TEORIE PER UNA RIVOLUZIONE (PARTE TERZA)

di GIOVANNI EDOARDO MARINI

Perché lo Stato unitario è meno democratico di uno in cui prevalgono i principi dell’autonomia, del decentramento e dell’autogoverno?

Prendiamo ad esempio la Repubblica italiana. Lo Stato consuma oltre la metà del PIL per la propria gestione. Ricchezza che preleva in modo diseguale in relazione alla capacità produttiva che le singole regioni hanno saputo costruire e non restituisce in modo proporzionale i vantaggi dei servizi, ma compensa l’inefficienza di regioni che sono meno redditizie e che si trovano ad avere una qualità di vita superiore alla loro capacità. Si può pensare che questo sia giusto? È un dovere consentire a popolazioni meno capaci di contribuire alle spese comuni di avere una qualità di vita pari a quelle capaci? No, perché questo è lo sfruttamento di popolazioni che, alla ricerca del soddisfacimento delle proprie aspirazioni, si vede defraudata dei mezzi per ottenerle.

Il consentire una migliore qualità di vita a chi non è in grado di procurarsela, è un doveroso aiuto? No, se l’aiuto non si trasforma nella capacità di rendere autonomo il raggiungimento di quella qualità di vita, ma diventa la consuetudine di consumare ciò che altri hanno meritato ed a cui è tolto. Questo è un crimine. Medea pronuncia: “Cui prodest scelus, is fecit”,  cioè “Colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto” ed a compierlo è lo Stato che in questo modo divide le popolazioni a cui toglie aspirazioni ed a cui dà l’illusione di averne, per governare indisturbato ed a lungo, facendo del proprio ruolo l’origine dalla ricchezza di chi lo Stato è, vale a dire il dipendente pubblico.

Lo Stato dunque non ha come proprio scopo consentire alle popolazioni che lo compongono di ottenere la realizzazione delle proprie aspirazioni assicurando protezione ed impedendo gli eccessi, ma semplicemente garantendosi la propria perpetuazione nella ricchezza sottratta con mille motivazioni alle popolazioni che dovrebbe servire.

Come ho accennato precedentemente, ciò che legittima chi gestisce lo Stato è il suffragio. Le organizzazioni di partito, libere associazioni che la Costituzione indica come mezzo per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale in rappresentanza del popolo, esercitano la sovranità nelle forme e nei limiti da questa indicata. In Italia, in particolare, avviene una cosa alquanto strana: i militanti di un organismo privato come il partito, che sono volontari e che nella vita quotidiana esercitano un lavoro indipendente, quando sono eletti, diventano stipendiati dello Stato, spesso a vita ed ottengono privilegi d’ogni tipo. In realtà non c’è alcuna ragione affinché questo avvenga: è anch’esso un privilegio ingiustificabile.

Quanto più la nazione è grande, tanto più l’amministratore pubblico ha a disposizione grandi ricchezze da gestire e può influenzare decisioni che le spostano a chi o nei luoghi che preferisce. Quanto più queste ricchezze sono grandi, tanto più otterrà l’attenzione di grandi organizzazioni d’affari private e pubbliche e ne darà sempre meno a quelle a cui dovrebbero essere destinate, cioè ai servizi. Organizzazioni da cui trarrà un grande appoggio e consenso in modo che il suo potere si prolunghi il più possibile per trarre per sé e per i suoi sodali il massimo vantaggio.

È, dunque il suffragio l’origine della distorsione della democrazia rappresentativa (è una forma di governo nella quale gli aventi diritto eleggono dei rappresentanti per essere governati, in contrapposizione alla democrazia diretta), creata per proteggere le popolazioni e trasformatasi nel mezzo di sfruttamento delle stesse. È, dunque, il suffragio il punto debole della dittatura dei patiti con cui scardinare l’oppressione che esercitano sulle popolazioni. Lo Stato, che è un organismo vivo grazie a chi remunera, ha per istinto di conservazione la capacità di impedire ogni sua riforma. Corrompe e poi incrimina, attraverso i suoi uomini, chi fa della trasformazione dello Stato la ragione politica della sua offerta, riuscendo così ad essere unico decisore di ogni aspetto della vita della nazione. Con il governo Monti si è definitivamente chiusa la battaglia per riportare l’Italia tra i paesi industriali. Ha fatto la riforma delle pensioni dove è stato stabilito che lo Stato non ha alcun obbligo di onorare il contratto con i cittadini a cui chiede forzosamente contributi che poi arbitrariamente decide di non restituire nei tempi precedentemente concordati. Ha poi stratificato nuova burocrazia con la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, perché anziché riportare all’origine naturale il contratto tra privati, libero e consenziente, ne ha amplificato l’intervento degli apparati statali imponendo l’arbitrio di un giudice.

È in questa realtà che l’elettore deve poter intervenire. Come?

Smettendo di votare per i partiti nazionali. Deve fare, cioè, una scelta strategica che gli consenta di isolare la parte malata dello Stato e liberarsene. Deve dividere la rappresentanza nazionale da quella locale in modo tale che la prima non abbia più nelle istituzioni locali il braccio armato con cui opprimere le popolazioni. Se il rappresentante pubblico, sia un sindaco o un assessore, non deve più rispondere e prendere ordini dal partito nazionale di cui è parte, avrà come strumento per la propria perpetuazione gli interessi dei suoi elettori poiché sono solo loro a poterne permettere la riconferma, non avendo la carriera politica verso il centro nazionale garantita dal suo servilismo nei confronti del partito.

Possiamo votare per qualsiasi lista locale indipendentemente da ciò che propone e in che posizione politica si riconosca perché il peggiore dei politici delle liste locali sarà comunque migliore del migliore politico di una lista nazionale, in quanto quest’ultimo non rappresenta la popolazione ma il partito di riferimento. In questo modo le elezioni nazionali perdono valenza perché i partiti nazionali che non verranno più votati non avranno più il controllo del consenso.

Questa forma di contrasto alla corruzione dello Stato, il più potente ed organizzato criminale nazionale, ha la possibilità di essere attuato? Sì. Ha un costo? No, perché non richiede alcuna organizzazione. È pericolosa? No, perché si esercita compiendo un dovere civico. È impegnativa? No, perché non servono ideali a cui fare riferimento. È efficace? Sì, perché mette in discussione il presupposto su cui è basata l’organizzazione dello Stato italiano, escludendo dalla vita delle popolazioni proprio coloro a cui viene delegata la sovranità popolare: i partiti nazionali. È chiarificatrice del destino che ci aspetta? Sì, perché dal suo successo si capirà quanti e quali cittadini hanno la determinazione di cambiare e quanti non lo vogliono fare. È facilmente applicabile? Sì perché in Italia si vota quasi ogni anno e le elezioni diventeranno lo spauracchio per chi ha la coscienza sporca, al contrario di come è stato fin’ora dove le elezioni servivano a stabilire solamente a chi dovesse andare il potere fine a se stesso.

QUI LA PRIMA PARTE: http://www.lindipendenzanuova.com/riforme-teoria/

QUI LA SECONDA PARTE: http://www.lindipendenzanuova.com/riforme-hoppe/

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2 Comments

  1. roberto Job says:

    Guardate e tifate per Angelo e i suoi amici napoletani. Forza Angelo!!!!!! http://angeloxg1.wordpress.com/

  2. Rosanna says:

    se è vero quello che si dice in questo video è già iniziata
    http://www.youtube.com/watch?v=vEVihkNeAEc

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