Usate la vostra lingua, lasciate perdere il dialetto

di MARCO TAMBURELLI*

Il centro studi per la diversità culturale del Messico (noto comeBiblioteca de Investigación Juan de Córdova) ha dato il via alla campagna “Todas se llaman lenguas” (si chiamano tutte lingue, consultabile da questo sito: http://www.todas-lenguas.mx/ ),unacampagna contro l’uso denigratorio della parola ‘dialetto’, e per la “sensibilizzazione alla diversità linguistica del paese”. Un richiamo ad usare la parola ‘lingua’ e ad abbandonare contemporaneamente il termine ‘dialetto’, termine che nelle Americhe come in Europa è stato integrato nel sistema sociale e scolastico con la precisa intenzione di eliminare l’uso delle lingue ancestrali (nel caso americano) e di quelle locali/regionali (nel caso europeo). Quella messicana è quindi una campagna di riappropriazione delle lingue storiche, campagna di cui hanno bisogno anche molte lingue regionali d’Europa, e specialmente quelle storicamente radicate sul territorio italiano.

E quindi ce n’è tanto bisogno anche in Italia, perché come nel resto d’Europa e nelle Americhe, il termine ‘dialetto’ (insieme a ‘patois’) è diventato simbolo di arretratezza, povertà, passato. Un termine che è spesso usato in opposizione a quello di ‘lingua’, simbolo di progresso, potenzialità, futuro. Premetto subito che una campagna di questo tipo non sarebbe un ennesimo caso di ‘politically correct’, anzi. Si tratterebbe di un atto di sensibilizzazione e conseguente riappropriazione delle lingue storiche d’Italia, lingue che fanno parte della storia, della cultura e del tessuto socio-antropologico di ogni cittadino italiano, europeo, mondiale. Riappropriarsi di quelle lingue che sono state sminuite e soffocate, spesso attraverso menzogne e acrobazie intellettuali tanto vergognose quanto efficaci. Menzogne del tipo: “sono vernacoli, idiomi usati solo nel parlato”, quando piemontese, lombardo e siciliano (per fare solo qualche esempio) hanno una tradizione letteraria ben più ricca di quella basca, e vantano una storia letteraria scritta più antica di quella dell’albanese (tanto per fare un esempio).

Oppure il mito secondo il quale sarebbe “impossibile usare le lingue locali nelle scuole”, quando le lingue regionali d’Italia, in tutte le loro varianti, sono state sistematicamente utilizzate come mezzo d’istruzione (soprattutto, ma non solo, per l’insegnamento della lingua italiana) fino agli anni ‘20, e grandi pedagogisti come Giuseppe Lombardo-Radice conoscevano bene il valore delle lingue locali come lingue d’istruzione che potessero fare da ponte tra “il noto e l’ignoto”.

Oppure la scandalosa idea, sostenuta anche dall’altrimenti colto Umberto Eco, che alcune lingue siano intrinsecamente “ridicole” mentre altre sono “serie”. Qualunque linguista degno di tale qualifica sa benissimo che qualsiasi lingua ha il potenziale di essere “seria”, e che nessuna lingua nasce “ridicola”. Anzi, per creare la percezione che alcune lingue “fanno ridere” bisogna investire tempo e risorse in un’ingegneria linguistica atta ad escluderle da particolari strati sociali (tipicamente la scuola, l’amministrazione, i media), insistendo con il chiamarle ‘dialetti’, ‘patois’ e quant’altro di denigratorio ed opposto a ‘lingua’. Le lingue regionali d’Italia iniziarono ad esser viste come inadatte all’uso ‘serio’ (o meglio ‘colto’) solo dopo sistematiche campagne denigratorie con la precisa intenzione di estirpare quella che un miopissimo Manzoni, ahi noi, chiamava “la malerba dialettale”. Campagne che avevano alla base la parola ‘dialetto’ in chiara opposizione a quella di ‘lingua’.

In un mondo dove sono stati fatti sittanti sforzi politici ed economici per convincerci che i vocaboli, le pronunce e le grammatiche dei nostri avi fossero “malerba”, credo di non esagerare se dico che chiamare questi sistemi di comunicazione “lingue” è un atto di rivoluzione intellettuale. E se pensate che la scelta di un termine sia cosa da poco, che l’importante è rispettare il proprio ‘dialetto’ indipendentemente dal nome che gli viene dato, allora chiedetevi perché non troviamo tra i prodotti della Knorr una zuppa con il nome di “Brodaglia”, o perché negli alberghi non trovate la targhetta “cesso” sulla porta dei bagni. Basta che siano puliti e funzionali, cosa importa come li chiamiamo? Importa. Importa eccome. La ricerca psicolinguistica moderna dimostra che l’idea che ci facciamo di un oggetto dipende in parte dal nome che gli viene dato, è quello che noi linguisti chiamiamo “l’effetto connotativo” della parola. I nomi evocano pregiudizi e atteggiamenti importanti che influenzano la nostra percezione di una cosa o di un concetto. Anche se tale cosa si rivela poi positiva (per esempio, se i “cessi” sono moderni e pulitissimi o la “Brodaglia” è gustosa), la scelta del nome può influire fortemente su come la percepiamo, tanto da farci credere che Brodaglia non sia tanto buona quanto quell’altro prodotto, gastronomicamente identico, ma dal nome più positivo. Se non fosse così, le aziende di marketing non spenderebbero milioni di euro in ricerche prima di scegliere il nome dei loro prodotti.

Allo stesso modo, se pensate ancora che la parola ‘dialetto’ non sia denigratoria, vi chiederei di ricordare le innumerevoli volte che l’emancipazione delle lingue locali o regionali è stata ostacolata con giochi di parole del tipo “ma quello è solo un dialetto”, “ma il catalano/galiziano/gallese [inserire lingua straniera riconosciuta a piacimento] è una lingua, non un dialetto”, “ma come si può insegnare un dialetto come se fosse ‘una vera e propria lingua’” (cit. del ‘dialettologo’ Michele Burgio a proposito del siciliano), e chi più luoghi comuni denigratori ha, più ce ne metta.

La campagna “si chiamano tutte lingue” non ha quindi nulla a che fare con il ‘politically correct’. Al contrario, rappresenta un ‘no’ secco alle menzogne della pseudo-storia, un ‘no’ deciso a coloro che hanno tentato di rendere invisibile più di un millennio di storia linguistica, un ‘no’ definitivo alla distinzione fasulla fra lingue e culture “alte” (leggi “potenti”) e “basse” (leggi “usurpate”). Emiliano, Friulano, Italiano, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Romagnolo, Sardo, Siciliano e Veneto sono tutte lingue. Sono le nostre lingue, nostre non solo come cittadini italiani ma come europei e come esseri umani abitanti del Pianeta Terra. Il Lombardo è la mia lingua perché è stata la lingua dei miei padri per decine di generazioni, ma anche il siciliano, il frisone o il basco sono le “mie” lingue in funzione della loro importanza come sistemi di comunicazione della storia e della cultura europea, occidentale, umana. Tutti diventeremmo antropologicamente e culturalmente più poveri se dovessero estinguersi il lombardo, il siciliano o il basco, così come diventeremmo più poveri se dovessero scomparire la torre di Pisa o Machu Picchu. Certo non posso negare che, da Lombardo, sarei più emotivamente colpito se sparisse il Domm de Milan piuttosto che la torre di Pisa. Ma ciò non mi impedisce di comprendere ed apprezzare il peso culturale e storico della torre di Pisa o della muraglia cinese, massime espressioni architettoniche ed ingegneristiche della storia dell’Umanità. Lo stesso vale per le lingue, tutte le lingue, massime espressioni cognitive della storia dell’Homo Sapiens, e parte integrante di quella capacità linguistica che è e rimane l’unico tratto cognitivo che ci distacca nettamente dagli altri primati. Non per nulla l’Unesco annovera Piazza dei Miracoli tra i Patrimoni dell’Umanità, così come annovera anche Emiliano, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Romagnolo, Siciliano e Veneto tra le lingue in pericolo d’estinzione. Ed è proprio l’Unesco a ricordarci che il pericolo d’estinzione non è né inevitabile né irreversibile, cominciando proprio con il chiamare queste lingue con il loro nome. Todas se llaman lenguas, i se ciamen tute lengove, si chiamano tutte lingue.

Si chiamano tutte lingue, e sono tutte manifestazioni della storia, cultura e conquista cognitiva dell’essere umano. Chi dice il contrario è perché vuole convincerci che i suoi avi erano più homo sapiens dei nostri…

*Marco Tamburelli è docente di bilinguismo al Dipartimento di Linguistica dell’Università di Bangor, in Galles. Interessato a tutto quello che riguarda le lingue, e alla difesa dei diritti linguistici di tutti i popoli del mondo, ma soprattutto di quello lombardo.

TRATTO DA: http://www.labissa.com

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33 Comments

  1. carla 40 says:

    Credo che i bergamaschi siano perfettamente in grado di esprimersi in lingua franca con chi non capisce o FA FINTA di non capire la loro LINGUA NATURALE. Cara Emilia 2 non sei per nulla spiritosa…

  2. massimo trevia says:

    solo me ne vo per la città;solo fra la gente che non sa …manco dir porco belin!da donde vengono?nessun lo sa.
    ma le poesie in alassino, declamare io le so, e allora solo non sono più: io sono nella mia città, la lor presenza passa e va!!!!!!nessun le mie radici,così, mi strapperà! e nella antica fotografia, ed anche in quelle non fatte perché ancora la fotografia non esisteva, ci sono dentro….i miei avi!!!! io lo posso dire:sono davvero un alassino!!!!!!

  3. michel says:

    in basso Mantovano la fatidica frase shakespeariana ‘to be or not to be’ è ‘vèsar u ‘n vèsar mia’,…il vèsar (con la v iniziale) per l’italiano ‘essere’ è un autentico longobardismo (tedesco wesen),….come in Carlo Emilio Porta(Milanese del primo1800) ‘vèss’ (= essere),….queste e molte altre sono parole che hanno una storia Milenaria,…da molto prima del 568 dopo Cristo,…e vanno assolutamete tutelate,…sono patrimonio storico dell’umanità tout court,..e chi lo nega è un falso:),..

  4. marcu says:

    Ho preso anche ceffoni a squola: “parla tricolore!”. Un poco come i Catalani ai tempi di franco: “¡habla cristiano por Dios!”. Oggi comunico ordinariamente per mezzo della mia lingua nativa e, quando necessario in italiano, ma anche in spagnolo. ¡Hablar dos idiomas es mejor que uno, tres aun mas y quatro……. !
    A chent’annos Tamburelli!

  5. caterina says:

    il potere della lingua …o la lingua strumento del potere… basterebbe leggere il secondo capitolo dell’ultima pubblicazione del prof.Bernardini… in 13 pagine capireste tutto … una sfilza di perle da incorniciare…

  6. carla 40 says:

    Per Emilia 2: “Un popolo rimane LIBERO anche se lo mettono in catene, se lo spogliano di tutto, se gli chiudono la bocca; un popolo rimane RICCO anche se gli tolgono il lavoro, il passaporto, la tavola su cui mangia, il letto in cui dorme. Un popolo DIVENTA POVERO E SERVO quando gli rubano la LINGUA ereditata dai padri: allora si’, E’ PERSO PER SEMPRE. (Ignazio Buttitta, poeta). Grazie, Prof. Marc Tamburell !!! Spero di rileggerLa presto.

  7. fabrizioc says:

    Impareremo mai? La lingua é la voce della cultura (popolo), e la prima cosa per sottomettere un uomo é tappargli la bocca.

  8. Bepi says:

    Centro studi per la diversità culturale… perché solo in Messico? Come esiste un trattato internazionale per salvaguardare la diversità biologica ratificata da 193 Paesi tra i quali l’Italia, per quale motivo non si fa altrettanto per salvaguardare la diversità culturale? Oggi purtroppo il mondo sembra andare in direzione opposta, ma chi ha a cuore i destini dell’umanità ha il dovere di combattere su tutti i fronti ogni sciagurato piattume. Viva le differenze! Anche linguistiche. Sono convinto che ognuno dovrebbe almeno parlare correttamente l’inglese come lingua internazionale, la lingua nazionale e più lingue locali possibile. Io, per quanto mi riguarda, cerco di far così, e provo un gusto indescrivibile nel parlare in veneziano (la mia lingua, nella quale parlo in famiglia e con gli amici), nel sentir esprimersi i padovani in padovano, i vicentini in vicentino, i montanari nei loro idiomi ladini (che comprendo e mi sforzo di parlare quando vado in montagna) eccetera. Come provo gusto a magiare i piatti tipici di ogni luogo. E vuoi mettere quanto è più bello un prato naturale, con tutti i fiori, ognuno di forma, colore e profumo diverso, rispetto a un banale prato inglese?

  9. michel says:

    oops , mi scuso, errore di digitazione,…era’basso mantovano’ schinca’ etc. ,…cmq la verità è questa,… noi abbiamo copiose tracce di molto antichi e linguaggi nei nostri linguaggi Lombardi, Emiliani, Veneti, Friulani, Piemontesi ecc.,.sono Linguaggi che hanno una grande valenza storica,..il resto son fandonie

  10. michel says:

    ottimo articolo e del tutto condivisibile,….sto studiando piuttosto accuratamente le ‘varianti’ del Mantovano (o di Lingue contermini tipo Bresciano, Cremonese, Reggiano, Trentino etc.),….e in Mantovano diciamo oeuf(uovo) , noeuf (9), plafùn (soffitto), amùùr e mte altre esattamente come in French,…o molte altre nostre parole sono identiche a quelle di antichi Linguaggi come il Longobardo( naso mantovano schinca = stinco di maiale,..loongobardo skinka,.svedese skinka(prosciutto),..danese skinke),… Old Norse , ii Gotico, l’Antico Anglo-Saxon ,, l’Old French (dei tempi di carlomagno fino all’XI secolo),latino medievale, Gaul etc…quindi non vedo perchè queste nostre parole che riflettono o sono identiche a linguaggi che hanno centinaia e centinaia di anni di Storia debbano essere relegate a’dialetto’ da qualche ‘buontempone’ che non sa un ca** di linguistica,…..moda iniziata durante il ventennio by the way,…a quanto mi disse mia nonna che frequentava le scuole elementari all’epoca,..

  11. Luigi Bandiera says:

    E’ sempre questione di CENTRO.
    Se noi ci emarginiamo da soli o per opera di altre forze alimentaemo le discriminazioni che in specie gli occupanti mettono in atto.
    L’ARMA USATA È SEMPRE QUELLA PSICOLOGICA.
    Si parte dal grembo materno a discriminsare.
    Se il popolo veneto non si pone al CENTRO sarà destinato a sparire.
    Gli inglesi, francesi e altri colonizzatori hanno subito cercato di eliminare le lingue locali. A quel punto è nato il termine dialetto.
    Gli scriba ce la misero tutta dato che erano al servizio dei potenti o dell’ èlite del tempo.
    A dire il vero anche oggi ce la mettono tutta la loro merrrddd.

    Non invento mai nulla.

    continua

  12. Gino says:

    Parlo sulla base della mia esperienza, e quindi dei dialetti di area veneta.
    C’è stata una fase in cui comandava la Serenissima sul nostro territorio, ma non ha imposto il veneziano come lingua ufficiale.
    In Spagna e Francia hanno invece imposto le lingue dei centri di potere a tutto il territorio e adesso sono vive e vegete e importanti.
    Venezia no, ha preferito occuparsi della diffusione del fiorentino letterario che sarebbe poi diventato la lingua italiana.
    I dialetti di area veneta proprio per questa mancata utilizzazione di uno di loro come lingua ufficiale non sono aggiornati con le parole adatte a discutere di tutto, per parlare di argomenti di ogni tipo bisogna prendere parole italiane e venetizzarle.
    Sono dialetti, e con questo termine non intendo qualcosa di inferiore ma qualcosa che è uscito perdente dalle vicende verificatesi nel corso dei secoli.

    • Marco says:

      Non sono aggiornati con le parole adatte a discutere di tutto? I dialetti sono usciti perdenti? Si vede che non hai capito abbastanza di questo testo. Perché, in Italiano parole come ‘computer’, ‘mouse’, DVD, masterizzatore (e masterizzare), scanner (e scannerizzare), esistevano giustamente dai tempi di Dante. Essendo poi una lingua che ha vinto nella storia… bah. Tutte le lingue, anche quelle che tu ti ostini a definire dialetti, hanno la capacità di acquisire termini da altre lingue o creare neologismi (come l’italiano ‘bistecca’, che è un calco dell’inglese ‘beaf steack’), basta che i suoi parlanti lo facciano! Mancano i termini legati a determinati registri? CREATELI, oppure lasciate che le vostre lingue muoiano. Solo voi le potete salvare: non aspettatevi che qualcun altro lo faccia per voi, perché non sarà così.

      • Gino says:

        Nella “lotta” tra i volgari dello stivale necessariamente uno doveva diventare la lingua italiana e gli altri essere perdenti.
        Poteva vincere il veneziano, o magari il siciliano, ha vinto invece il fiorentino.
        Per quanto riguarda l’andare a prendere le parole foreste, una cosa è farlo con l’italiano in modo limitato, e comunque per me sempre sgradevole tanto che cerco di usare il meno possibile parole straniere, e un’altra è farlo sistematicamente con i dialetti di area veneta per poter parlare di ogni cosa.

      • FabrizioC says:

        Marco, Gino l’e’ ciaramente un troll…non sta neanca rispondarghe…

        🙂

    • Perdente o enferior o sotan xe la mema solfa.

      El me scuxa salo, ma el so pensiero lè on pensiero rasista e da gran ‘gnoranton,

      Perdente el sarà lu e la so lengoa taliana ke mi considero na lengoa ensoulsa co la so pretexa de farse lengoa de Dio.
      Par bona sorte la me lengoa veneta la xe pì modesta e no la ga sta ensemente prexounsion de esar lengoa divina ke crea e recrea lel mondo.

      Sior bao e bauco e cuco, mi co la me lengoa veneta a parlo de tuto sensa problemi el se pense lù caro sior, ke co la me lengoa veneta a poso parfina pregar e pregando a parlo co Dio ke lè el creador del mondo.

      Par oltemo el pense lù sior, come ke la lengoa taliana la ga tolto su da le lengoe taleghe, dal toscan, dal latin, dal grego, dal françoxo, da le lengoe xermane … anca la lengoa veneta la ga fato e la pol far al memo.

      El studie parké el me par na s.ciantina endrioto e “no xe mai màsa tardi” par enparar e corexarse.
      ———————————————————————–
      Ke i Santi del Çeło łi te tegna de ocio
      e kel to anxoło el te custodisa dal bon ła note el’l dì;
      ke ła madona ła te couerxa co łe ałe del so xendałe
      e kel nostro Pare Çełeste el diga ben de ti el te bendiga!

      • Gino says:

        Anca mi qualche ano fa jero cofà ti, dopo me so reso conto che la bataja jera persa.
        Te podarissi inpegnare le to energie sora robe pì concrete, anca parché a tuti noaltri credo che ne intaressa l’indipendensa, e se poe essare liberi anca parlando talian.
        Come i irlandesi che i parla inglese ma che i xe fieramente irlandesi.

        • Caro Gino me par, da li to moti, ke l’ognolo perso a te sipi tì.

          Mi vojo ‘endependensa o lebartà da la Talia, anca par esar lebaro de doparar la me lengoa veneta e de “outodetermenerame” en tuto e par tuto.

          A ti cosa te servala l’endependensa?

          • Gino says:

            Ogni indipendentista ga le so motivassion: chi economiche, chi culturai, mi la roba che me spense a voere la libertà xe che la me tera no la deventa, grassie ai meridionai, na imensa Scampia.

  13. Franco Rocchetta says:

    D’accordo al 100%,
    lo sostengo dagli anni della scuola media (sono del 1947), e mi sono sempre comportato di conseguenza.
    MA, ma, il titolo di questo intervento [“Usate la vostra lingua, lasciate perdere il dialetto”] è ambiguo ed ingannevole, fuorviante, sembra andare nella direzione opposta rispetto ai contenuti.
    Proporrei di cambiarlo, se fosse possibile, con qualcosa come :
    “Anche la nostra è una lingua, parliamola e scriviamola sempre e dappertutto”.

    • Leonardo says:

      Caro Franco, se non avessi usato un titolo di richiamo (ambiguo appunto), i lettori non sarebbero stati incuriositi. Inoltre: vuoi che ti elenchi quante volte mi son sentito dire dagli indipendentisti “non usate la parola dialetto, la nostra è una lingua”? Infinite volte.

  14. Xe purpio coelo ke faso ogni dì, ma li pexo ke me da doso li xe li “enteletuali” e li “poledeganti” veneti ke se dixe par l’endependensa veneta e a defexa de la lengoa e de la coultura venete … li xe li primi a spresar la lengoa veneta, a doprarla come na scartina e a metarla da drio al talian e al latin … a considerarla lengoa volgar, latin volgar, na corusion del latin de Roma e dei romani.

    La lengoa veneta no la xe na corusion del latin e no la riva dal latin; la lengoa latina no la xe par gnente na lengoa sorana e bona par la Coultura e la lengoa veneta bona par la xente comun, el povolo sotan, la stala e li borghi suburbi.

    Se scrivì toki en talian o en angrexe, fe çitasion ente la lengoa veneta al posto de doprar coela latina, a mi se doparè coela latina, no me faxi gnaona enpresion e gnanca ve retegno omani pì sapienti e colti ansi xe pì façil ke ve scanvie par falbi e furbastri ke li la vol contar par ciavarte.

    Caxo mai se purpio a ghì cogno de metarghe anca parole latine, parké li ve ga cusì condisionà. ke sensa no si boni de star, almanco xonteghe coalke parola anca en lengoa veneta.

  15. Emilia2 says:

    Fino a quando i “Nordici” si occuperanno di queste cretinate, come i dialetti e le “lingue locali” l’unita’ d’Italia e il trasferimento delle tasse in Sicilia e Calabria non correranno nessun pericolo.

    • Paolo says:

      è l’esatto contrario….se siamo in questa situazione è proprio perchè nessuno se ne è occupato

    • Marco says:

      Scusa se mi permetto Emilia, ma l’assunzione secondo la quale i temi culturali/linguistici sono staccati dai temi economico-burocratici o addirittura fuorvianti è parte del problema “nordico”. Basta guardare alla politica linguistica di chi sta facendo passi avanti (Catalogna, Galles, Scozia, Belgio ecc) e di chi è fermo, i fatti parlano veramente da soli.

      • Giancarlo says:

        in Galles e Scozia non c’è nessuna politica linguistica, per motivi fin troppo ovvi tra l’altro, dato che nessuno si sogna di tornare al gaelico. In Belgio la politica linguistica la fanno i fiamminghi e i valloni, nonché i tedeschi di Eupen, dato che guarda caso parlano quelle lingue lì dalla notte dei tempi, in Catalogna la volontà popolare fin dalla fine del franchismo è stata quella di rispristinare l’identità dell’antico regno di Aragona, cancellato dall’occupazione spagnola nel 1714 ma non cancellato dalla memoria, e parte integrante di tale ripristino è il catalano, lingua romanza con una sua storia, una sua letteratura, un suo uso cancelleresco e amministrativo fino dal Medioevo che la Spagna ha tentato di ridurre allo stato di dialetto senza riuscirci, perché evidentemente era sentito come lingua propria da parte della popolazione autoctona e successivamente anche dagli immigrati grazie alla politica di integrazione scolastica attuata. Si confronti, per una prova “a contrario”, la situazione dell’occitano in Francia: nonostante una storia forse ancora più illustre del catalano, di cui è fratello gemello, e nonostante gli sforzi generosi degli occitanisti per insegnarlo a scuola e praticarlo nei media non riesce a sollevarsi dallo stato di dialetto a rischio di estinzione, tutto questo grazie a una storia completamente diversa dalla Catalogna, che vede l’Occitania colonizzata dai francesi fin dal Medioevo, epoca troppo remota perché si potesse essere formata una coscienza nazionale, e grazie anche al prestigio secolare dello stato francese e delle sue istituzioni, troppo maggiore di quello spagnolo. Riassumendo, la politica linguistica di un “paese” la fa la sua storia.

        • Sandi Stark says:

          Non è vero che in Galles e Scozia non ci sono politiche linguistiche, questa è la mappa delle scuole gaeliche nelle Higlands

          http://www.arcgis.com/explorer/?open=123b65be50ca4c2fa4e7d21b84fc3f16

          mentre in Galles dove nel 1800 ci furono decine di morti nelle manifestazioni per la tutela del Gaelico, gli studenti superiori che frequentano scuole dove si insegna la loro lingua è del 20%, anche se hanno iniziato da poco perchè la prima scuola gaelica di Glasgow risale al 1999.

          In Irlanda le scuole gaeliche (lo chiamano irlandese da “irisch gaelic”) sono già 144.

          Non è nemmeno vero che le “politiche linguistiche” (se parliamo dell’imposizione di una lingua di Stato) sono comuni in tutta Europa.

          Ci sono i casi della Germania che si unificò in modalità federale dove le lingue dei regni precedenti continuano ad essere usate anche ufficialmente, le varianti germaniche sono almeno una trentina tra i 4 Paesi che utilizzano il tedesco oltre ai gruppi germanofoni che vivono in altri paesi. Per alcune di loro è neccessaria una vera e propria grammatica e caratteri speciali nella scrittura, tanto sono diverse dall’Hochdeutsch.

          Non si può misurare il mondo con il braccio italiano, il pangermanesimo intendeva unificare ma non conquistare ed assoggettare e voleva esportare una “Kutur” dove sono sempre convissute la lingua burocratica e la lingua locale. Anche chi non conosce il tedesco ricorderà i cronisti delle Olimpiadi di Monaco che dicevano zwo anzichè zwei, parlavano tranquillamente in bavarese trasmettendo in mondovisione.

          Maria Teresa parlava malissimo in Hochdeutsch, amava esprimersi in viennese, italiano e francese.

          Poi esiste anche la storia dei Paesi multilingui, com’era l’Impero asburgico che tutelava ed insegnava ben 13 lingue e non ne imponeva alcuna, la Yugoslavia dove nessuno si sognò di imporre una lingua di Stato e l’Urss che insegnava a tutti il russo insieme alla lingua locale.

          Nemmeno la Gran Bretagna è uno “stato nazionale”, altrimenti le 4 nazioni non giocherebbero a calcio ed a rugby con i loro inni e le loro bandiere e nessuno si sarebbe rifiutato di cantare God save the Queen alle ultime olimpiadi.

          Esistono quindi gli “Stati Nazionali” e quelli Multinazionali.

          Per non fare confusione di termini bisogna sfuggire alla deliberata confusione che viene indotta tra Stato e Nazione, sono cose molto diverse. La nazione è un insieme di individui che condivide:

          – lingua
          – storia, tradizioni, usi e costumi
          – consapevolezza di tali vincoli

          Le Nazioni non hanno confini statali. Gli stati comprendono cittadini di diverse nazionalità, salvo rarissimi casi al mondo.

          Ora, se un gruppo di pensatori decide di creare un nuovo Stato, nel periodo del nazionalismo nascente, qual’è la strada più breve?

          Unificare la lingua, cancellare o ridicolizzare le lngue pre unitarie e raccontare una Storia di comodo per far credere ai cittadini di far parte da millenni della stessa comunità.

          Lo fece la Francia, lo fece la Spagna ma il campione mondiale di etnocidio è l’Italia, perchè nemmeno la Cina si è mai sognata di chiamare il Tibet, “Alto Gange” (qualsiasi riferiento all’Alto Adige ed alla Venezia Giulia e Venezia Tridentina, è voluto).

          Non esiste un criterio univoco tra tutti gli studiosi per differenziare la “lingua” dal “dialetto”. Una corrente prevalente è quella di assenza o presenza di tradizione letteraria, ma correnti opposte dicono che sono “lingue” anche quelle senza letteratura perchè di tradizione orale.

          Una definizione che mi piace abbastanza è che “una lingua è un dialetto con un esercito alle spalle”, ma riguarda solo gli Stati Nazionali centralisti, progettati dai giacobini e dai loro successori massoni, per motivi di potere.

          Il caso dell’Italia è quello più emblematico, perchè le caste professionali e corporative in grembiulino che assunsero il potere durante e poco dopo l’unità d’Italia, detengono ancora il potere e non lo molleranno fintantochè ci sarà ancora qualche cittadino da sfruttare e da espropriare. Come fanno a sfruttare il popolo? Convincendolo di essere “italiano” e di dover stare unito, cancellando le identità pre-unitarie (etnocidio).

          Vedi l’indegna campagna televisiva della RAI contro i “dialetti” in concomitanza del 150°, vedi la filmografia di Cinecittà che assegnava ruoli subalterni e ridicolizzava chi parlava in dialetto.

          Ricordate le servette? Tutte venete o friulane. Le puttane? O triestine o bolognesi. I milanesi? Ignoranti cafoni arricchiti. Il carabiniere stupido? Parlava veneto, mentre il carabiniere furbo era De Sica con il suo accento napoletano.

          Risolto il problema linguistico e quello storico con le palle che insegnano da 150 anni ed oltre, rimane da risolvere il problema degli usi e costumi, per convincere tutti di far parte della stessa Nazione.

          E qui mi interrompo, l’intervento sarebbe troppo lungo.

    • SIlvia Montedeipaschi says:

      Non capire il valore e la potenza delle tradizioni, significa non aver compreso nulla.
      Certo che diverremo giganti molli, se ti seguissimo:-)
      Auguri.

  16. FRANKIE says:

    GOD SAVE – BOG OHRANI – QUE VIVA MARCO TAMBURELLI

  17. Pedante says:

    Mentre ostenta soddisfazione per la diversità di culture e tradizioni dei nuovi arrivati (non potrebbe fare altrimenti dato che molti di essi saranno impossibili da assimilare) lo Stato fa di tutto per omologare le culture autoctone. Vuole un popolo autoctono docile e malleabile, intimorito da altri popoli residenti fortemente identitari.

    Ogni Napeoleone vuole la sua Académie.

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