità del voto.

Il memorandum stabilisce anche un ruolo consultivo della Commissione Elettorale, a cui dovrà essere sottoposto in esame il quesito, una volta scritto. Ma sarà sempre il parlamento scozzese a dover dire l’ultima parola. Dettaglio interessante: sarà sempre il parlamento scozzese, potenzialmente secessionista, a decidere chi avrà diritto di voto. Fermo restando che questa facoltà sarà garantita a tutti coloro che oggi già vanno alle urne per le istituzioni scozzesi (locali e nazionali), il parlamento di Edimburgo potrà cambiare l’età minima degli elettori, portandola dai 18 attuali ai 16 proposti. In questo modo, Salmond ha ottenuto di poter contare anche sui giovani e giovanissimi, su cui l’indipendentismo fa più presa. Entrambe le parti si sono assicurate spazi eguali sulla Bbc per gli spot referendari. Saranno sempre gli scozzesi a decidere quali limiti porre alla spesa per l’organizzazione del voto e delle campagne che lo precederanno.

Da parte di David Cameron, parte da subito la campagna di persuasione a favore dell’unione: il voto “…Spiana la strada alla risoluzione della più grande domanda: una Scozia separata o un Regno Unito? Io sosterrò pienamente il nostro Regno Unito, ma ora tocca alla gente della Scozia prendere questa storica decisione. Il futuro vero e proprio della Scozia dipenderà dal loro verdetto. Questo accordo consegna il referendum alla gente”. Da parte sua c’è la convinzione che la Scozia non dichiarerà mai l’indipendenza. La nazione nordica, infatti, riceve da Londra 30 miliardi di sterline all’anno (l’equivalente di 37 miliardi di euro), che costituiscono gran parte del bilancio di Edimburgo. Come documenta l’associazione libertaria Taxpayer Scotland, la nuova nazione, una volta indipendente, rischia di veder schizzare alle stelle il proprio debito pubblico. Il governo scozzese ha preso la scusa dei proventi petroliferi (che non sono sufficienti) per moltiplicare la spesa pubblica. E uno degli argomenti più utilizzati dai secessionisti è proprio la conservazione del welfare, che il governo Cameron sta tagliando. Però, proprio per questo, nel caso si dovesse gestire da solo la cassa, senza più il cordone ombelicale di Londra, potrebbe trovarsi di fronte a un debito pubblico di 300 miliardi di euro, sempre secondo i calcoli della Taxpayer Scotland. Se i loro conti sono giusti, la Scozia potrebbe diventare una seconda S nell’acronimo PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Da parte di Alex Salmond, l’accordo di Edimburgo va visto come un “Giorno storico per la Scozia e credo sia un passo avanti sulla strada dell’autodeterminazione. L’accordo di Edimburgo significa che noi avremo un referendum, entro due anni, che sarà organizzato dal parlamento scozzese per nome e per conto del popolo scozzese”. Senza debiti, però. E sarà compito del suo governo risolvere la grave questione economica. Lo statalismo, purtroppo per gli indipendentisti, è il peggiore nemico dell’autodeterminazione. Se ti indebiti, rischi di rimanere sempre dipendente da qualcuno. Al di là di facili trionfalismi, è questa la lezione che dovrebbero imparare tutti gli indipendentisti.

 

 

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