Welcome to Gaza. I murales di Bansky nel tempio della guerra

di ANDREA CARLO MONTIbansky

Forse questa notizia avrà il palcoscenico che merita, forse no. Banksy è a Gaza.

Se non il nome, a tutti sono note le opere del writer londinese che, nell’assoluto anonimato, ha nobilitato l’arte del murale, elevando un gesto di ribellione a quella che oggi probabilmente è la forma più pura di dissenso popolare sotto forma di arte.

Spero vivamente di non dover richiamare alla memoria di nessuno i veri e propri dipinti che hanno tappezzato i muri di Londra e altre parti del mondo (ovviamente spesso poi cancellati); carichi di rabbia e disprezzo sono mitigati da un’ironia e un senso del gusto che prima non era conciliabile con l’arte di strada.

In questi giorni Banksy è stato in quel territorio conteso fra Palestina ed Israele che tutti facciamo finta di non ricordare. Passando da una crisi all’altra è facile per la gente comune dimenticare il sistematico genocidio che si sta protraendo ormai da anni nella Striscia; ancora più facile per chi governa e ha interesse a che questa tragedia umana e sociale venga presa ancora per un po’ sottogamba dall’opinione pubblica. Ogni mia parola è ovviamente vana, il discorso è estremamente lungo e complesso e andrebbe approfondito molto più nel dettaglio di quanto intendo fare in queste poche righe. La potenza economica ma soprattutto tecnologica di Israele è una realtà, e i suoi intrallazzi coi maggiori –se non tutti- governi del primo e secondo mondo sono noti, e non andrò ad analizzarli qui.

Tutto ciò che voglio che sappiate è che uno dei massimi esponenti dell’arte contemporanea, per quanto controverso, si è recato in una della regioni più a rischio del pianeta per lasciare la sua traccia e diffondere il suo messaggio.

 

Una distorsione del “pensatore” di Rodin, dei bambini che giocano su di una abominevole giostra e un gatto con un fiocco rosa. Tutto non sui bei muri di Londra, bensì su quei pietosi mozziconi di parete che sopravvivono oggi ai bombardamenti incessanti. Come ad ogni sua opera ognuno può dare il significato che più lo compiace, ma Banksi non ha voluto lasciare molto all’opinione con l’ultimo “graffito”, una scritta rossa, su un muro bianco: ”Se ci disinteressiamo del conflitto tra i forti e i deboli, ci mettiamo dalla parte dei forti, non siamo neutrali”

C’è ben poco altro da aggiungere, qualsiasi sia il vostro pensiero, qualsiasi sia lo schieramento che decidete di appoggiare, quello che succede a Gaza non può essere solo una questione di fazioni e politica. È una guerra, una di quelle brutalmente impari, che col suo passo lento ed inesorabile non solo sta distruggendo l’ennesimo popolo, ma porta via un po’ di ciò che è umano anche a noi, che rimaniamo a guardare, troppo intimoriti per reagire con l’unico sentimento possibile: il disprezzo più totale per una serie di compromessi vergognosi che oggi ci hanno portato ad accettare come ineluttabile realtà quella che è soltanto una disgustosa dimostrazione di forza e potere.

 

C’è un video di soli due minuti, soltanto un ironico montaggio dell’esperienza di Banksy stesso, dove potete vedere le opere, ma soprattutto piccoli sprazzi di quella che è la realtà di chi vive al confine con Israele, di questa realtà così vergognosa per tutti noi che forse è più facile dimenticarla ancora per un po’, se vi va.

 

 

 

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2 Comments

  1. aldo moltifiori says:

    Un solo lapidario epitaffio merita Gaza e il suo terrorsimo im perante: Ognuno è responsabile del suo comportamento e delle sue decisioni. Gli arabi di Gaza (talchè i palestinesi sono un pura invenzione araba) e in misura minore quelli della Cisgiordania hanno scelto la via del terrorismo (vedi l’antelitteram Monaco del 1972) per farsi mantenere dalla pavida e stolida Europa. Produce una grande tristezza vedere giovani talenti italiani vittime di una chiusura mentale così nefasta da impedire loro di percepire il tramonto della ragione.

  2. Dan says:

    Sto Banksy è così anonimo che fra poco va a fare un murales con obama che caga dollari dritto su un muro della casa bianca e ancora una volta tutti diranno che non si sono accorti di niente…
    Fare quel tipo di murales richiede molto tempo perchè per quanto si può essere bravi con gli stencil (in pratica prepari le forme a casa, le attacchi sul muro e ci dai di bomboletta) non riesco proprio a capire come si possono realizzare certe sfumature (notare i grigi del bambino soldato) in un lasso di tempo considerevolmente basso (basso per la pericolosità del luogo e soprattutto basso per poter mantenere il famoso anonimato, davvero nessuno si ferma e va a vedere cosa combina un tizio che dipinge così bene ?)

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