2° CONGRESSO GRANDE NORD – OLIVIERI: LA GUERRA DELLO STATO ITALIANO AI CETI PRODUTTIVI

di Giuseppe Olivieri – Negli ultimi anni in Italia si è verificato un colossale trasferimento di ricchezze dal settore privato
al settore statale.
Tutto l’ordinamento politico, amministrativo e giudiziario italiano è congegnato in modo da far prevalere sempre l’interesse dei consumatori di tasse su quello dei pagatori di tasse. Nella giurisprudenza amministrativa e costituzionale anche le forme più ingiuste di privilegio diventano automaticamente intoccabili “diritti acquisiti” se vanno a vantaggio dei tax-consumers (come l’illicenziabilità, i vitalizi, le pensioni d’oro, baby, doppie o triple), ma lo stesso non accade quando i
vantaggi sono a favore dei tax-payers. Ad esempio, una riduzione fiscale non diventa mai un “diritto acquisito” per il contribuente, e può essere sempre revocata dal potere politico.

Tutte le guerre fiscali sono sempre condotte dai potenti e dai privilegiati contro i ceti più indifesi della società. I vincitori di questo scontro, infatti, sono stati i membri della casta (politici e funzionari pubblici), che oggi risultano più numerosi, potenti, ricchi e tutelati. Gli sconfitti sono stati i lavoratori del settore privato, gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, che hanno perso il lavoro, la casa, l’azienda, e sono stati spinti ad emigrare o a suicidarsi.

DISCRIMINAZIONE AI DANNI DEI POSSESSORI DI PARTITA IVA
 circa 8,2 milioni le partite IVA esistenti;
 circa 6,2 milioni le partite IVA attive;
 circa 3,9 milioni le partite IVA di persone fisiche (lavoro libero professionale e autonomo in senso
stretto), di cui: circa 2,2 milioni le partite IVA delle professioni non organizzate in ordini e collegi;
circa 1,1 milioni le partite IVA delle professioni organizzate in ordini e collegi; circa 600mila le false
partite IVA.
 circa 1,9 milioni di professionisti iscritti in 27 ordini e collegi che generano circa il 6.6% del PIL;
 circa 3,5 milioni di professionisti non organizzati in ordini e collegi di cui circa 1 milione iscritto in
circa 1500 associazioni professionali che generano il 9% del PIL a livello individuale ed il 21% con le
aziende collegate.

Questa guerra scatenata dallo Stato contro l’apparato produttivo del paese, tuttora in pieno svolgimento, non ha alcuna giustificazione razionale, né dal punto di vista politico, né dal punto di vista economico. La spesa pubblica italiana era considerata eccessiva già negli anni Novanta; pochi ne chiedevano l’ulteriore aumento, nessuno chiedeva di raddoppiarla in meno di vent’anni. Nella società italiana non è mai esistita una domanda di “maggior Stato” tale da giustificare quell’elenco
interminabile di nuove tasse introdotte negli ultimi anni.

Anche dal punto di vista economico questa offensiva fiscale non sembra avere una legittimazione plausibile. La decisione delle classi governanti di dare il via all’escalation di tasse e spesa pubblica non ha migliorato il livello qualitativo di nessun servizio pubblico rispetto a vent’anni fa, ma ha aumentato a dismisura le occasioni di spreco e di corruzione, ha distrutto una larga fetta del tessuto produttivo privato costringendo alla chiusura centinaia di migliaia di piccole imprese, ha provocato l’aumento della disoccupazione e più in generale l’abbassamento del tenore di vita delle famiglie.

Del tutto pretestuosa, infatti, è l’idea che l’attuale livello esorbitante delle imposte sia necessario per finanziare i servizi pubblici. In realtà lo Stato offre servizi scadentissimi o inesistenti a costi stratosferici, che nessuna persona sana di mente acquisterebbe mai volontariamente sul mercato. È stato calcolato, ad esempio, che per l’istruzione di un alunno lo Stato spende tre-quattro volte più di una scuola privata; che la spesa pubblica pro-capite per la sanità permetterebbe di acquistare sul
mercato tre assicurazioni sanitarie onnicomprensive a testa all’anno; che versando gli ingenti contributi pensionistici in una polizza o in un fondo, un lavoratore privato potrebbe riscuotere, al termine dell’attività lavorativa, una rendita vitalizia dieci volte maggiore della pensione da fame che gli darà l’Inps.

Se i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato avessero libertà di scelta, e potessero rinunciare ai servizi pubblici trattenendo per sé le imposte pagate, si verificherebbe una fuga generalizzata dallo Stato. Tutti preferirebbero l’aumento del 70 per cento dei propri redditi alla fruizione degli attuali servizi pubblici di infimo livello. A quel punto la completa inutilità dello Stato italiano diventerebbe evidente a tutti. L’intera impalcatura statale e tutte le ideologie che la
giustificano crollerebbero come castelli di carta. (L’Indipendenza)

Nell’immaginario collettivo, il lavoratore Autonomo e la Partita Iva rappresentano la libertà di scelta, di movimento, di organizzazione del lavoro per la possibilità di allestire il proprio ufficio anche in casa propria, di gestire autonomamente il proprio tempo e di evitare colleghi.
Tuttavia ci si sofferma molto poco sul fatto che, se da un lato, essere “il capo di se stessi” può dare tante soddisfazioni, al contempo può far incappare il lavoratore nella paura, nella solitudine e in una dose ingestibile di stress.

Gli Autonomi e le Partite Iva, infatti, lavorano senza orari, non hanno ferie, né malattie pagate, nessuna tutela, nessun contratto; ogni giorno fanno i conti con la concorrenza spietata e con i clienti che non pagano.
Le costanti preoccupazioni finanziarie, organizzative o gestionali, ritmi e carichi di lavoro eccessivi o sballati, frustrazione e perdita di autostima sono tra le cause/sintomi più ricorrenti di un forte disagio psicologico e fisico.
Questi elementi determinano disturbi del sonno, sintomi della depressione e il cosiddetto “presenteeism”, un termine che viene tradotto con “l’essere presenti sul luogo di lavoro [anche in senso lato] oltre l’orario richiesto, soprattutto come manifestazione di insicurezza sul proprio futuro lavorativo”.

Per un giovane, in particolar modo, l’apertura della partita Iva spesso è vissuta come un espediente che un committente gli impone per evitare di assumerlo come dipendente! Di qui il paradosso, a fronte di un’entrata certa e fissa che consenta di sopportare le spese primarie si lavora come un dipendente ma senza tutte le garanzie della contrattazione collettiva; sempre nella consapevolezza di dover dimostrare di essere all’altezza, per paura di essere cacciati.
E’ opportuno evidenziare come, quando un autonomo chiude una Partita Iva non disponga di alcuna misura di sostegno al reddito. (Autonomiepartiteiva.org)
Tra i Paesi dell’Area dell’euro i dati della Banca Mondiale ci dicono che solo la Francia (con il 60,7 per cento) registra una pressione fiscale sui profitti delle imprese superiore a quella italiana.
Oltre ad avere la pressione fiscale sulle imprese tra le più elevate d’Europa, l’Italia è il Paese, assieme al Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile. Da noi sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute; per completare tutte le dichiarazioni dei redditi e per presentarle all’Amministrazione finanziaria; per effettuare il pagamento on line o presso le autorità preposte.
In Francia, l’unico Paese UE con un carico fiscale sulle imprese superiore all’Italia, per espletare le incombenze burocratiche derivanti dal pagamento delle tasse sono necessari solo 17 giorni, mentre la media dell’Area dell’Euro è di 18 giorni. (agi.it)

ANALISI COMPLESSIVA SUICIDI PER MOTIVAZIONI ECONOMICHE (2012-2019)
Dal 2012 sono in totale 1.086 in Italia i casi di suicidio per motivazioni economiche. A rilevarlo l’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche”, istituito all’interno di Link LAB, il Laboratorio di Ricerca sociale della Link Campus University che dal 2012 monitora e analizza il fenomeno dei suicidi legati alla crisi e alle
difficoltà economiche nel nostro Paese.

Nel tempo è cresciuta la percentuale degli imprenditori suicidi mentre, di contro, si è abbassata quella relativa a disoccupati e dipendenti: nel 2019 si attestano infatti al 31,6% i senza lavoro che si sono tolti la vita, con un decremento percentuale del 5% circa rispetto all’anno precedente e addirittura pari al 17% rispetto al 2014.
Allo stesso modo, scende significativamente il numero dei suicidi tra i lavoratori dipendenti: 6,2% nel 2019, con una contrazione del 7,4% rispetto al 2018 e dell’8,6% rispetto al 2015.
L’analisi complessiva dei dati relativi al periodo 2012-2019 conferma gli imprenditori come la categoria più colpita con il 43,1% del totale dei casi; a seguire, i disoccupati con il 39,3% e i dipendenti che, nell’arco di 8 anni, raccolgono l’11,3% degli episodi. Più circoscritta la percentuale di pensionati – pari al 3,2% – che in questi anni hanno visto nel gesto estremo l’unica via di uscita all’impossibilità di affrontare le spese quotidiane.

Aumento vertiginoso del numero di suicidi tra gli imprenditori nel 2019 venendo a rappresentare circa il 60% del totale (98) dei casi registrati nell’intero anno.
Per ciò che riguarda la distribuzione geografica, l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio riconduce il fenomeno per lo più alle regioni del nord Italia, che complessivamente raccolgono il 43,4% dei suicidi in 8 anni: nel dettaglio, il 23,9% nel Nord-est, con in testa la regione Veneto con il 15,4% del totale dei casi (e la provincia di Padova tra le più colpite), e il 19,5% nel Nord-ovest, che fa invece registrare un numero elevato soprattutto nella regione Lombardia (8,6%). Si attestano invece al 24,6% i suicidi nelle regioni del Sud con la Campania la regione più colpita (13,8%) e al 21,4% le regioni del centro Italia, con in testa il Lazio (7,1%). In coda le Isole con il 10,4% dei suicidi, soprattutto in Sicilia (7,8%).

Dall’analisi complessiva, infine, emerge come dal 2012 al 2019 la fascia d’età più esposta risulta quella dei 45- 54enni, con un’incidenza pari al 34%, nonostante continui a preoccupare la progressiva crescita del numero di suicidi tra i più giovani: complessivamente infatti rappresentano il 20% del totale i suicidi tra i 35-44enni e il 10% circa quelli tra gli under 34 (di questi il 7,3% tra i 25-34enni e l’1,7% tra i minori di 25 anni).

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

2° CONGRESSO GRANDE NORD - ROMA DOMINA ATTRAVERSO LE TASSE. BERNARDELLI: SE FOSSIMO IN SVIZZERA...

Articolo successivo

Il commissario Ue Breton: Senza il gas di Putin si torna al nucleare e al carbone. Situazione critica per Italia e Germania