30 anni dalla strage di Capaci. I misteri che avvolgono ancora la morte di Falcone

Quattrocento chili di esplosivo, uno skateboard e un radiocomando per modellini d’aereo. Questi tre elementi e un “clic” dalla collina che sovrasta l’autostrada a Capaci cambiano in un secondo la storia d’Italia. Ci pensa Giovanni Brusca, soprannominato ‘u verru’ (il porco) a premere il pulsante che alle 17.58 del 23 maggio 1992 spazza via 500 metri di autostrada uccidendo il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Diccillo.

I feriti sono 23. Brusca l’ha già fatto con l’autobomba che ha ucciso il giudice Rocco Chinnici ed è dunque l’uomo giusto per “l’attentatuni” alle porte di Palermo. Capaci è la dichiarazione di guerra di Totò Riina allo Stato, è la prova di forza nei confronti dei referenti politici a Roma incapaci di aggiustare le sentenze del maxiprocesso, di dare un colpo di spugna ai 19 ergastoli e oltre 2.600 anni di carcere inflitti a Cosa nostra. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, il referente di Andreotti in Sicilia, colpiscono Falcone e 55 giorni dopo Borsellino, i due giudici che hanno istruito il maxiprocesso. E’ il primo duro colpo a una mafia fino ad allora convinta di essere impunita.

Quattrocento chili di esplosivo, in parte da cava, in parte tritolo e T4, vengono sistemati dentro 13 bidoncini e infilati giorni prima in un cunicolo per lo scolo dell’acqua piovana grazie ad uno skateboard legato ad un filo. E’ l’8 maggio, quindici giorni prima della strage. La mafia attende la telefonata da Roma, quella che deve dire: “è partito! Arriva all’ora x”. La telefonata che dà il piano di volo del Falcon 50 noleggiato dal Sisde con l’orario di arrivo a Palermo. Non si è mai saputo chi chiamò i corleonesi per avvisarli della partenza del giudice e della moglie dalla capitale. Fa parte di uno dei tanti misteri e depistaggi che avvolgono la stagione delle stragi.  Dall’agenda rossa di Borsellino sparita al il falso pentito Scarantino, dalla presenza di uomini dei servizi in via D’Amelio alla presunta trattativa Stato mafia.

L’Italia intera è stordita. A Milano il pool di mani pulite è osannato più di una rock star, l’opinione pubblica vede nei magistrati l’unica speranza per ripulire il paese da corruzione, mafia e malapolitica. Capaci è un pugno in faccia, che ha l’unico merito di risvegliare italiani e siciliani da torpore e rassegnazione. La strategia stragista continua con via D’Amelio e nel 1993 con le bombe di via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e le chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma.

Una parte della politica ha paura, probabilmente tratta con i mafiosi. Di sicuro lo Stato reagisce. La società civile reagisce. A Palermo arriva Giancarlo Caselli a guidare la procura dei veleni. Dirà: “Ho trovato macerie ma non era quello il momento di guardare al passato, dovevamo essere compatti e così è stato”. In Sicilia sbarcano 7 mila soldati per presidiare il territorio. Nel gennaio 1993 viene arrestato Totò Riina. E’ l’inizio della riscossa che porta all’arresto dei boss latitanti Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza e Pietro Aglieri. L’ultimo padrino corleonese catturato è Bernardo Provenzano nel 2006. All’appello manca soltanto Matteo Messina Denaro, latitante da 29 anni. Sulla primula rossa di Castelvetrano in provincia di Trapani aleggia la protezione dei servizi deviati. Blitz, arresti di parenti e amici, sequestri da centinaia di milioni di euro non sono ancora bastati a trovarlo. E il prossimo anno anche per lui saranno 30 anni da fantasma.

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