Vuoi la tradizione? Allora pensi vegano. Geografia, paesaggio, architettura, lo stile che viene dal passato

di REDAZIONEKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Ecologia, paesaggio, orticultura biologica, architettura. Ancora: geografia, antropologia, sociologia. Tante discipline per progettare e sviluppare insediamenti urbani e stili di vita a basso impatto. Un approccio articolato che trova una sintesi nella permacultura, parola coniata in Australia negli anni ’70 da Bill Mollison e David Holmgren, unendo due parole e concetti: ‘agricoltura permanente’ (permanent agriculture). Una visione che oggi si è evoluta in un’idea più ampia di ‘cultura permanente’. Graham Burnett, docente di permacultura e fondatore dell’associazione Spiralseed, unisce l’approccio della permacultura all’etica vegana, che respinge lo sfruttamento degli animali. Da qui la sua ‘guida’ ‘Il libro della permacultura vegan’ che illustra principi e metodi per ‘mangiare sano e vivere in armonia con la Terra’ (Sonda). “L’idea della permacultura è quella di arrivare alla progettazione di insediamenti umani che non impattino sull’ambiente, o impattino il meno possibile, siano autosufficienti, sostenibili e riducano la propria impronta. Si basa su elementi razionali e solide basi scientifiche che vanno dall’ecologia alla botanica, dall’architettura all’agronomia, all’ingegneria: competenze a 360 gradi e soprattutto competenze vere”, spiega all’Adnkronos Annalisa Malerba che ha tradotto e curato l’edizione italiana del libro di Burnett. (segue)
“Il libro parla di come partire dalla propria realtà, e anche dalla propria interiorità, per allargarsi verso l’esterno e organizzare la propria vita in modo da essere il meno impattanti possibile e il più resilienti possibile. Un termine, resilienza, che è stato portato da noi dal Movimento delle città in transizione”, racconta. Basandosi sull’etica della permacultura e del veganismo, Burnett propone strumenti ed esperienze pratiche per coltivare e raccogliere il cibo, per migliorare l’alimentazione, la salute e il benessere, per adottare uno stile di vita creativo e a basso impatto ecologico, per riprogettare le nostre abitazioni ma anche giardini, orti, e persino ‘boschi alimentari’, per rendere sempre più coesa e attiva la comunità cui apparteniamo. Ogni capitolo è arricchito da ricette dell’orto cruelty-free, con ortaggi, legumi, cereali, frutta, semi, bacche, germogli ed erbe, autoprodotti e a chilometro zero. (segue)
“La permacultura – continua Malerba – insegna a disegnare lo spazio intorno a noi dividendolo in zone, come cerchi concentrici che si muovono a partire dalla persona per poi allargarsi fino alla cosiddetta zona selvaggia. Una visione che tenta di riprodurre visivamente la macrostruttura della produzione del cibo”. Dalla ‘zona 0’, la casa o il luogo dove si vive, alla ‘zona 5’, la natura selvatica, dove l’uomo non progetta ma osserva per avere l’opportunità di imparare dagli ecosistemi e dai cicli naturali. Una suddivisione che Burnett usa come ‘trama’ del suo libro, utilizzandola per esplorare le relazioni con la terra, il cibo e le persone riunite in comunità. (segue)
Per chi volesse toccare con mano cosa vuol dire permacultura, l’appuntamento è dal 3 al 6 settembre a Bolsena, provincia di Viterbo, che ospiterà la seconda edizione del Festival di Permacultura. Quattro giorni per conoscere-facendo, secondo uno spirito di condivisione e cooperazione che porterà esperti e curiosi di ogni parte d’Italia a lavorare insieme. Un programma ricco di laboratori, seminari, conversazioni e proiezioni, per imparare a costruire in bioedilizia e in autocostruzione, progettare paesaggi, soddisfare bisogni primari, come il cibo e l’energia, senza compromettere la stabilità degli ecosistemi naturali, dipingere con le terre naturali, coltivare senza bisogno di irrigazione artificiale, e molto altro. Le parole chiave: ‘sostenibilità, comunità, saperi antichi, natura, pratiche olistiche, creatività’. (Rof/AdnKronos)
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4 Comments

  1. Padano says:

    Ho dei carissimi amici vegani, ma scusate, cosa c’entra l’animalismo con la questione settentrionale?

    • Stefania says:

      Cambi canale se non comprende che l’informazione riguarda la civiltà e il benessere e l’impatto ambientale e quindi anche comunicare cosa accade nel mondo, che non è fermo, soprattutto al Nord, alle cascine di 100 anni fa. La questione settentrionale è una questione fiscale o anche altro? Metta il naso negli allevamenti massivi del Nord e scopra cosa accade dentro, il loro impatto sull’ambiente e sul consumo di CO2. Veda come stanno cambiando anche le abitudini alimentari del Nord. Veda cosa importiamo e cosa mangiamo e consumiamo senza neppure saperlo. Insomma, se non capisce, cambi canale. Le rivoluzioni culturali hanno bisogno di mente aperte.

      • Padano says:

        La questione settentrionale E’ ESSENZIALMENTE una questione redistributiva (quindi, relativa a fisco e spesa pubblica).

        Ed eviti di insultare, per cortesia (“se non capisce…”, ma come si permette?).

        • Stefania says:

          Certo, si può comprendere e non comprendere. Compresa una questione redistributiva di idee e pensiero. Lei vive solo di soldi? Noi no. Visto che non siamo di suo gradimento, la salutiamo. Troverà altrove pane per i suoi denti. Di cultura finanziaria è pieno il mondo.

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