Ustica, fu un missile: lo Stato ora deve risarcire. Ma perché morirono tutti i testimoni?

di GIULIO ARRIGHINIUstica_unaCatena_di_Morti-7a514

Dopo 35 anni c’è un verdetto. E’ normale? Ci dobbiamo compiacere che la giustizia italiana abbia impiegato una vita per arrivare alla verità, o meglio, ad un pezzo di verità?  Secondo la sentenza della prima sezione civile della Corte d’Appello di Palermo, quanto avvenne nei cieli del basso Tirreno in occasione della strage di Ustica è da addebitarsi a un missile lanciato contro il Dc-9 da un altro aereo che intersecò la rotta del volo Itavia e sono da escludersi le ipotesi alternativa della bomba collocata a bordo o del cedimento strutturale.

Quindi, lo Stato  che si era opposto ai risarcimenti, attraverso l’avvocatura, scaricando in modo indegno i costi processuali ai familiari delle vittime, dovrà pagare. Ma c’è da essere felici?

Ricapitolando: è stato un missile. Ma la sentenza della  prima sezione Civile della Corte d’appello di Palermo che  ha rigettato i ricorsi dell’Avvocatura dello Stato contro quattro sentenze emesse dal Tribunale del capoluogo siciliano in merito alla strage di Ustica del 27 giugno 1980, quando un Dc9 Itavia si inabisso’ in mare tra Ponza e Ustica con 81 persone, non ci spiega chi fu l’esecutore. Fu uno scenario di guerra? Non ce lo diranno mai.

Secondo i giudici a causare il disastro fu un missile e non una bomba a bordo o un cedimento strutturale dell’aereo. Da qui la sentenza della Corte, che ha confermato la condanna dei ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire i 68 familiari delle vittime del disastro che in primo grado si erano visti riconoscere un danno pari a oltre cento milioni di euro. A ottobre arriverà la quantificazione del risarcimento.

Ma allo stato va di culo. Perché  è stata dichiarata la prescrizione al risarcimento da depistaggio per intervenuto decorso del termine quinquennale.

Poi, restano altri gialli irrisolti.

 

In un interessante inchiesta pubblicata da Agoravox.it, Emanuele Midolo ripercorre i fatti che restano senza risposta.

Vediamoli insieme.

Il capitolo morti sospette

di Emanuele Midolo – “Nella sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore del 1999 in merito al Procedimento Penale 527/84 riguardante le indagini sulla strage di Ustica esiste un capitolo, il capo 4°, dedicato alle “morti sospette”.

È un argomento tornato di attualità recentemente, quello delle “vittime collaterali”alla strage, che si vanno a sommare agli 81 defunti del volo I-TIGI IH870, inabissatosi in mare il 27 giugno 1980, esattamente trentatré anni fa. Innanzitutto per la riapertura delle indagini sull’incidente aereo che costò la vita al Capitano Sandro Marcucci, il 2 febbraio 1992, la cui salma è stata riesumata il 13 giugno 2013.

 

L’associazione Rita Atria – fondata, tra gli altri, da Mario Ciancarella, un altro militare che ha indagato sul mistero della strage – si è battuta per anni al fine di riaprire le indagini di quello che, secondo loro non è stato incidente, ma un attentato: sarebbe stata una bomba nascosta nell’abitacolo a provocare la morte del pilota. L’associazione è stata comunque molto chiara su un punto: fino a prova contraria la fine di Marcucci non è legata direttamente alla strage.

Ma delle famigerate morti sospette si è tornato a parlare anche (e soprattutto) grazie alla rinnovata attenzione riguardo l’incidente del 28 agosto 1988Ramstein, in Gemania, dove persero la vita tre militari (il tenente colonnello Mario Naldini, il parigrado Ivo Nutarelli e il capitanoGiorgio Alessio) insieme a 67 civili che assistevano all’esibizione delle Frecce Tricolori. I feriti furono oltre 340.

Secondo un’inchiesta interna condotta dall’aeronautica militare italiana, la strage dell’Airshow Flugtag fu causata da un errore umano. L’archivio storico Stragi80 ha pubblicato  il rapporto ufficiale rimasto segreto per 25 anni che imputava il disastro ad una manovra errata compiuta dal solista, il caccia Pony 10 comandato dal pilota Ivo Nutarelli, durante il “cardioide”, una figura complessa ma ripetuta centinaia di volte dai Top Gun delle Frecce.

Ora, l’indagine che da un anno e mezzo è stata condotta da Giancarlo Nutarelli, fratello di Ivo, affiancato da avvocati, giornalisti e tecnici con la consulenza del legale dei familiari delle vittime Daniele Osnato, smentirebbe quel rapporto.

“Voglio solo che il nome di mio fratello sia riabilitato. Ivo non causò la morte di tutte quelle persone, era un bravo pilota e non avrebbe mai commesso un errore del genere. Cerco la verità da anni e il sospetto che la sua morte sia legata alle 81 vittime del Dc9 è maturato dopo aver visto con quanta fretta e superficialità l’Aeronautica indagò sull’incidente”, ha dichiarato Nutarelli al Fatto.

Mario Naldini e Ivo Nutarelli erano in volo sullo stesso aereo la sera del 27 giugno 1980. Partito dalla base aerea di Grosseto per un’esercitazione, tra le 20:30 e le 20:45 l’F-104 con i due ufficiali a bordo “squocca” per ben due volte un segnale di pericolo, il codice 7700, “emergenza generale confermata”. Pochi minuti dopo, la torre di controllo perde il contatto del DC-9 Itavia in rotta da Bologna a Palermo, che esplode e si schianta in mare. Cosa hanno visto Naldini e Nutarelli?Nessuno lo sa.

Nella sentenza-ordinanza Priore scrive che “di certo i due erano a conoscenza di molteplici circostanze attinenti al DC9 e a quei velivoli che volavano in prossimità di esso”. “Ma, prosegue il giudice, “non v’era stato nel corso degli anni alcun segno di cedimento da parte dei due, se non qualche battuta, pronunciata in ambienti ristretti e che in breve tempo s’era estinta senza alcun seguito”.

Il giudice istruttore esclude che la strage di Ramstein sia stata compiuta al fine di mettere a tacere i due piloti che avrebbero dovuto testimoniare al processo su Ustica: “Quello che non convince è lasproporzione tra fini e mezzi, e cioè che si dovesse cagionare una catastrofe – con modalità peraltro incerte nel conseguimento dell’obbiettivo, cioè l’eliminazione di quei due testimoni per impedirne rivelazioni”. Compiere, cioè, una strage per coprire un’altra strage.

Nel capitolo cui abbiamo fatto riferimento all’inizio, Priore distingue fra “i casi risultati non collegati alla vicenda di Ustica” – tra i quali inserisce l’incidente di Ramstein, così come la morte di Sandro Marcucci – e “i decessi per i quali permangono indizi di collegamento con il disastro del DC-9 e la caduta del Mig”.

“Questa inchiesta come s’è caratterizzata per la massa di inquinamenti così si distingue per il numero delle morti violente attribuite per più versi ad un qualche legame con essa”, scrive Priore nella Premessa. “Ma – specifica – “questo numero viene però quasi azzerato, se si tien conto della durata delle indagini e quindi di un tasso fisiologico di decessi; ma di più, se tali vicende vengono vagliate escludendo deduzioni di fantasia ed usando solo rigorosi parametri di fatto”.

Già, parametri e dati di fatto. Criteri che mancano spesso – occorre dirlo – nelle decine di inchieste che si sono susseguite nei trentatré anni successivi alla strage. E che hanno contribuito, volente o nolente, ad alimentare quella valanga informativa che ha rischiato di saturare le indagini, “intossicandole” con ogni genere di ipotesi, anche le più incredibili.

Restano, però, i suicidi. Quelli sì, definirli “sospetti” vorrebbe dire usare un eufemismo. Come il caso del Maresciallo Mario Albero Dettori, ritrovato impiccato ad un albero lungo il fiume Ombrone, vicino Grosseto, il 31 marzo 1987. Nell’80 era controllore di Difesa Aerea al Centro Radar dell’Aeronautica militare di Poggio Ballone, di turno proprio la sera della strage. Dettori vide cosa accadde al DC-9; tornato a casa, sconvolto, disse alla moglie che quel giorno era “successo un casino”. “Qui vanno tutti in galera”, disse Mario alla moglie Carla. E poi, il giorno dopo, a sua cognata Sandra: “Siamo stati a un passo dalla guerra. C’era di mezzo Gheddafi.”

Dettori viene mandato in Francia per un avvicendamento di 6 mesi alla base aerea di Cap Martin ma rientra in anticipo, viene messo in prepensionamento. Tornato dalla Francia comincia a comportarsi in modo strano, ha – per la prima volta in vita sua – frequenti mal di testa, è convinto di esser spiato; una perizia medica gli diagnostica una sindrome da stress post-traumatico. Poche settimane dopo viene ritrovato da un collega dell’aeronautica impiccato a un albero lungo il greto del fiume. Il corpo venne seppellito l’indomani, senza autopsia. “Al funerale aveva provveduto l’Aeronautica, anche ai fiori a nome dei parenti”, dichiarerà la cognata ai giudici.

“Se ha visto quello che mostravano gli schermi di quel CRAM, che aveva visione privilegiata su tanta parte della rotta del DC9 e di quanto intorno ad esso s’è consumato, se ne ha compreso la portata, al punto tale da confessare a chi gli era più vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra, ben si può comprendere quanto grave fosse il peso che su di lui incombeva. E quindi che, in uno stato di depressione, si sia impiccato. O anche – dal momento che egli stava diffondendo le sue cognizioni, reali o immaginarie, e non fosse più possibile frenarlo – che sia stato impiccato

L’altra “vittima sospetta”, la numero 84, come la chiama il giornalista Fabrizio Colarieti in un e-book, è il maresciallo Franco Parisi, ritrovato, anche lui, impiccato ad un albero del suo giardino, in provincia di Lecce, il 21 dicembre 1995. Nel 1980 era controllore della Difesa Aerea al centro radar di Otranto. Non era in servizio la sera del 27 giugno, ma la mattina del 18 luglio, quando sarebbe precipitato il Mig libico sui monti della Sila. Parisi era stato ascoltato dal giudice Priore due mesi prima, nel settembre ’95, ma si era dimostrato un teste difficile: non aveva voluto (o potuto) rispondere a tutte le domande del magistrato. Invitato a comparire il 10 gennaio successivo, era morto pochi giorni dopo aver ricevuto la convocazione.

“Di certo questo episodio presenta delle somiglianze impressionanti con la vicenda di Dettori del sito di Poggio Ballone. Sia nelle cause, che nella decisione, e nei sospetti. Questo con buona pace di coloro, e non sono pochi, che tuttora s’affannano a stimare Ustica un ordinario incidente di volo”, ha scritto in merito Priore. Un incidente di volo che continua a uccidere, anche a distanza di 15 anni.

Tutte le “strane” morti legate a Ustica:

Pierangelo Tedoldi, colonnello dell’Aeronautica Militare. Morto il 3 agosto 1980 in un incidente stradale. Gli era stato assegnato il comando dell’aeroporto militare di Grosseto ma non era ancora subentrato al col. Tacchio al momento dell’incidente. Escluso ogni legame con Ustica.

Maurizio Gari, capitano dell’Aeronautica Militare. Morto il 9 maggio 1981 d’infarto a poco più di trent’anni. La sera del 27 giugno ’80 era in servizio in quanto capo controllore del centro radar di Poggio Ballone (insieme al maresciallo Dettori). Scrivono gli investigatori: “Dalle poche conversazioni telefoniche che sono state rintracciate si denota un particolare interessamento dell’ufficiale per l’incidente del DC9 Itavia. Certamente la sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità all’inchiesta”.

Giovanni Battista Finetti, sindaco di Grosseto nel 1980. Morto il 23 gennaio 1983 in un incidente stradale. Assolutamente escluso ogni legame con Ustica.

Mario Albero Dettori, maresciallo dell’Aeronautica Militare. Morto impiccato il 31 marzo 1987. La sera del 27 giugno 1980 era in servizio al centro radar di Poggio Ballone.

Ugo Zammarelli, maresciallo dell’Aeronautica Militare. Morto il 12 agosto 1988 in un incidente stradale. Nel 1980 era in servizio al SIOS di Cagliari. Escluso ogni legame con Ustica.

Mario Naldini e Ivo Nutarelli, tenenti colonnelli dell’Aeronautica Militare. Morti il 28 agosto 1988 durante l’esibizione delle Frecce Tricolori a Ramstein, in Germania.

Antonio Muzio, maresciallo dell’Aeronautica Militare. Ucciso il 1° febbraio 1991 a Vibo Valentia. Nel 1980 era in servizio alla torre di controllo di Lamezia Terme (non rilevante per il DC-9, forse per il Mig). Non è emerso alcun legame con Ustica.

Alessandro Marcucci, tenente colonnello dell’Aeronautica Militare. Morto il 2 febbraio 1992 in un incidente aereo sulle Alpi Apuane. Nel 1980 era pilota presso la 46° Aerobrigata di Pisa. Aveva indagato sulla vicenda Ustica ma le sue informazioni erano indirette.

Antonio Pagliara, maresciallo dell’Aeronautica Militare. Morto il 2 febbraio 1992 in un incidente stradale. Nel 1980 era in servizio al centro radar di Otranto (insieme al maresciallo Parisi) con la funzione di controllore di Difesa Aerea. Le indagini hanno concluso per la casualità dell’incidente.

Roberto Boemio, generale dell’Aeronautica Militare. Ucciso il 12 gennaio 1993 a Bruxelles, in viaggio di lavoro come consulente per l’azienda Alenia. Nel 1980 Capo di Stato Maggiore presso la Terza Regione Aerea di Bari. Scrivono gli investigatori: “Esaminato già per entrambi gli incidenti aerei del 27 giugno e del 18 luglio 80, sicuramente altra sua testimonianza inerente gli incidenti aerei in disamina, a seguito delle risultanze istruttorie emerse dopo le sue prime dichiarazioni, sarebbe risultata di grande utilità.” La magistratura belga non ha potuto identificare moventi e colpevoli dell’omicidio.

Gian Paolo Totaro, maggiore medico dell’Aeronautica Militare. Morto impiccato il 2 novembre 1994. Nel 1980 in servizio presso la base delle Frecce Tricolori di Ghedi. Rimangono sospetti sulle modalità del suicidio (Totaro si sarebbe suicidato con una corda appesa alla porta del bagno, a poco più di un metro di altezza da terra), ma le indagini hanno riscontrato in una delusione sentimentale la causa del gesto.

Franco Parisi, maresciallo dell’Aeronautica Militare. Morto impiccato il 21 dicembre 1995. Nel 1980 (il 18 luglio) era controllore della Difesa Aerea al centro radar di Otranto.

 

 

Detto questo, la sovranità limitata di questo paese continua a farci sprofondare nel ridicolo e nel drammatico. Lo scenario di guerra che ignoriamo ci fa immaginare a ragione tanti altri scenari che ci sono ignoti. Altro che scie chimiche. Bisogna morire e senza neanche sapere di cosa, per mano di chi. E’ l’unico diritto che resta: il diritto dovere di non dover sapere.

Segretario Indipendenza Lombarda

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One Comment

  1. Antonio says:

    La domanda all’inizio è: Ma perché morirono tutti i testimoni?

    Risposta?
    Andate ad ascoltare l’intervista alle due rom, minorenni, borseggiatrici di Roma:

    “Tanto, prima o poi, sarebbero morti lo stesso”.

    Antonio

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