150 miliardi per tutti, una proposta originale per peggiorare la crisi

di MATTEO CORSINI

Matteo Renzi è un fiume in piena: “All’Europa è arrivato forte e chiaro il messaggio che così come stiamo andando non va bene… potremo fare un’operazione keynesiana straordinaria in 5 anni: più di 150 miliardi di euro”.

In Italia (e non solo) l’offerta politica di qualsiasi partito o movimento che si presenta a qualsivoglia competizione elettorale è, con rare eccezioni che solitamente (ahimè) finiscono nell’irrilevanza, una variazione sul tema keynesiano. Magari in alcuni casi le proposte sono più conformi agli scritti originali del “maestro” e in altri meno, ma tutte hanno come punto di partenza l’intervento dello Stato per “favorire la crescita e l’occupazione”, o incentivi a questo o quel settore. Il tutto, ovviamente, utilizzando la leva fiscale e la spesa pubblica. Una delle rivendicazioni di lungo periodo del variopinto universo keynesiano consiste nella distinzione tra spesa corrente e spesa per investimenti.

Per fare un paio di esempi, lo stipendio di un dipendente pubblico è spesa corrente, mentre la costruzione di un ponte è considerata un investimento. Passi pure per la distinzione, anche se la conseguenza che ne traggono i keynesiani risulta essere fuorviante. Si tratta dell’idea di non considerare la spesa per investimenti nel calcolo del deficit pubblico (la cosiddetta “golden rule”), perché a fronte della spesa si costruisce un bene che produrrà reddito direttamente o indirettamente. Credo che i problemi di questo ragionamento siano molteplici. Il primo, e più generale, consiste nel fatto che a stabilire cosa è un investimento sarebbero gli stessi che propongono la golden rule. La storia, non solo italiana, è piena di “investimenti” pubblici e di imprese pubbliche che sono stati autentiche idrovore di denaro finiti nel fallimento o, nella migliore delle ipotesi, sono costati un multiplo di quello che sarebbero costati se fatti da privati. E spesso solo la volontà politica ha consentito di definire tali spese “investimenti”, così come con un provvedimento legislativo si pretende di stabilire come debba essere fatta una banana per essere definita tale. In secondo luogo, a definire l’opportunità di un investimento pubblico e a sopportarne gli oneri non sono coloro che decidono che si debba fare, bensì coloro che sono costretti a pagare le tasse, spesso neppure elettori di chi decide. Last, but not least, che si tratti di spesa corrente o di investimento, le risorse devono comunque essere trovate. Se non le si trova con la tassazione attuale, occorre fare deficit (tasse future o inflazione futura).

Supporre che basti la volontà politica per non considerare deficit una spesa per finanziare la quale non basta il gettito fiscale si scontra con la necessità di far quadrare la cassa. Chi, come Renzi, parla (a vanvera, a mio parere) di operazioni keynesiane da centinaia di miliardi suppone che i soldi debbano essere messi dal’Unione europea. Ma anche in questo caso, ogni spesa che oltrepassi la somma dei contributi che i singoli Paesi membri versano prelevandoli dalle tasche dei rispettivi cittadini o facendo deficit in casa propria deve essere finanziata mediante debito emesso dall’Unione stessa. E anche questo debito, prima o poi, comporterà un aumento di tasse per i cittadini europei. Come sempre, nessun pasto è gratis. Se le operazioni keynesiane fossero davvero l’elisir per la crescita economica, non si spiegherebbe come mai l’eredità di 80 anni di keynesismo in giro per il mondo consista per lo più in una montagna di debito (a volte neppure riconosciuto ufficialmente, come le passività implicite in tutti i sistemi di welfare pubblico) che si continua a far finta sia sostenibile. Ora, solitamente i difensori del keynesismo rivoltano la questione sostenendo che veniamo da “trent’anni di neoliberismo”.

Qui credo sia utile tornare a quanto ho accennato iniziando questo pezzo: la quasi totalità di chi si candida a governare (da un comune di poche anime agli Stati Uniti) è keynesiano, ancorché si dichiari liberale o liberista (lo stesso Keynes, peraltro, si considerava liberale). Lo è nella sostanza, ogni volta che, a prescindere da quello che dice, non agisce per ridurre il raggio d’azione del proprio governo, riducendo tanto la spesa quanto le tasse. Lo sono stati, per fare alcuni esempi, le amministrazioni di Reagan e Bush negli Stati Uniti, così come i governi di Berlusconi in Italia, ancorché sia luogo comune affermare il contrario. Lo è, a prescindere dalla dichiarazione che ho riportato, anche il governo Renzi. Chi vuol esser lieto sia, disse un suo illustre concittadino qualche secolo fa…

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