FUORI DALL’EURO: NESSUNA CERTEZZA SULLE CONSEGUENZE

di MATTEO CORSINI

Sandro Gozi è responsabile politiche Ue del Pd alla Camera. Ho letto questa sua dichiarazione riportata dall’ANSA e, a dire il vero, avrei potuto sceglierne decine di altri politici più o meno (ig)noti sullo stesso argomento. “L’uscita della Grecia dall’euro costerebbe cara: ogni italiano dovrebbe pagare 10 mila euro l’anno per 10 anni, i tedeschi 8 mila euro per il primo anno e poi meno negli anni a venire. Bisogna perlomeno allungare i tempi di rientro della Grecia”.

Il tema dell’uscita della Grecia dall’euro o di uno smembramento dell’unione monetaria è molto dibattuto in questi tempi, e nel mondo finanziario lo è già da diversi mesi. Sono molti gli analisti dei think tank o delle banche d’investimento che scrivono report sul tema, sentendo il bisogno di quantificare gli effetti di questi eventi. E allora ecco che escono cifre sui costi complessivi o pro capite.

Ovviamente ognuno è libero di scrivere quello che vuole, ma il problema è che nel passaparola le cose scritte al condizionale diventano certezze, soprattutto quando vengono utilizzate da qualcuno a sostegno di una posizione politica.

I report solitamente hanno un sommario in prima pagina, nel quale sono elencate sinteticamente le principali conclusioni a cui sono giunti gli estensori. In molti non hanno poi il tempo e/o la voglia di leggere le pagine che seguono (a volte decine); così facendo, non sanno neppure quali sono le ipotesi che hanno indotto gli estensori del report a giungere a determinate conclusioni. Nel caso di eventi come l’implosione dell’Unione monetaria o dell’uscita della Grecia dalla stessa, questo è un problema non di poco conto, dato che le ipotesi di base sono fortemente soggettive, non da ultimo perché si tratta di eventi senza precedenti. Anche se ne avessero, peraltro, si tratterebbe in ogni caso di ipotesi soggettive, visto che nulla garantisce che le cose si debbano ripetere allo stesso modo. Anzi.

Capita, allora, di leggere che il ritorno alla dracma comporterebbe subito una svalutazione dell’X per cento, che a sua volta comporterebbe perdite alle banche di Y miliardi, ai creditori privati di Z miliardi, a quelli pubblici di H miliardi e, dopo alcuni passaggi, un costo per ogni europeo di N mila euro. Credo basti un po’ di buon senso per rendersi conto che dare per certi questi numeri sia del tutto fuorviante. La verità è che nessuno può quantificare impatti di eventi del genere, men che meno con un ragionevole grado di confidenza.

Attribuire certezza alle conclusioni di studi del genere è come attribuirla alle previsioni di un cartomante.

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11 Comments

  1. Michele Taroni says:

    Egregio Sig. Corsini, il Suo è un sasso nello stagno che suscita le più disparate considerazioni tutte accomunate dalla condivisibile conclusione circa la impossibilità di prevedere le conseguenze di un’eventuale uscita della Grecia dall’Euro. Non mi intendo di materie economiche e,quindi, non v’è nulla di quanto io possa dire che sia frutto di studi o di esperienze specifiche. Non rinuncio, tuttavia, ad esprimere qualche riflessione ad alta voce basandomi su elementi deduttivi in riferimento non tanto all’uscita della Grecia dall’Euro, quanto ad un ritorno alla Lira da parte dell’Italia, non escludendo che possa essere l’una la conseguenza, ovvero un effetto indiretto, dell’altra. C’è chi sostiene che la moneta sia lo specchio dell’economia, cosicché ad un’economia forte dovrebbe corrispondere una moneta forte. Ripensando al marco tedesco pre-euro il concetto appare calzante sol che si rispolveri un qualsiasi quotidiano di quegli anni per avere conferma del cospicuo valore della divisa alemanna. Che cos’è, dunque, che la rendeva,così forte ovvero, che cosa rendeva così debole la nostra Lira al confronto? Il paragone non è fine a sé stesso perché, posto che l’Euro è stato modellato – a detta di tutti – sul marco tedesco e che le rispettive economie di Italia e Germania hanno mantenuto, se non accresciuto le croniche disparità, è intuitivo che l’uscita dell’Italia dall’Euro – non si sa bene in quale forma né in quale momento – produrrebbe un’inevitabile ritorno ad una Lira molto debole e, come tale, buona per le esportazioni, ma del tutto inadeguata per le importazioni (vedi mercato energetico). Per non parlare degli effetti “interni” del cambio e delle conseguenze sui prezzi: in quale rapporto starebbe un futuro stipendio medio espresso in Lire rispetto ad una rata media di mutuo immobiliare? I prezzi di quali beni e di quali servizi subirebbero le variazioni più sensibili? In sintesi: ce lo potremmo permettere? Vedere – e non prevedere – cosa capiterà alla Grecia nelle prossime ore ci dà un minimo vantaggio per comprendere con (lieve) anticipo da quale parte dell’orizzonte dovremo orientare la barra del timone.
    Cordialità.
    Imola, 27 maggio 2012 Michele Taroni

  2. Daniele Roscia says:

    La moneta non e’ che il riflesso dell’essenza di una economia, il miraggio di creare un Europa con la stessa moneta come passaggio importante verso l’integrazione politica europea, e’ o sta clamorosamente fallendo, la speranza, degli italioti di destra, centro e sinistra, di fornire uno strumento di stabilizzazione delle economie europee, tramite concorrenza, stabilita’ del cambio ed contraltare ad aree economiche come quelle asiatiche e statunitense, e’ fallita: troppo le differenze, culturali e antropologiche fra le varie comunità, ma soprattutto ad un aspetto del modello: gli stati nazionali moderni (dicasi vecchi) hanno ceduto una parte della sovranità, ma non tutta, anzi stanno boicottando questa strategia. L’esempio italiano e’ un classico dopo 159 anni siamo ancora, meno male, profondamente divisi come cultura e antropologia, aveva ragione Metternich l’Italia era ed e’ una semplice espressione geografica, con le formiche lombardo venete che rischiano di essere mangiate dalle cicale meriodionaliste imperanti. Da questa crisi una via di uscita puo’ essere indicata, se non raggiungiamo in fretta la piena indipendenza, quella di sostenere la totale integrazione politica, con i paesi nordici trainanti e determinanti la mediazione prevalenti, meglio cedere sovranita’ e condivisione di interni con Berlino, Londra e Parigi, che con gli sciagurati mentecatti romani ormai in balia della peggiore sindrome meridionalista. Ancora una volta aveva ragione Gianfranco Miglio, allora l’indipendenza era una chimira, se fosse ancora con noi avremmo un tecnico speciale e sono certo che saprebbe offrire un valido contributo alla nostra azione.

    • giovanni says:

      Chaire e lucide conclusioni;approvo.

    • mercanzin marco says:

      Cedere ancora sovranità?
      Integrarsi politicamente con i paesi nordici?
      Prima Roscia dice che ci sono troppe differenze in europa per una integrazione monetaria, poi propone addirittura di omologarci alla Germania.
      Dicotomia allo stato puro.

      Ehi Roscia, sveglia !, se diventassimo indipendenti, già da domani mattina facciamo il culetto rosso, economicamente parlando, a tutto il resto d’europa.
      Non c’è alternativa all’indipendenza, perchè anche alla Germania non interessa la nostra libertà, in quanto, di fatto, ridimensionerebbe la sua leadership economica/produttiva.

  3. mercanzin marco says:

    Da http://goofynomics.blogspot.it/2012_05_01_archive.html :

    Di quale terrorismo voglio parlarvi? Vi faccio un esempio.

    Un prestigioso (valutate voi) quotidiano nazionale oggi titola che “il ritorno alla dracma costerebbe 11000 euro all’anno per ogni europeo”. Prima di entrare nel merito, cerchiamo di capire di che cifra stiamo parlando. Non è semplice, perché non è semplice capire cosa si intenda per Europa: di Europe oggi ce ne sono tante, tutte fasulle (Unione Europea, Eurozona), tranne una, quella che c’è sempre stata (almeno in tempi storici). Ma supponiamo che trattandosi di euro l’autore dell’articolo, Ettore Livini, intenda riferirsi all’eurozona. Dunque: secondo i World Development Indicators la popolazione dell’eurozona nel 2010 era di 331.675.464 abitanti (diciamo 332 milioni). Se li moltiplichiamo per 11.000 euro, il risultato è 3.648.430.108.771 euro, cioè 3648 miliardi di euro, cioè… cioè, per capirci, una volta e mezzo il Pil della Germania! Per di più “all’anno”, senza specificare per quanti anni…

    Ehi, amico!? Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? Salvare la Grecia ci costerebbe una volta e mezzo il Pil della Germania? Ma la Germania è grande più di 10 volte la Grecia, in termini di Pil! Da dove salta fuori ‘sta moltiplicazione per dieci?

    Aspetta, te lo dico in un altro modo, per capirci. Se i cittadini dell’eurozona volessero comprarsi l’intera Grecia, questa costerebbe loro un po’ più di 800 euro a testa, da pagarsi in un’unica soluzione. Sì, perché sai, tu sei un giornalista, hai studiato altre cose, ma la Grecia rimane pur sempre un 3% o giù di lì del Pil dell’eurozona. Ma come può venirti in mente che la sua uscita provochi uno sconquasso delle proporzioni che tu dici? Sai, stai parlando di una cosa seria, di una cosa che preoccupa la gente, pensaci, verifica, lo so che vai di fretta (sapessi io), ma ci vorrebbe un po’ di responsabilità…

    Ma io lo sapevo da dove veniva quel numero. Lo sapevo anche prima di leggere l’articolo, perché, come vi ho più volte detto, sto organizzando un convegno scientifico dal titolo: “The Euro: manage it or leave it! The economics, social and political costs of crisis exit strategies”. Sono arrivati tanti lavori, di economisti tedeschi, belgi, irlandesi, spagnoli, portoghesi, greci, italiani, polacchi, cechi, insomma, un po’ di tutto, e da organizzatore del convegno devo leggere tutti questi lavori per organizzare le sessioni.

    Ora, il lavoro di un collega tedesco molto preparato, Ansgar Belke, si occupa proprio degli scenari di uscita, distinguendo fra uscita di un paese “debole” (come la Grecia) e di un paese “forte” (come la Germania). E leggendolo sono venuto a conoscenza dello studio dell’UBS che Repubblica prende come base della sua incredibile asserzione. Lo studio è qui e potete leggerlo tutti. Cosa dice questo studio? Dice che

    “a seceding country would have to expect a cost of EUR9,500 to EUR11,500 per person when seceding from the Euro area.” Cioè:

    1) il costo verrebbe sostenuto dal paese che esce (la “seceding country”); e

    2) nel primo anno (“when seceding”).

    Quindi non dice, come riporta Repubblica: “Italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio all’euro di Atene.” No. Quello che UBS dice è che italiani e spagnoli pagherebbero (separatamente) questa somma per il loro eventuale addio all’euro, cioè, rispettivamente per il ritorno alla lira o alla peseta, senza che questo evento coinvolga (o almeno non per un ammontare simile) tutti i cittadini dell’eurozona!

    E ancora, ci sono parecchi dettagli da aggiungere.

    Il primo è che lo studio UBS in effetti fornisce una stima in termini di Pil: secondo lo studio, la perdita sarebbe fra il 40% e il 50% del Pil per il paese che esce. Ci siamo? Siccome il Pil Italiano è attorno ai 1500 miliardi di euro, e noi siamo circa 60 milioni, a ogni cittadino italiano (non a tutti gli europei), con questa logica, il ritorno alla lira costerebbe fra i 12.500 e i 10.000 euro nel primo anno (con altre “rate” intorno ai 3.000 negli anni immediatamente successivi, ma su questo lo studio non è chiaro).

    Con i numeri della Grecia, il costo del ritorno alla dracma sarebbe invece fra i 10.000 e gli 8.000 euro per cittadino greco (non per tutti gli europei). Sono sempre molti, ma non sono 11.000, non sono per tutti i cittadini europei, e sono solo per il primo anno.

    La capite, la differenza, no? Quindi chissà perché qualcuno non la capisce…

    Poi, c’è un ulteriore dettaglio da aggiungere. Lo studio dichiara che i modelli economici non sono uno strumento utile per effettuare analisi così radicali, e che secondo lui lo scenario più appropriato non sarebbe quello della “rottura” dello SME credibile (la svalutazione del 1992-93, che fu attorno al 20%), ma uno scenario argentino, con svalutazioni attorno al 60%.

    Quanto dilettantismo…

  4. marco says:

    hum giusto per fare il conto della serva 10.000 euro x 60.000.000 di italiani per 10 anni sono 6000 miliardi di euro
    ma la grecia non ha 300 miliardi di debito in tutto ?????

  5. Glogly says:

    Nessuna certezza? Bhe basta vedere chi è rimasto fuori dall’euro già dall’inizio……….nessun paese fuori ha subito conseguenze di una moneta volta a farci estinguere. Subito alla lira prima che sia troppo tardi e irreversibile.

  6. jimmie says:

    Matteo, la funzione degli economisti e’ proprio quella di dare I numeri, come del resto e’ chiarissimo visto il vento economico-monetario che tira.
    Cartomante per cartomante, e per di piu’ (il sottoscritto), cartomante sghangherato, la Grecia rimarra’ nell’ Euro. Uscirne creerebbe condizioni simili a quelle della Russia quando l’astemio Yeltzin dissolse l’Unione Sovietica. Da un giorno all’altro la moneta non valeva piu’ niente e con l’aggravante della perdita immediata di tutti i servizi sociali (riassumo per brevita’ ma quelli furono gli effetti). E qui non e’ speculazione, e’ storia.
    Un evento simile in Grecia esporrebbe l’estrema polarizzazione sociale del paese. La situazione potrebbe portare a sviluppi indigesti alle oligarchie che controllano il mondo. Nonche’ (experientia docet) ai ricorrenti interventi ‘umanitari’ del Pentagono e della CIA a base di drones e cluster bombs.
    Per di piu’ la questione della moneta e’ sufficientemente incomprensibile da fornire immense opportunita’ di discussione ai media monopolizzati in una grande orgia di ‘molto rumore per nulla’ (Much Ado About Nothing). Come del resto anche le dichiarazioni del citato soggetto vogliono dimostrare.
    http://www.yourdailyshakespeare.com

  7. mercanzin marco says:

    Ehm, sicuramente nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere scenari che storicamente non hanno precedenti, ma di sicuro per capire che certi giornalisti mainstream sono solo dei terroristi, basterebbe moltiplicare quelle cifre, o anche una loro media, per i 332.000.000 di cittadini europei, per avere una cifra superiore al PIL tedesco di un anno.
    Ora, pensare che la Grecia con un PIL pari alla provincia di Verona, anche se il suo debito è decuplicato dal derivati o credit swap, è impossibile ce si generino quelle cifre.

    A volte non serve essere grandi economisti, bastano le tabelline delle elementari.

  8. Diego Tagliabue says:

    La Grecia è il mezzogiorno d’Europa (Thilo Sarrazin).
    Senza il fardello degli scendicane/incassavagia la situazione in Lombardia a Veneto sarebbe ben più rosea.
    Mancherebbero ancora, però, un federalismo reale, la cooperazione scuola-università-azienda (duale Ausbildung), lo spirito di ricerca e innovazione (qualità > quantità).
    Lombardia e Veneto sono le regioni più produttive, ma la produttività da sola non basta.

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