ZINGARETTI, L’ECUMENICO SENZA PROSPETTIVE

 

Il seggio del PD in viale Mazzini a Roma per le Primarie del Partito Democratico, 30 aprile 2017. ANSA/CLAUDIO PERI

di GIOVANNI COMINELLI –  Zingaretti non ha prodotto, almeno finora, un’elaborazione intellettuale della propria politica, così che si possa facilmente leggere o prevedere la direzione che il PD ha preso con la sua guida. D’altronde, neppure Renzi. Anche se Renzi, almeno, ha scritto un paio di libri. Un leader di partito parla attraverso le scelte quotidiane, le prese di posizione contingenti, le dichiarazioni di intenzioni. Perciò, per ricostruirne l’identikit/puzzle, è necessario raccogliere pazientemente le tessere disseminate qua e là, per indovinare la sinopia invisibile della cultura politica.

Zingaretti e Renzi: due modi opposti di vedere il partito. La sua vittoriosa campagna congressuale, con il 66% dei consensi al secondo turno delle primarie, è stata condotta all’insegna di “Piazza grande” – titolo di una fortunata canzone di Lucio Dalla – che celebra la piazza di Bologna, dove, come in ogni piazza d’Italia, si incontrano e discutono animatamente le persone fino a notte. Il partito si presenta come un’arena accogliente ed ecumenica. Se Renzi era divisivo, io sono unitivo; se Renzi era arrogante, io umile; se Renzi decisionista solitario, io collettivo. Se Renzi leader, io segretario. Un messaggio che è emerso in tempi recenti è quello del “prima le persone” contrapposto al “prima gli Italiani”, di conio salvinista. Dietro sta l’idea del partito che parte dagli ultimi e dai penultimi, dalle periferie, e di lì muove verso i palazzi del potere. Naturalmente un potere delle persone e per le persone.

Una modulazione ulteriore è quella che contrappone la sinistra che sta “vicina alle persone” alla destra salvinista, che vuole solo il potere. Anche il M5S vuole solo il potere? Nella versione di Zingaretti, sì, ma solo perché momentaneamente traviato dall’alleato. Se si alleasse con il PD, pare di capire, si redimerebbe ipso facto dalla diabolica tentazione. Nella Piazza Grande passa di tutto. Soprattutto le grandi organizzazioni sociali, tra cui i Sindacati e la Confindustria. Se Renzi aveva irruentemente spezzato le intermediazioni tradizionali, per allentare la pressione di potenti corporazioni sociali, che agiscono per poteri di veto e per lobby organizzate in Parlamento, Zingaretti ha scelto la strada opposta: quella di ricucire con i sindacati, in particolare con la CGIL, la cui dirigenza aveva fatto da spalla al M5S prima delle elezioni. Torna qui un antico riflesso della tradizione comunista. La quale, franata tardivamente verso la socialdemocrazia per costrizione della storia, ne ha conservato la parte più caduca, tra cui il condizionamento politico-elettorale molto stretto dei sindacati, di cui ha storicamente rappresentato l’espressione politico-parlamentare. Naturalmente, alle spalle di quella stava la Mit-bestimmung; in Italia più modestamente la concertazione corporativa.

Quanto alla campagna politica per le elezioni europee, i grandi manifesti con il faccione di Zingaretti ribadiscono il tradizionale europeismo del PD, senza specificazioni ulteriori circa il tipo di Europa che si voglia costruire. Resta un orizzonte europeista, non ulteriormente definito.

La gestione interna del partito è la conseguenza della “Piazza grande”: un accordo quasi proporzionale con quasi tutte le correnti interne. Con una grossa pietra d’inciampo: i gruppi parlamentari, la cui formazione si deve alla mano di Renzi, non saranno facilmente addomesticabili, nonostante gli sbandamenti congressuali di una parte dei renziani, veri o sedicenti, verso Zingaretti e Martina. Va meglio con gli esterni/interni di Bersani/D’Alema, che sono corsi alle urne del secondo turno delle primarie e che hanno continuato a partecipare come lobby di pressione esterna al dibattito interno del PD, non essendosi mai rassegnati alla perdita della leadership ad opera di un “capitano di ventura” venuto da fuori, di un avventuriero estraneo alla tradizione comunista. Insomma: del democristiano Matteo Renzi.

Quello che (ancora) manca alla visione politica di Zingaretti
Quali sono le linee essenziali di cultura politica e programmatica che si intravedono? Le tessere del puzzle non riescono a coprire gli spazi, clamorosamente vuoti.
Il primo vuoto è quello della battaglia per l’Europa. Nella migliore tradizione comunista, la percezione e il giudizio sulla dimensione internazionale era il presupposto della collocazione del partito sullo scacchiere interno. Nel discorso del PD manca la visione dell’Europa e del mondo. Le elezioni europee, in questo vuoto programmatico, sono vissute come una sorta di pre-elezioni politiche, nelle quali si decide la collocazione delle pedine per la prossima partita.

Come ha ripetutamente spiegato in questi anni uno studioso quale Sergio Fabbrini, che l’assetto istituzionale europeo non funzioni è un fatto, del quale il sovranismo/nazionalismo e il populismo, reciprocamente intrecciati – e in questo intreccio sta il fondamento più saldo dell’alleanza giallo-verde  –  sono la prima conseguenza, non la causa. Si tratta, pertanto, di avviare più decisamente su percorsi distinti i Paesi che vogliono l’integrazione politica – i diciotto dell’Eurozona – e quelli che si accontentano del Mercato comune. E, per quanto riguarda i primi, si tratta di superare sia l’idea di un Super-stato federale, che pieghi centralisticamente le sovranità nazionali – che sembra essere il progetto di Macron, su una linea di un antico giacobinismo – sia l’attuale assetto intergovernativo, nel quale inevitabilmente i Paesi più grandi si impongono ai Paesi più piccoli, generando, in caso di crisi economiche, divisioni e fratture.

L’integrazione tra Stati diversi in Europa si deve sviluppare verso un’Unione federale, che identifichi rigorosamente le materie di competenza federale – Difesa, Politica estera, Economia (moneta comune, politica fiscale, di bilancio, sociale) – e le materie di competenza nazionale, tra cui quella agricola. La confusione tra questi due livelli e il deficit grave di legittimazione democratica delle politiche europee, che finora l’assetto intergovernativo ha addossato alla Commissione europea, hanno generato la reazione sovranista/populista.

Di questi dilemmi non c’è neppure la traccia nel PD di Zingaretti, solo i luoghi comuni di un europeismo retorico. Il che rende muto il PD e lo disarma rispetto all’offensiva ideologica sovranista. D’altronde, la mancanza di un progetto europeo è la spia di una grave sottovalutazione del quadro mondiale – guerra fredda Usa-Cina, in primis – solo dentro il quale un’Unione federale europea si legittimi agli occhi dell’opinione pubblica quale scelta necessaria.

Il secondo vuoto è quello del progetto istituzionale, riguardante la forma di governo, le Regioni – ormai inutili, costosissime e comunque troppe – l’Amministrazione. Zingaretti sembra rassegnato alla lunga storia italiana dei governi deboli. Con l’aggravante che i governi deboli avevano alle spalle un sistema dei partiti forte, che governava il Paese consociativamente o conflittualmente, ora i governi deboli si trovano alle spalle dei partiti deboli, che a loro volta sono in balia dell’Informo-sfera, con il suo seguito di giornali simil-partito, sondaggi ad hoc, social-media. Ad un’opinione pubblica così ballerina il PD non è più in grado di offrire un quadro interpretativo culturalmente solido del mondo presente, ma solo la puntiforme propaganda contro quella degli avversari. Il mix di venerabili principi retoricamente squadernati – i bisogni degli ultimi, delle periferie, dei giovani disoccupati; il dirittismo; l’antifascismo; l’europeismo…- e di vuoto programmatico – un lungo elenco di quasi tutti gli obbiettivi, fuor che di quelli essenziali – ha messo il PD di Zingaretti sulla difensiva, ormai incapace di influire sull’agenda politica nazionale. Dopo aver fatto capolino sul XXI secolo con Renzi, Zingaretti e la vecchia classe dirigente del PCI e della Sinistra dc sono tornati al XX, dove continuano a percuotere tamburi di latta.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

Leave a Comment