SECESSIONE IN VISTA IN ZAMBIA: BAROTSELAND RIVUOLE IL REGNO

di SALVATORE ANTONACI

Prendete uno stato-mosaico composto da 72 diverse etnie e comprendente al suo interno un antico e glorioso regno che cerca di recuperare i fasti del passato e avrete lo Zambia, una di quelle tante realtà africane  costruite dalle potenze egemoni europee con righello e squadra e senza andare troppo per il sottile quando si trattava di determinare confini perlopiù artefatti e alle volte del tutto irrealistici.

Il risultato di questo zelo geometrico è sotto gli occhi dell’occidente, per dirla con Conrad, conservatore e pur tuttavia osservatore critico del colonialismo britannico tra otto e novecento. Tra guerre etniche, genocidi e mostruosi esperimenti di ingegneria sociale totalitaria questi connubi innaturali tra popolazioni diversissime per lingua, cultura, etnia si sono dimostrati un fallimento colossale. E lo Zambia non ha fatto eccezione seguendo un consolidato canovaccio, pur senza conoscere i rigori della folle dittatura etiope di Menghistu o la mattanza ruandese.

Resasi indipendente dalla Corona inglese nel 1964, all’apogeo della cosiddetta decolonizzazione, la neo costituita nazione imboccò da subito la via di un socialismo paternalista ed autoritario sotto la guida del dittatore Kenneth Kaunda, abile ad alternare i toni arcigni della repressione con quelli più concilianti della demagogia populista ed egualitaria. Il regno di cui parlavo in esordio, il Barotseland, venne incorporato ope legis nella Repubblica dello Zambia con l’avallo decisivo di Downing Street e con un subdolo inganno celato dietro alle false promesse di autonomia concesse al monarca dei Lozi, il popolo da costui rappresentato.

Un tempo l’estensione di questo dominio vastissimo comprendeva oltre alla regione occidentale dello Zambia anche il vicino Botswana ed una consistente parte della Namibia: un vero gigante, insomma, capace di rivaleggiare con la potenza del confinante e ben più noto impero Zulu. Ma i fasti del  passato non furono sufficienti a garantire agli antichi guerrieri uno status consono al loro desiderio di serbare perlomeno una parte della dignità perduta. Infatti, dopo meno di un anno dalla stipula del solenne patto che impegnava il governo centrale a concedere una sorta di autogoverno (con tanto di gestione paritaria delle ingenti risorse naturali presenti nella zona), Kaunda si rimangiò il tutto e per decenni la questione venne sopita, con le buone e anche le cattive, dalla censura del regime di Lusaka. Ma, come noto, non esistono muri che tengano di fronte all’incalzare dei vorticosi processi storici capaci, nell’arco di pochi anni, di sconvolgere l’assetto di intere regioni del pianeta. Pensiamo solamente allo spettacolare domino che ha abbattuti, uno dopo l’altro, sistemi apparentemente invulnerabili come quelli retti dai satrapi del nord africa per lasciare il campo alle incognite insidiose di una difficile democratizzazione.

In tono minore il vento del cambiamento ha iniziato a soffiare anche nella parte australe del continente nero: le elezioni dello scorso anno hanno sgretolato il consenso del partito-stato ed un outsider animato da buone intenzioni, Michael Sata, è riuscito a conquistare la presidenza anche grazie al decisivo apporto dei voti Lozi. Anche se è dato assistere quasi da subito ad un ennesimo ripensamento da parte del potere, il Barotseland ha stavolta delle carte importanti da giocare, in primis la credibilità conquistata sul campo in decenni di lotte perlopiù nonviolente, merce rara a queste latitudini, che costringono il nuovo governo ad escludere a priori il ricorso alla forza, pena un ignominioso ed immediato discredito.

La speranza maggiore, tuttavia, è legata proprio a quel tesoro che giace nel sottosuolo del Barotseland, costituito da diamanti e petrolio in quantità ingenti ed il cui sfruttamento risolleverebbe le sorti di un’economia che definire depressa è  eufemismo in odore di sarcasmo. Forse l’emancipazione, dopotutto, si può anche comprare e, chissà, magari è davvero  giunto il tempo per i guerrieri della savana di riconquistarsi un futuro da uomini liberi con la tenacia e l’abilità dei commercianti. Ma non ditelo a Napolitano, che continua a credere che il mondo stia girando al contrario, sostendendo imperterrito che le secessioni sono “anti-storiche”…

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