Web tax, imprese preoccupate per il carico fiscale in Internet

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La web tax passa in versione light (senza l’obbligo di partita Iva per chi vende online in e-commerce in Italia, ma solo per la vendita di spazi pubblicitari) nella legge di Stabilità, ma il presidente del Consiglio Enrico Letta avverte che questa norma «ha bisogno di un coordinamento con le norme europee essenziali». Palazzo Chigi punta quindi a calciare la palla in quella metà campo europea da cui si sono levate voci preoccupate contro questa norma che in casa incassa la netta bocciatura dei rappresentanti dell’industria dell’Ict. «E una decisione senza senso», ha commentato il presidente di Confindustria digitale Stefano Parisi, sottolineando che la web tax «va contro le regole di armonizzazione dell’Iva a livello europeo. Inoltre c’è un processo di cui si stanno occupando l’Ocse e la Ue che dovrebbe avere un esito proprio durante il semestre di presidenza italiana». Parisi commenta a caldo, durante una conferenza stampa convocata insieme con i vertici di Anitec, Assinform e Asstel alla presenza anche dei vertici italiani di Panasonic piuttosto che di Huawei per protestare contro l’aumento in arrivo sul compenso per la copia privata.

Un incremento auspicato dalla Siae, ma malvisto dall’industria dell’Ict che si troverebbe alle prese con il dilemma se scaricare l’aumento sui propri conti o (cosa più probabile) sulle tasche dei consumatori. Si tratta in pratica del contributo che produttori e importatori di dispositivi elettronici (Pc, chiavette Usb,Mp3, tablet, smartphone, cellulari, Blu Ray cd, dvd e, novità, anche gli smartv connessi al Web) sono tenuti a versare come indennizzo verso i titolari dei diritti di sfruttamento delle opere (musicali e video). Soldi raccolti dalla Siae tenuta poi alla redistribuzione agli aventi diritto, cioè a quei produttori di contenuti che possono essere riprodotti su memorie e apparati che utilizziamo tutti i giorni. La prima contestazione è avanzata sul principio: oggi lo streaming rende meno diffusa la copia privata. L’aumento che ha messo in allarme l’industria dei dispositivi elettronici è previsto all’interno di una proposta della Siae approvata dal “Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore” e trasmessa al Ministero.

Ora basterà un decreto del ministro della Cultura, Massimo Bray, a chiudere il cerchio. «Chiediamo una sospensione di 12 mesi con la convocazione di un tavolo con tutte le parti interessate per condurre uno studio indipendente e arrivare così a un compenso effettivamente equo», aggiunge Parisi. Se invece il ministro Bray dovesse tirare dritto «le aziende sono pronte a ricorrere al Tar». L’aumento previsto è «in alcuni casi del 500 per cento. Nelle casse della Siae dovrebbero entrare fra i 165 e i 200 milioni di euro a fronte dei 72 dell’ultimo anno». Per esempio, il contributo sugli smartphone dovrebbe salire da 90 centesimi a 5,2 euro, quello sui tablet da 1,9 a 5,2. Le smart tv darebbero un contributo di 5 euro. «Saremmo il primo Paese in Europa ad applicare l’equo compenso sulle tv», ha precisato Parisi, che ha messo l’accento anche sul fatto che per calcolare l’aumento si sia fatto riferimento a «una media europea che esclude i 6 Paesi che non applicano l’equo compenso, considerando invece i prodotti come tablet e smart Tv colpiti solo in 3 Paesi su 28».

Tratto da www.ilsole24ore.com

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