La Venetia sublime di Hugo von Hoffmansthal

di POALO BERNARDINI

Non mancano i pretesti per riprendere in mano le pagine – almeno quelle disponibili a chi non conosca il tedesco o pur conoscendolo non possieda i 38 bellissimi volumi dei suoi Opera omnia – che a Venezia e al Veneto dedicò uno dei maggiori scrittori austriaci, e si potrebbe ben dire universali, a cavallo tra Otto e Novecento, Hugo von Hoffmansthal. Pretesti, occasioni, anche tenui, forse tenui, forse neppur necessari quando ci si accosti ad un classico, a questo “Goethe sui banchi di scuola” come lo definì, miscelando per una volta un gran rispetto alla consueta ironia, il suo contemporaneo Karl Kraus. Magica Vienna, allora, davvero. Pretesti, dicevo. Ad esempio, la morte, a gennaio di quest’anno, di una squisita poetessa, incarnazione della vivacità poi sempre negata del neoclassico, Giovanna Bemporad. Singolarmente, poi, un’altra ebrea – e non poteva essere altrimenti con Hoffmansthal – Gabriella, Bemporad anch’essa, ma con nessuna parentela con Giovanna (così pare, almeno), tradusse un corpus notevolissimo di opere di Hugo, in parte poi riprese da Adelphi.

Venezia è, come è noto, la seconda città di Hoffmansthal, strappa una posizione così cospicua, ad esempio, a Salisburgo. Sogno da anni un volume in italiano che metta insieme quanto lo scrittore compose, in versi e prosa, sul Veneto e su Venezia, cominciando da quel giovanile – ma ricordiamoci che con lo pseudonimo “Loris” Hoffmansthal esordì a 17 anni – “La morte di Tiziano”, dramma in versi rimasto interrotto, fino al rifacimento del classico Otway – la miglior edizione di questo modello per Hoffmansthal e poi per Simone Weil resta quella di Serafino Riva, pubblicata da Il Gazzettino nel 1935 – “La Venezia salvata”, che forse non possiamo contare tra le sue opere migliori, ma che è certo un riuscitissimo omaggio alla Serenissima. Se dal Thomas Otway risaliamo, attraverso Hoffmansthal, a nientemeno che Simone Weil, tutti a speculare e verseggiare sulla congiura di Bedmar, osserveremo, per intanto, e di sfuggita, che “salvare Venezia” è per tutti impresa affatto meritoria. E dunque le corrusche glorie della Serenissima erano da riguardarsi dalle mire spagnole, e di qualsiasi altro conquistatore straniero. ”Venezia salva” lo decliniamo volentieri, ora, in “Venezia salvati!”. E non credo esista auspicio migliore.

Testo su cui meditare – e che appartiene al novero non ristretto di quelli tradotti in italiano – è poi la “Lettera dell’ultimo Contarin”, un frammento del 1902. Splendida, l’idea del rifiuto dell’ultimo (mitico) Contarin di ritornare nelle sue proprietà veneziane: si sente inadeguato a quel fasto e quelle grandezze, proprie di tempi passati. Ne è proprietario, ma non sente la “giustificazione spirituale”, per usare l’espressione di Gabriella Bemporad, per ritornare a goderne. La “sindrome di Contarin”, la potremmo definire, e potremmo ben individuarla in molti, oggi, alle prese con la scelta di riappropriarsi, o meno, di quanto storicamente appartiene loro. Ma se anche tutti fossimo non altro che nani discendenti da giganti – oltre che assisi sulle loro larghe spalle – non potremmo certo disconoscere le nostre origini. Come, in un certo senso, fa il protagonista del testo di Hoffmansthal. E queste sono soltanto alcune delle opere che il poeta austriaco dedicò a Venezia. Ve ne sono numerose altre, ad esempio “L’avventuriero e la cantante” ispirato da Casanova e scritto mentre Hugo era a Venezia, dove si recava assai spesso, in appena due settimane.

Vale la pena, finalmente, leggere qualcosa di quel che Hoffmansthal scrisse su Venezia, qui, in chiusura, lasciando parlare un vero poeta. E il primo dei passi lo dedico ai coraggiosi di Castellavazzo, il consiglio comunale che per primo si è espresso a favore del referendum per l’indipendenza del Veneto a seguito della risoluzione 44. Castello Lavazzo non è propriamente in Cadore, ma non ne è lontano, e in Cadore Hugo viaggiò lasciando note magnifiche:

“Tra le montagne conduce il cammino del primo giorno. La strada bianca è tagliata nel fianco dei monti e in fondo il grosso torrente scende strepitando a valle. Borghi sono sospesi tra la strada e il cielo, e l’allodola, che di qui sale e sale e da vertiginose altezze canta; forse in alto c’è qualcuno presso la tomba dei suoi genitori e si piega sul muricciolo basso del cimitero, e sotto di sé vede l’allodola. E borghi sono sospesi in basso fra la strada e il fiume selvaggio, e l’angelo dorato sulla cima del loro campanile manda scintille dal profondo.

Lungo la strada stanno belle fontane; da una colonna di pietra quattro getti d’acqua balzano nelle belle antichissime pile di pietra; e ogni getto saluta il massiccio di una montagna, la cui vetta mescola neve e sole a bevanda. E donne, vecchie e giovani, salgono quassù dai villaggi, lentamente per gli stretti faticosi sentieri; ciascuna porta sulla spalla l’antico giogo con due conche alla fontana, e l’acqua vi cade risonando, si ritrovano quei due che dormivano accanto nel grembo più oscuro della montagna, l’acqua e il metallo.

E ponti scavalcano con un solo arco laggiù in fondo l’acqua spumeggiante; sono antichissimi, di pietra, la loro volta è tappezzata di muschio grondante; sono opera d’uomo, ma è come se la natura se li fosse ripresi; è come se fossero cresciuti dal fianco della montagna, per radicare di nuovo, di là dalla gola, nel fianco della montagna di fronte.

E come nella gola sboccano le gole e nell’acqua si precipitano le acque, e sentiero e ponte collegano i casolari, e i viottoli conducono alla capanna del capraio, accanto a cui s’annida l’aquila, giù al mulino, che sta in mezzo all’eterna cascata ed è rivestito d’umido e di verde, e il vento porta suon di campane dal basso e suon di campane dall’alto e di qua e di là; allora senti che è più che una valle, è un paese, e la sua bellezza somiglia alla bellezza di quella grande nuvola vicina, grave e oscura eppure luminosa, anzi tralucente di luce interna e presso a fondersi in alto in vapore dorato; e bello come quella nuvola dalla fluide baie è anche il nome del paese: si chiama il Cadore”.

E’ un testo tratto dall’antologia curata proprio da Gabriella Bemporad, L’ignoto che appare. Scritti 1891-1914”, pubblicata da Adelphi nel 1991. Lo scritto è del 1903, e parla poi molto dell’opera “La festa campestre”, al Louvre, che aveva ispirato Manet, e che Angelo Conti, ad esempio, nel 1894, aveva attribuito decisamente a Giorgione. Anche se forse la questione di tale attribuzione è ancora aperta. Nello stesso volume compare anche uno scritto di ambientazione veneziana, “Ricordo di giorni belli”, del 1907. Mirabile, qui, la descrizione chiaroscurale della città, con cui volentieri chiudiamo, lasciandoci trasportare da quella “luce” mirabile, che su Venezia non è mai tramontata, e che nessun occupante straniero costringerà mai a volgersi in persa tenebra:

“Ora tutto era immerso nel fuoco, dietro le isole le nuvole parevano disfarsi in un vapore dorato, l’animale alato ardeva sul suo globo d’oro: compresi, non era soltanto il sole di quell’attimo ma di anni passati, anzi di molti secoli. Sentii che quella luce l’avrei conservata dentro, mi voltai e tornai indietro. Passarono ragazze sfiorandomi, una urtò l’altra e le tirò giù dalle spalle lo scialle nero; le vidi allora la nuca tra i capelli neri e lo scialle nero, che lei subito risollevò; ma il lampo di quella nuca esile fu un lampo della luce che era dappertutto, ma dappertutto veniva ricoperta. Le ragazzette con gli scialli scomparvero subito come pipistrelli nella fessura di un muro, e passò un vecchio, e nel fondo dei suoi occhi di vecchio uccello malinconico c’era una scintilla di luce. Senza volerlo, poiché ero troppo felice per volere qualcosa, percorsi come in cerchio le vie e attraverso l’arco ritornai di nuovo sulla grande piazza, camminai sotto i portici. Ma l’oro vivo del fuoco non era più nell’aria, solo nelle botteghe illuminate, che erano dappertutto, nell’ombra dei portici erano esposte cose che brillavano: era il negozio di un gioielliere con rubini, smeraldi, perle, piccole a fili e grandi, e ognuna aveva intorno a sé il suo lume come la luna. Mi fermai davanti a una bottega d’antiquario, c’erano vecchie stoffe di seta intessute di fiori d’oro e d’argento: in tutte quelle sete c’era la vita della luce, e non so quale ricordo di belle creature da cui quegli involucri rigidi erano caduti in notti piene di vita. Di fronte c’era una piccola bottega, vi scintillavano farfalle verdi e azzurre e conchiglie, specie conchiglie di nautilo, che sono di madreperla e hanno la forma di un corno d’ariete. Mi fermai ad ogni bottega e andavo in su e in giù dall’una all’altra di quelle creature, da cui la vita della luce non cede neppure la notte, ed ero pieno del desiderio di produrre qualcosa di simile con le mie mani, di foggiare qualcosa dal felice momento che era dentro di me e gettarlo fuori. Come l’aria umida e ardente della riva di un’isola dà forma alla scintillante farfalla, come il mare con la luce demonica sepolta sotto la sua massa forma la perla e il nautilo e li getta fuori, così volevo formare qualcosa che scintillasse dell’interna gioia di vivere e gettarlo dietro di me quando l’inarrestabile e inebriante fiumana della vita mi trascinasse con sé…”.

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Purtroppo VENEZIA muore perché i veneti l’hanno abbandonata e dimenticata.

    Non torneranno piu’ perché essere veneti aveva un senso oggi MORTO.

    Amen

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