Vilipendio e altre follie. Perché l’Italia non è una nazione

italia ripdi ROMANO BRACALINI -L’Italia sta attraversando la più grave crisi morale e istituzionale di tutta la sua storia unitaria in cui regole, leggi, educazione civica hanno perduto ogni significato originario e non c’è più verso di frenare il malcostume dilagante e il disprezzo di ogni convenzione.

I partiti – ovvero la partitocrazia che ha abolito la democrazia -,sono i principali responsabili di questo decadimento morale. Fin dai suoi esordi, l’Italia è sempre stata ostaggio dell’oligarchia partitica che ha occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni. Non conta il merito ma la devozione, non l’onestà ma la furbizia. Rubare in Italia è il tratto comune a tutte le poche.

Rubano i partiti, rubano i politici; si direbbe che non facciano altro non trovando il tempo per fare le riforme. Abbiamo la classe politica più inamovibile ma anche la più inetta e corrotta. Non conta il bene pubblico ma l’interesse privato. I partiti sono diventati vere associazioni per delinquere. Di conseguenza abbiamo le più vecchie, rattoppate e insicure  autostrade d’Europa; il servizio ferroviario è peggiorato rispetto a quella creato dal fascismo; il vecchio Codice Rocco fascista appena rimaneggiato costituisce ancora l’impianto di base della legislazione penale vigente. E’ ancora in vigore il reato di vilipendio delle isituzioni che nei paesi civili non esiste.Il vilipendio è equiparabile al delitto di lesa maestà in vigore sotto le monarchie più illiberali e retrive.

Così va in galera chi brucia il tricolore o offende il Capo dello Stato o un pubblico ufficiale, esattamente come sotto la dittatura fascista. Per trovare un’epoca che assomiglia alla attuale, bisogna tornare alla fine dell’Ottocento quando scandali bancari, corruzione e ladrocini offrirono a Felice Cavallotti, il “bardo della democrazia”, l’occasione di scrivere la famosa “Lettera agli onesti” di tutti i partiti che, come ogni altro tentativo di scuotere l’apatia, l’indifferenza e lo scetticismo generale, cadde nel vuoto. Nel medesimo periodo il grande critico letterario, Francesco De Sanctis, ebbe a scrivere:”Lo spirito settario perdura ancora oggi nelle abitudini italiane, trasfuso come un virus nel sangue della Nazione. Manca in Italia un assetto sociale ben equilibrato; così che la società è abbandonata a un rimescolìo confuso e vario, facendoci difetto le qualità fondamentali dei popoli grandi: la disciplina, il lavoro, il dovere, il carattere”. Parole più che mai valide oggi.

Anche Piero Gobetti, dopo di loro, era convinto che il problema italiano fosse essenzialmente un problema di moralità.

Solo in Italia può accadere che un governo sia nominato dall’alto senza sanzione popolare. Solo in Italia può accadere che un presidente della Repubblica mantenga prerogative e privilegi “monarchici”. Il Quirinale è la “reggia” più sfarzosa e dispendiosa del mondo; e non c’è verso di ridurne il personale e i costi. Aumenta la distanza tra governanti e governati. Il cittadino non ha alcun potere ed è oppresso dalle tasse e dalla burocrazia tirannica ed inefficiente. Le elezioni sono una finzione. Il Parlamento non ha alcun potere: si limita ad approvare le decisioni del partito di maggioranza o gli indirizzi anticostituzionali del Capo dello Stato che prevarica impunemente i suoi poteri.

Un governo per durare deve scegliere l’inerzia, ogni sua iniziativa susciterebbe l’opposizione dei partiti, ora di destra ora di sinistra. E’ l’Italia delle corporazioni e delle fazioni, come nel Rinascimento in cui affondano le radici della nostra scienza politica teorizzata da Machiavelli: il Principe deve governare con l’arbitrio e la menzogna se ciò serve a mantenere il potere. Il partito,moderno principe, ha fatto propria le lezione del segretario Fiorentino.

Alessandro Manzoni fece l’apologia dell’unità scrivendo un brutto verso: ”Uni siam per lingua trono e altar”, sacrificando la poesia al mito dell’epoca.

Ma una Nazione, dice con più dottrina lo storico francese Ernest Renan, non è una lingua o una religione. L’esempio della Svizzera, con tre a quattro lingue e due religioni, lo testimonia. Ciò che fa una Nazione è la coscienza morale, l’educazione civica e la volontà di stare assieme. Ora, nell’Italia d’oggi non vediamo nulla che la raccomandi come Nazione, né la coscienza morale, né l’educazione civica, né la volontà di formare una comunità ordinata e solidale.

 

 

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6 Comments

  1. Gherardo says:

    “Uni siam” o “Una d’arme” il significato non cambia.Versi egualmente falsi storicamente.Il lettore ha confuso il senso.

  2. Carlo Butti says:

    Primo: il verso citato è brutto perché non è di Manzoni, il quale invece dice:
    “…una d’arme di lingua d’altare/di memorie, di sangue e di cor”, con riferimento alla gente italica. Concetto contestabile, contestabilissimo, ma i versi sono belli. Se mettiamo i baffi alla Gioconda, anche la Gioconda diventa brutta. O no?
    Secondo: la Svizzera, se vogliamo essere tecnicamente precisi, è uno Stato plurinazionale. Tant’è vero che le sue lingue ufficiali sono quattro. La lingua non è tutto, ma è molto, moltissimo, per la definizione della cosiddetta identità nazionale. E anche per quanto riguarda l’altare, in Svizzera ci sono cattolici, calvinisti, luterani. Gli Svizzeri hanno addirittura combattuto una guerra intestina di religione, quella del Sonderbund , a metà Ottocento, quando in Europa tali guerre erano finite da un pezzo, almeno dai tempi della Pace di Westfalia. O no?
    Terzo: qui si confonde senso della Nazione, senso dello Stato, moralità individuale. Sono cose diverse .Quanto a Machiavelli, è proprio lui il teorico di quel “senso dello Stato” che qui si vorrebbe magnificare: il Principe -secondo il suo pensiero- dev’essere al di sopra della moralità comune per il bene dello Stato, non per il proprio. Semmai era Guicciardini a esaltare il “particulare” del Principe;ma anche nel suo caso, attenti a non fraintendere: intendeva dire che, di fronte alle minacce delle grandi potenze straniere, ogni staterello italico per sopravvivere doveva badare a se stesso, salvando il salvabile senza sogni di grandezza.
    Conclusione mia: non mi interessano le Nazioni, istituzionalmente intese, e tanto meno gli Stati. La mia nazione è l’insieme dei miei affetti (che possono coinvolgere anche persone agli antipodi del luogo ove vivo) e dei miei interessi spirituali e materiali. Dello Stato italiano faccio parte per coercizione, senza averne mai espresso la volontà. Amo la lingua, la letteratura, la cultura dell’Italia, anche se aborro la carta d’identità che ho in tasca. Il che non mi impedisce di amare fraternamente il resto del mondo, Svizzera compresa. Odio invece paletti e steccati, quelli che il cosiddetto senso della Nazione coltiva.

    • Stefania says:

      Noi stiamo invece con la lettura storica di Romano Bracalini. Argomentata, studiata, precisa e illuminante. Ma la libertà d’opinione è sacra. Dovrebbe solo essere allo stesso livello della padronanza della materia.

    • renato says:

      Eh, don Carlo, Voi siete persona dotta, tenete la cultura ! Sapete sicuramente di greco e di latino e di storia e, forse, tenete molte altre virtù. Mi pare tuttavia che Vi sfugga un principio basilare: la garanzia dei diritti è subordinata all’osservanza dei doveri. Questo è l’elemento fondante e garanzia di prosperità di ogni comunità che voglia dirsi democratica. Tutto il resto, compreso l’amore fraterno per coloro che vivono agli antipodi, viene dopo. I paletti da Voi menzionati non sono dovuti al desiderio di tenere lontano gli altri, a prescindere. Essi si rendono talora necessari a causa di certi individui, invero assai numerosi in terra italica, che amano fare fessi gli altri membri della comunità. E’ una doverosa separazione e messa al bando dei parassiti. Nulla più.

  3. gl lombardi-cerri says:

    Le regioni italiane sono come l’olio e l’acqua: Potete agitarli quanto volete, ma poi finiscono sempre per separarsi perchè hanno , come loro costituente fondamentale, la non miscibilità.

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