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15 SOGGETTI INDIPENDENTISTI IN CERCA DI UNA CLASSE DIRIGENTE

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di ENZO TRENTIN –   Sabato 29 aprile, a San Bonifacio (VR), s’è tenuta l’assemblea pubblica di presentazione d’un nuovo soggetto politico denominato Confederazione Veneta Intergruppi, che raccoglie 15 soggetti cultural-politico-sindacali che aspirano all’indipendenza del Veneto.

 

Diciamo subito che il “progetto autodeterminativo” è per il momento privo di una dirigenza politicamente adeguata. Alcuni sociologi affermano che ci vorranno 10-15 anni per vedere emergere la nuova classe dirigente. Che sarà una minoranza, certo, composta però da soggetti sociali completamente diversi da quelli cui siamo abituati. Sia chiaro: questi soggetti esistono già, si stanno muovendo. Sono sotterranei e silenziosi. Stanno cercando un riconoscimento sociale che finora non hanno avuto. Presto o tardi, ci si accorgerà di loro.

 

Intanto da quanto emerge dal convegno di Intergruppi, sembrano affiorare interessanti indicazioni di percorso:

 

  1. È stata presentata una bozza di progetto istituzionale che ripropone più o meno quanto  pubblicato dal nostro giornale l’8 gennaio 2017. [vedi qui: http://www.lindipendenzanuova.com/indipendentisti-dove-la-classe-dirigente-un-progetto-istituzionale-larengo-veneto-punto-di-partenza/ ]. Tale bozza non è stata approfondita preferendo soffermarsi su un’ampia presentazione delle leggi internazionali (in parte fatte proprie dalle leggi italiane) che prefigurano e consentono l’autodeterminazione del popolo veneto. Ad ogni buon conto si tratta di un Commonwealth (termine inglese composto da common e wealth che vuole dire letteralmente “bene comune”; l’equivalente del latino res publica = “cosa pubblica”), entrato nel linguaggio politico inglese con la repubblica di Oliver Cromwell (1649-1653) per indicare la comunità dei cittadini.
  2. Sta per prendere l’abbrivio un referendum telematico che si svolgerà in due fasi a partire dalla data simbolica del 12 maggio 2017 (il 12 maggio 1797 cadde la Repubblica di Venezia). Nella prima fase ai votanti verrà chiesto di certificarsi per ovviare ad ogni contestazione. In seconda battuta ci sarà il voto vero è proprio che si potrà esprimere nell’arco di più giorni.

 

Su questi due argomenti dettaglieremo nei prossimi giorni. Per il momento ci sia consentito di ritornare al problema sopra accennato: individuare e selezionare una classe dirigente.

 

Nei giorni scorsi abbiamo visto come uno dei componenti di Intergruppi: il “Gruppo Chiavegato”, abbia stilato un accordo politico con la formazione “Siamo Veneto” del Consigliere regionale Antonio Guadagnini. Ebbene, a seguito di questo agreement alcuni indipendentisti che avevano assicurato la loro presenza ai lavori non hanno partecipato. Costoro ritengono che tale intesa sia umanamente comprensibile, ma non accettabile.

 

Lucio Chiavegato ha subito alcune settimane di capziosa carcerazione. Ovvio che desideri “monetizzare” le “sue prigioni“ con un’elezione alla Regione Veneto, senza peraltro sottostare alla legale ma illegittima raccolta di decine di migliaia di firme per la presentazione della sua lista elettorale che sarà assicurata da “Siamo Veneto”. Tuttavia Lucio Chiavegato, da noi espressamente interpellato, non ha da proporre alcuna delibera di riforma istituzionale che potrebbe partire da quell’Ente. Egli auspica l’elezione di un’improbabile maggioranza indipendentista, mentre per il resto rimanda al futuro.

 

E questo ci rimanda alla questione del titolo: dov’è la classe dirigente veneta?

 

I politici – dall’italietta risorgimentale ai giorni nostri – hanno sempre fatto affidamento sul denaro come un’arma per comprare voti, perché si rendono conto che abituare i cittadini alle dispense del governo è il modo più semplice per allevare la docilità di massa, e allungare il loro potere. I politici stanno dividendo i cittadini del “Belpaese” in due classi: quelli che lavorano per vivere e quelli che votano per vivere. Lo conferma l’astensionismo al voto arrivato a circa il 50% degli aventi diritto. Lo Stato onnipotente ha così ucciso la civiltà, la felicità e la democrazia.

 

Ebbene, come ha messo in rilievo Enrico Besta [Il diritto e le leggi civili di Venezia fino al dogado di Enrico Dandolo, in «Ateneo veneto», XX (1897), pp. 291-301], nel parlare dei primordi del diritto veneto, per secoli Venezia non ha avuto leggi scritte, e regolava la sua vita civile, nonché i rapporti tra i privati, basandosi solo sulle consuetudini. Il mutamento è avvenuto con la seconda metà del secolo XII. Si emanerà, dopo di allora, una legislazione scritta, sempre più varia ed abbondante. Saranno norme di diritto pubblico, concernenti i nuovi organi costituzionali, o norme procedurali; altre riguarderanno il diritto privato, come quelle sulle successioni e sulle doti; e altre avranno per oggetto il diritto marittimo. Né si trascurerà il diritto penale: usciva, nel 1181, la promissio maleficiorum del doge Orio Malipiero; la seguirà, nel 1232, la prornissio de maleficio del doge Jacopo Tiepolo, destinata a rimanere, in tal settore, il cardine del diritto veneto. La grande svolta la si avrà nel 1242: quando lo stesso doge Jacopo Tiepolo incaricherà quattro uomini, «disertissimos nobiles et discretos», di prendere in mano tutta la legislazione, di vagliarla, di integrarla, di riordinarla, e di redigere infine un corpo statutario, gli Statuta del Comune Veneciarum. Un lavoro effettuato rapidamente: alla sua abdicazione dalla carica dogale, nel 1249, Jacopo Tiepolo aveva la soddisfazione di lasciare l’opera ormai compiuta, cinque libri di statuti, e, in appendice, gli statuti della «curia di petizion», che riguardavano la procedura.

 

Nel primo prologo premesso agli Statuti, Jacopo Tiepolo, oltre a ringraziare le quattro persone da lui incaricare per il lavoro compiuto, ammoniva i giudici ad applicare gli Statuti con «exacta diligentia» e indicava loro la gerarchia delle fonti del diritto cui attenersi nel caso in cui essi si trovassero davanti a situazioni non previste («cum plura sint negotia quam statuta», spiegava il legislatore). In carenza degli Statuti, dunque, bisognava anzitutto ricorrere all’analogia o a una consuetudine approvata («de similibus est ad similia procedendum, vel secundum consuetudinem approbatam»); per finire, se anche l’analogia fosse impossibile e la consuetudine adatta non esistesse, «disponant nostri Judices» stabiliva il prologo «sicut iustum et aequum eorum providentiae apparebit, habentes Deum ante oculos mentis suae, sic ut in die districti examinis coram tremendo Judice dignam possint reddere rationem». Il diritto romano, o imperiale, era pertanto formalmente escluso dalla gerarchia delle fonti. Non sarà una sistemazione definitiva. Nei primi decenni del secolo XIV, si provvederà ad apportarvi delle correzioni.

 

Per capire la portata di questa architettura istituzionale è utile contestualizzare, ed è allora necessario rilevare che la Magna Carta venne concepita, nel 1215, come un tentativo non riuscito di raggiungere la pace tra i monarchici e le fazioni ribelli. A quel tempo l’Inghilterra era governata da re Giovanni (senza terra), il terzo dei re degli angioini. E Giovanni e i suoi predecessori governavano con il principio della vis et voluntas (o “forza e volontà”), in cui i regnanti godevano di potere esecutivo e potevano talvolta prendere decisioni arbitrarie, spesso giustificando tali azioni sulla base che un re era al di sopra della legge.

 

A quell’epoca in Svizzera i tre cantoni originari stilarono il patto del Grütli del 1291, stringendo un nuovo giuramento e ampliando i contenuti della loro alleanza-unione. Il nuovo patto di Brennen (1315) non è più un accordo giurato da notabili: è un insieme di grandi norme che saranno lette e giurate – e lo saranno per secoli – in ogni Landsgemeinde, dai confederati (Eidgenossen) dicono già i documenti, uomini uniti per giuramento.

 

Ora, ritornando a Venezia, la vera aspirazione delle famiglie venete non è mai stata quella di arricchirsi, ma di salire nella scala socio-intellettuale, e non vi era città europea in cui questa aspirazione poteva essere appagata come a Venezia. In questa città cosmopolita la passione per l’arte arrivava a toccare, in tutti gli strati della popolazione, vere e proprie vette di fanatismo. Ed è naturale che, in una società dove la politica ha un ruolo minimale, la gente cerchi di coltivare la propria vita interiore attraverso l’arte e la cultura. All’opposto, nelle società statalizzate e dominate dai partiti politici, le persone sono sovrastate da incomprensibili questioni sociali alle quali mai in condizioni normali si sarebbero interessate.

 

I politici, gli ideologi, gli organizzatori, i burocrati prendono il posto dei letterati, degli scrittori, dei musicisti o dei pittori, e tutta la vita culturale decade. La politica avvelena i rapporti tra persone che, altrimenti, vivrebbero in pace dedicandosi alla cose importanti della vita: i rapporti famigliari, le amicizie, gli interessi personali. Nella repubblica di Venezia, sino al 1797, i partiti politici erano osteggiati, il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la ripugnante potenza che ha oggi; la libertà dell’agire privato era considerata, cosa oggi appena concepibile, legittima e sottintesa. E la riprova è che a sollevarsi contro l’invasione napoleonica fu il popolo minuto.

 

Per questo c’è chi non si fa convincere quell’Intelligencija prezzolata d’oggidì, volutamente priva di memoria storica e dedita solo alla Dizinformacja. Ed è anche per questo che l’indipendentismo necessita di un’autentica classe dirigente, a meno che non si introducano le elezioni per ballottaggio [vedasi qui: https://www.youtube.com/watch?v=KS9EMvbBq_U&feature=youtu.be ] come nell’antica Repubblica di San Marco, controbilanciato dall’esercizio facile e tempestivo di autentici strumenti di democrazia diretta come in Svizzera. Ma questo lavoro legislativo è ancora tutto da redigere. Chi sarà chiamato a tale importante compito? Al convegno di San Bonifacio non è stato detto!

 

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