VIMERCATI, PICCOLA CRONACA DI LAVORO FIANCO A FIANCO

di GIANLUCA MARCHI

Tra pochi giorni, il 27 marzo, saranno passati dieci anni dalla morte di Daniele Vimercati. Chi è stato il “Vim” – questo il nomignolo con cui molti lo chiamavano – non devo certo spiegarlo alla gran parte dei lettori de L’Indipendenza. Forse i più giovani potranno essere meno infarinati, ma se sono interessati all’evoluzione del mondo leghista (nel bene e nel male) fin dalle sue origini, non possono prescindere dagli scritti di questo giornalista portato via da un tragico destino alla giovane età di 44 anni, quando ancora doveva esprimere il meglio della sua carriera, pur avendo fatto già molto fino ad allora.

A Daniele Vimercati mi ha legato un sodalizio professionale e di stima penso reciproca durato diversi anni, almeno otto quasi gomito a gomito. E devo al rapporto con lui se poi nella mia vita professionale sono avvenute delle evoluzioni che mai avrei potuto immaginare, a cominciare dalla mia direzione de la Padania, quando il giornale leghista che vide la luce all’inizio del 1997.

Ci siamo incontrati e conosciuti nella seconda metà del 1988: lui era sbarcato da poco al Giornale diretto da Indro Montanelli proveniente dall’Eco di Bergamo, la sua città; io da poco più di un anno ero cronista del quotidiano del pomeriggio La Notte, allora guidato da Cesare Lanza. Entrambi seguivamo le vicende della Regione Lombardia, che in quel periodo viveva una lunghissima crisi dopo la caduta della Giunta guidata dall’astro nascente della Dc di sinistra, Bruno Tabacci. Passammo circa quattro mesi fra il Pirellone, via Nirone (sede della Dc milanese) e corso Magenta (quartier generale del Psi) cercando di capire cosa sarebbe successo al vertice della più importante Regione d’Italia. E in quelle lunghe settimane si cementò una consuetudine quasi amicale fra i giornalisti che seguivano le vicende regionali per conto delle varie testate: sotto la guida morale di colui che chiamavamo il “decano”, Marco Garzonio del Corriere della Sera, c’erano Pinello Luchelli di Repubblica, Nino Russo del Giorno, Ines Maggiolini  di Avvenire (oggi alla Rai) che poi, a seguito di gravidanza, lasciò il campo per un po’ alla giovanissima Elisabetta Soglio  (oggi al Corriere), Carlo Brambilla de l’Unità, Michelino Crosti di Radio Popolare, Paola Maria Anelli (oggi in Rai) e Paolo Nizzola per Telelombardia, Maurizio Losa per la Rai di Milano prima di volare in Valtellina per la famosa “tracimazione” dell’invaso che si era creato dopo l’alluvione. E poi c’era quel “lungagnone” che veniva da Bergamo, ma non aveva nulla nell’inflessione della parlata e sciorinava un’eleganza quasi inglese: il Vim. Appariva come un democristiano molto per bene, o così pensavamo che fosse venendo dall’Eco, e in effetti era ottimamente introdotto soprattutto fra i dc di sinistra. Ma presto ci saremmo accorti che possedeva un’autonomia di giudizio e di movimento molto elevata.

Quello fu l’inizio e poi la frequenza degli incontri divenne plurisettimanale, perché dopo le elezioni del 1990 il Pirellone, un tempo abbastanza defilato rispetto a Palazzo Marino, divenne centro di attenzione mediatica, perché in quell’anno la Lega Lombarda sbarcò in forze alla Regione Lombardia sotto la guida di un pirotecnico Franco Castellazzi.

All’inizio del 1991 io e il Vim seguimmo, per i rispettivi giornali, il congresso costitutivo della Lega Nord a Pieve Emanuele e fu in quell’occasione che mi disse: “Vedi Luca, io credo che Bossi e la sua intuizione di creare la Lega Nord diventeranno un punto centrale della politica italiana e quando ciò avverrà, io vorrei essere il giornalista che meglio conosce questo movimento. Ci sto facendo un investimento professionale”. Quanto quell’intuizione fu giusta lo hanno dimostrato gli eventi successivi.

Lasciata La Notte, nell’agosto del 1991, io approdai proprio alla Regione Lombardia, dove entrai come vice direttore di Lombardia Notizie, agenzia di stampa della Giunta regionale (una sorta di ufficio stampa allargato nelle funzioni). Anche se stavo dall’altra parte della barricata, i miei interlocutori erano gli stessi colleghi con cui avevo trascorso i due anni precedenti e, quindi, anche Daniele.

Venne la stagione di Tangentopoli con la Prima Repubblica travolta dalle inchieste e con la Lega che galoppava forsennatamente sul dorso della tigre innescata dalle vicende giudiziarie. Sfruttando questi due fenomeni – Lega e giudici di Milano – Vittorio Feltri faceva esplodere quel fenomeno editoriale che fu L’Indipendente, ma Daniele Vimercati si consolidava come il “legologo” per eccellenza (gli altri erano Gianluigi Da Rold per il Corriere, Guido Passalacqua per Repubblica, Giovannino Cerruti per La Stampa) e in più aveva instaurato questo rapporto personale con Umberto Bossi, che si intuiva andava al di là della questione professionale.

L’11 gennaio 1994 Indro Montanelli abbandonò il Giornale in rotta di collisione con Silvio Berlusconi, che nel frattempo era sceso in politica, e fondò la Voce portando appresso circa la metà del suo corpo redazionale. Ma non il Vim che, con una certa sorpresa, rimase in via Negri. Penso che quella scelta fu il combinato disposto di due valutazioni: Daniele era scettico sulla possibilità di riuscita della Voce, ma soprattutto essendo diventato il giornalista “numero uno” nella conoscenza della Lega, con l’arrivo di Feltri alla direzione del Giornale dopo la cavalcata molto “legofila” de L’Indipendente, avrebbe avuto maggiore spazio professionale rispetto al grande Indro, che era molto più distante da Bossi e la Lega.

Vittorio Feltri e il sui vice Maurizio Belpietro, una volta insediatisi al Giornale, proposero al Vim una promozione a caporedattore con l’incarico di guidare la cronaca di Milano, ma la possibilità di seguire come inviato la Lega. Resto convinto che in quella mossa ci fossero già i germi della diffidenza che l’accoppiata Feltri-Belpietro nutriva verso Vimercati e che sfocerà, nemmeno un anno dopo, in una clamorosa rottura.

Il capocronista, per i non addetti ai lavori, cioè il capo della cronaca cittadina, ha più un ruolo di organizzazione, oltre che di gestione degli uomini e degli argomenti, più che di scrittura, ma il Vim accolse con favore questa promozione perché era accompagnata dalla possibilità di continuare a seguire il Carroccio. Sarebbe infatti stato uno spreco inaudito di risorse professionali avere in casa il maggior esperto di Lega in quel momento esistente e non sfruttarlo adeguatamente. Per tenere insieme le due cose, e per ottimizzare l’aspetto organizzativo che, diciamolo pure, non era la parte più efficace di Daniele, a lui serviva un vice che lo sollevasse da una serie di incombenze. Così, a cavallo fra marzo e aprile, mi parlò di questa opportunità e mi chiese se ero disposto a passare al Giornale come suo vice. Io da alcuni mesi era diventato direttore facente funzioni di Lombardia Notizie per decisione dell’allora presidente della Regione Fiorella Ghilardotti (una cislina eletta nelle fila del Pds), che affidandomi l’incarico provvisorio mi aveva fatto un discorso molto chiaro ed onesto: “Luca, io duro ancora pochi mesi alla guida della Lombardia, quindi non me la sento di nominare un direttore definitivo (forse sarebbe stata indigesta ai pidiessini la nomina di un giornalista non proveniente dal partito, n.d.r.). Quindi ti faccio facente funzione e quando arriverà il nuovo presidente, tu ritorni al tuo ruolo di vicedirettore ed eventualmente ti giochi la partita”.

Ad aprile la presidente si dimise e alla guida del Pirellone si profilava una Giunta di coalizione a guida leghista. Accettai la proposta di Vimercati e, ironia della sorte pensando agli eventi successivi, il giorno in cui il neo presidente lombardo Paolo Arrigoni della Lega Nord prese possesso del suo ufficio al trentesimo piano del Pirellone, il sottoscritto faceva le scatole e se ne andava con destinazione via Negri.

(1 – continua domani)

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8 Comments

  1. federico caravita says:

    Di daniele vimercati ho dei carissimi ricordi, perchè mi ha sempre seguito nella raccolta del materiale per la stesura della storia fotografica della Lega Nord- anche la foto dell’articolo mi sembra mia e scattata al convegno di Chiavari
    Ho perso un caro amico e l’articolo di Gianluca Marchi me lo ha fatto rivivere. Grazie.

  2. lurens says:

    Un grandissimo.
    Ora abbiamo Paragone…

  3. luigi bandiera says:

    Si, lo ricordo bene. Ricordo anche la sua fidanzata o compagna la Sanzini che non sento piu’ da diversi mesi o anni…
    Era una bella coppia.

    Bei tempi davvero…

    E a proposito di via Negri mi ricordo anche di un giornalista Negri appunto (non ricordo il nome) che con la mia BMW 520 (dovevamo impressionare no..? Beh, eravamo o no nel POVERO ORA ricco nordest..?) andai a prelevare alla stazione per portarlo in sede SAV, neonato sindacato su base leghista. Ovviamente distrutto per non aver capito un kax.

    Proprio bei tempi che non ritorneranno, purtroppo per noi pronti ormai al GATEWAY.

    Un saluto a tutti i protagonisti del tempo e riposo eterno a chi non c’e’ piu’.

    Amen

    • rosanna sapori says:

      la Sanzini non è mai stata la compagna di Vimercati, casomai Sonia Sarno ex Telepadania ora inviata Rai…tanto per precisare grazie

  4. Brixiano says:

    Ho un bel ricordo di Daniele Vimercati, erano le Comunali di Brescia del 1991, che la Lega vinse. La sera in cui davano i risultati ero in sede in Via X Giornate e in mezzo alla bolgia c’era Vimercati, ci chiese se poteva mettersi in un angolo del tavolo e cominciò a scrivere il suo articolo su una Lettera 22, ogni tanto sbirciavo discretamente da dietro le spalle, per vedere cosa scriveva. Una uomo appassionato ed onesto, grazie per averlo ricordato.

  5. Cantone Nordovest says:

    Gli mandavo delle email a commento di argomenti trattati o suscettibili di essere trattati nelle puntate di Iceberg … le apprezzava e mi rispondeva

  6. Luca Morisi says:

    che bellissimi ricordi, grazie di averli condivisi. povero Vim, era uno di razza. E meno male che qui su L’Indipendenza tu direttore scrivi tanto, hai una penna che e’ un peccato tenere in somno come quando eri a La Padania!

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