Uso e abuso dei social network

La CICALAfacebook

 
Penso che possa incuriosire la lavoratrice o il lavoratore che si trovi ad utilizzare i social network  – facebook, Twitter, linkedin o badoo  e molti altri ancora – conoscere i rischi molto rilevanti l’esporre sulle “reti sociali” affermazioni, ingiurie, e rivelazioni di metodi di comportamenti aziendali riservati. Ho avuto modo di documentarmi sulle sentenze “assai numerose” che Tribunali e la stessa Corte di Cassazione hanno nel corso degli ultimi 12/13 anni emesso a favore o a sfavore di dipendenti privati o pubblici.
C’è da rimanere stupiti nel leggere con quanta stupidità alcune persone pensino di farla franca “spiattellando” e condividendo con altri fatti o metodi di lavoro che sono spesso riservati e non si possono portare a conoscenza di terzi soprattutto se si parla di propri collaboratori nel caso chi scriva sia il tuo responsabile di ufficio. 
Vediamo gli effetti dell’art.2105 del codice civile : il dipendente «non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».
Interessante ribadire che quando il “profilo privacy” scelto e adottato dal lavoratore consente la visualizzazione dei suoi commenti, anche agli “amici degli amici” (ed è quindi aperto ad altri  utenti in modo indeterminabile), il Garante della Privacy ritiene legittimo l’uso a fini disciplinari, da parte del datore di lavoro, di ogni manifestazione “tracciata” sui social network da parte del proprio dipendente. Si aggrava ulteriormente la posizione del dipendente che rivesta il grado di dirigente o di quadro direttivo, in quanto questo implica infatti, per definizione, un maggiore grado di “impegnatività” delle dichiarazioni rese. Infatti esprimere valutazioni, opinioni commenti e dichiarazioni su fatti e conoscenze acquisite nell’ambito del proprio ruolo professionale o di ruolo è un’aggravante.
Cito il caso di un lavoratore, venuto a conoscenza che il proprio Capo Ufficio aveva commentato pubblicamente i giudizi annuali sulle valutazioni dei comportamenti dei propri collaboratori, definendoli “persone incapaci, ingrate o fenomeni da circo”, tanto da portare a querelare il suo Capo per diffamazione (art. 595 del C.Penale). Questo delitto  si consuma in assenza della persona o delle persone offese, comunicando ad almeno altre 2 persone i propri commenti, e la pena è fino ad un anno di reclusione o una la multa sino a 1032 euro. Ma…il datore di lavoro? Pensate non adotti immediate azioni sul proprio dipendente ( il capo dell’Ufficio) che ha determinato con la sua condotta carte bollate?
Insomma PRUDENZA, care lavoratrici e lavoratori, abbiamo già grossi problemi occupazionali, non si vorrà ingrossare le fila di coloro che sono senza lavoro!
 
Spesso ci indebitiamo con il futuro per pagare i debiti con il passato. (Khalil Gibran)
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