Lobby italiane in Ue: legione di imboscati da 450 milioni di euro

di ELSA FARINELLIlobby2

C’è un rapporto, interessante, curato da Paolo Raffone per CIPI FOUNDATION, che fotografa la situazione del lobbying italiano a Bruxelles. Va detto che se l’attività è proficua, ed è concentrata sul portare a casa risultati per la propria economia, per l’immagine e l’autorevolezza di una realtà, sia essa nazionale o regionale, essere a Bruxelles per esportare il meglio dei propri territori non fa una grinza. Sono denari ben investiti. Il problema è un altro. Quanto contiamo in Europa e l’autorevolezza che abbiamo è il metro di confronto per capire se quei soldi sono stati un investimento o uno spreco, una duplicazione di uffici. Di nomine, di direttori, dirigenti, faccendieri più che “missionari”.

 

In cosa consiste l’attività’ di lobbying? Spiega il rapporto: “E’ un’attività’ lecita che deve ostentare trasparenza d’azione ed un’etica irreprensibile. A livello europeo rappresenta una tecnica che serve ad influenzare i procedimenti decisionali che determinano le policy, le norme, i regolamenti e la gestione del bilancio comunitario. E’ uno strumento che permette a individui, imprese e Stati di tutelare il proprio self-interest”. E qui la prima domanda: risultati?

Eppure, spiega Raffone, “il bilancio dell’Unione europea è di circa 824 miliardi di euro di cui il 90% è destinato al cofinanziamento dei programmi e progetti comunitari”. Certo, basta vedere poi che fine fanno i fondi Ue. Quanti ne siamo capaci di intercettare e spendere. Asini.

Fare lobbyng bene è importante, perché  i diversi concorrenti spendono circa 90 euro di milioni l’anno in azioni di lobbying a Bruxelles… Perché Bruxelles-Washington-Pechino sono i tre pilastri strategici del sistema economico e di sicurezza globale”.

Risultati dei nostri lobbisti? Vediamo intanto quanti sono e dove sono. In che modo e’ distribuita la presenza italiana a Bruxelles? Chi sono gli attori?

“Si contano circa 119 uffici di collegamento e di rappresentanza con le istituzioni europee”. Si tratta di una seconda Roma, dove i ministeri si moltiplicano, di fatto. “Sono presenti 2.638 funzionari della Commissione Europea, 78 parlamentari presso il Parlamento Europeo, 7 rappresentanze dello Stato, 21 uffici regionali e provinciali, almeno 16 associazioni e federazioni industriali e settoriali nazionali confederate, più di 13 associazioni di settore, più di 14 uffici dei gruppi industriali, più di 17 gruppi finanziari e assicurativi, oltre a studi legali, società di consulenza, associazioni della “società civile”, università…”. Un altro Stato, di fatto. Di cui nulla o poco si sa e di cui nulla si rendiconta.

La presenza numerica italiana a Bruxelles è stimata a più di 6.500 persone, “con un costo indicativo che, escludendo i 2600 funzionari italiani presso le istituzioni comunitarie, supera i 450 milioni di euro l’anno”. Una mezza manovrina.

Risultati di questa legione straniera? Risultati da imboscati o da efficienti manager?

“Come viene percepito il lobbying italiano a Bruxelles? Riflette la frammentazione e il particolarismo che esiste in Italia. Riflette una condizione strutturale sfavorevole ed un’eccessiva improvvisazione nella gestione degli affari europei. Si caratterizza per una scarsa propensione a costruire alleanze a sostegno dei propri interessi e di inserirle in una più ampia strategia. Assume un atteggiamento troppo informale e dipendente in prevalenza dal credito personale invece che da quello del sistema-paese…”. Andiamo avanti: “Risente di un deficit di formazione e di conoscenza sull’Europa”. E per mantenere questa legione straniera, dai risultati scadenti, paghiamo pure. Una tassa sull’euro. Complimenti.

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