Da “Via col vento” a “Django Unchained”, e una guerra non proprio civile

di ALINA MESTRINER

Il film forse più famoso e visto della storia del cinema, l’americano “Via col vento”, regista Victor Fleming, tratto,  nel 1939, da un singolare, alla lettera, in quanto unico, romanzo della scrittrice Margaret Mitchell, trenta milioni di copie in trentasette paesi del mondo, offre uno spaccato della società del Sud degli Stati Uniti, durante la cosiddetta Guerra di Secessione. E’ il potente affresco di un mondo ormai scomparso, romantico ed elegante, reso immortale nella nobiltà e purezza dei valori, rappresentati da eroi, come  Ashley Wilkes e Charles Hamilton, e nell’affascinante spregiudicatezza di Rhett Butler e di Rossella O’Hara. E’ forse l’unica opera, che sappia descrivere, almeno un po’, dal punto di vista dei Confederati, la tragicità di quegli eventi, seppure con toni, a volte, melodrammatici, spesso, di romantico rimpianto. Qualcuno ha persino voluto leggerci una profonda critica all’America del secolo scorso, e potremmo aggiungere ora, a quella attuale, con i colori forti delle sue battaglie, dove esistono soltanto buoni e cattivi, bianco e nero.  Sconfitti e decimati i “perfidi” pellerossa, ci saranno altri cattivi da giustiziare, altri popoli da redimere: ci saranno Presidenti grandi e molto imbarazzanti, accoppati  in circostanze alquanto opinabili, ci saranno tanti Custer usati e poi, pietosamente, dimenticati. Come i cavalieri di Artù, pronti a soccorrere i perseguitati nell’universo mondo, a paracadutare,  qui e là, monaci addestrati dalla C.I.A. nel Tibet, agenti pronti a tutto in Iraq o in Afganistan. Tutto, sempre e naturalmente, per una causa sacrosanta e giusta: combattere il male, la schiavitù di un popolo, la sopraffazione contro gli indifesi o una presunta minaccia ai valori insiti nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, che garantisce persino la ricerca della felicità.

Ora un nuovo film, adorabile, per certi versi, almeno dal punto di vista di molti cinefili  e, senza alcun dubbio, della sottoscritta,  fanatica rea confessa dei film pulp di Quentin Tarantino, ambienta la sua vicenda di fantasia nel Sud degli attuali Stati Uniti, due anni prima che deflagrasse la guerra d’indipendenza degli Stati Confederati. Spacciato da molta critica come rivisitazione-omaggio degli spaghetti western di Corbucci e Leone, arricchito da una tracklist (L.Bacalov, R.Roberts, E.Morricone, R.Ortolani, J.Brown, J.Legend, RZA) da leccarsi i baffi, non può, ahimè, affrancarsi da una vulgata ormai radicata nella cultura americana Yankee, seppur volando molto alto con l’ironica rappresentazione di un Sud  macchietta, dal KKK ammantato di sacchetti di carta, ai negrieri mostruosamente ridicoli.

Se si va a guardare, in realtà, la maggior parte della gente del Sud non possedeva “carne umana” e sarebbe stato più realistico definire il conflitto sanguinoso, che ne seguì, una nobile lotta di liberazione della propria Terra, governata da un potere accentratore, situato altrove e completamente disinteressato, se non ostile agli ideali e ai bisogni di quella parte di America. Vi viene in mente niente?

Così si sviluppa la storia della vendetta di uno schiavo, Django, liberato da un simpaticissimo bounty killer teutonico, che gli insegnerà a uccidere e gli rimarrà affettuosamente vicino.  Schultz, saggio e astuto, sarà mentore e compare, quando, romanticamente, il nostro Sigfrido un po’ abbronzato, cercherà di liberare la sua Brumilde dalla schiavitù di un odioso e ambiguo signorotto locale. Così l’epica, spesso esilarante di Tarantino, diventa occasione per dipingere, una volta di più, un sud decadente, balordo, ignorante, con pseudo valori, presi a prestito da altri mondi e da altre epoche.  La mitologia nordica del gentiluomo tedesco cozza rumorosamente contro  il finto francese Calvin Candie,  re di un regno che sta per sprofondare, dove i bianchi sono neri e i neri bianchi, nel bene e nel male.

Si fa ode corale a celebrare la fine di un’epoca, in cui un popolo con le sue tradizioni, non sempre e non tutte becere e crudeli, sarà cinicamente sacrificato a vantaggio di altri pochi, che scelsero quella via al potere, lasciando ai romantici e nobili patrioti confederati, così ben descritti dalla Mitchell, soltanto l’onta dello schiavismo, non sempre giusta, non sempre meritata. Non tutti forse furono Ashley Wilkes, ma nemmeno assomigliarono al villain Calvin Candie e, di certo, non al cinico Lincoln.  Nel profondo sud del Mississippi, Tarantino esplora uno degli aspetti più oscuri e riprovevoli della storia americana: da un lato la tematica della schiavitù, sempre vergognosa nel pensiero comune della società democratica statunitense, dall’altro, con la sua risata dissacratrice, il nostro, tra corpi maciullati e sangue che schizza, un po’ di qui e un po’ di là, smitizza e, forse inconsapevolmente, denuncia tutto l’ambaradan messo in piedi, a suo tempo, a giustificazione di una guerra non proprio civile, che improntò, da quel momento in poi, simili comportamenti negli anni a venire.

 

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

3 Comments

  1. Pedante says:

    A titolo d’informazione, solo il 5% dei bianchi del Sud possedevano schiavi, di fronte al 40% circa per quanto riguarda…

    Ci vorrebbe un po’ di revisionismo stile Farrakhan.

  2. Pedante says:

    Il vilipendio dei popoli europei da parte di Hollywood è incessante. Perché non un film sull’Inquisizione per completare il curriculum di Tarantino/Weinstein?

  3. Marco says:

    Django Unchained?
    Ribadisco che, pur considerando tutte le “attenuanti” del genere, trattasi di film ignobile: pornografia della violenza, nazismo mentale e trama che sembra scritta da un demente.

    Tarantino è ormai da ricovero, i bei tempi di Pulp Fiction sono lontani e non torneranno più.

Leave a Comment