LAVORO: VESCOVI E COMUNISTI D’ACCORDO? IL SOTTOSVILUPPO AVANZA

di MATTEO CORSINI

“Ha ragione la Cei quando dice che i lavoratori non sono merce. Questo governo dei poteri forti – lo dimostra la posizione di Marcegaglia, che vuole libertà di licenziamento – invece li vuole proprio trasformare in merci. A questo punto il Partito democratico decida una volta per tutte da che parte stare e tolga la spina a questo governo antioperaio che ha portato l’Italia in recessione e demolisce welfare e diritti.” (P. Ferrero)

Non voglio, per ora, esprimere pareri sulla riforma del mercato del lavoro su cui stanno discutendo partiti, governo, sindacati e imprese. Però certe prese di posizione (mi) fanno cadere le braccia. Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista/Federazione della Sinistra, arruola perfino la Conferenza Episcopale Italiana nella sua anacronistica e antistorica lotta politica. Sembrerebbe ricorrere al motto “tutto fa brodo”.

La Cei, dal canto suo, non perde occasione per parlare di tutto (tranne che di Gesù Cristo); non c’è vicenda della politica italiana sulla quale i vescovi non dicano la loro. Ovviamente ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma se i vescovi si occupassero un po’ meno di quello che succede nei palazzi del potere romano e un po’ più di quello che succede nelle chiese (data la carenza di vocazioni e di praticanti), forse sarebbe meglio per tutti.

Non intendo sostenere che comunisti e vescovi non possano trovarsi d’accordo su qualche argomento. Nel caso specifico, tuttavia, credo che entrambi stiano esagerando. Ci sono molti Paesi non certo meno civili dell’Italia nei quali le persone licenziate (a maggior ragione se per motivi disciplinari o economici) ricevono un indennizzo economico e non per questo si parla di mercificazione dei lavoratori. Né da quelle parti la povertà estrema è più diffusa che in Italia.

Dovremmo forse ritenere l’Italia all’avanguardia nella legislazione sui rapporti di lavoro? In tal caso, qualcuno tra vescovi e comunisti sarebbe in grado di spiegarmi perché gli unici lavoratori che dall’estero vengono in Italia giungono da Paesi economicamente e politicamente disastrati, oltre che in forte sottosviluppo? E perché, al contrario, una moltitudine di giovani italiani lascia ogni anno il Belpaese per andare a lavorare dove le aziende possono licenziare una persona dall’oggi al domani?

 

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3 Comments

  1. Mauro Cella says:

    Guareschi aveva visto lontano. In uno dei suoi libri Don Camillo si lancia in un discorso pubblico che alla fine Peppone commenta con un “Reverendo, si ricordi che i Comunisti siamo noi”.
    Peccato che al giorno d’oggi non ci sia più spazio per l’umorismo e l’umanità di Guareschi…

  2. Tizio says:

    Articolo inutile.

  3. FrancescoPD says:

    Questi porporati impagliati non hanno ancora assimilato la dottrina di Martin Lutero, o di tante altre chiese evangeliche od ortodosse.
    Finchè si mascherano buffonescamente e rimangono più avvinghiati ai beni materiali terreni piuttosto che alla cura delle anime, andremo sempre peggio, perchè purtroppo hanno assunto un potere terreno inimmaginabile.
    Da credente posso solo esprimere che un po di umiltà, e ammissione delle loro colpe a questi signori gioverebbe parecchio.

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