USA, RON PAUL: IL SUO FEDERALISMO SPINTO E’ IL FUTURO

di STEFANO MAGNI

Nelle primarie dei Repubblicani, il candidato cattolico conservatore Rick Santorum ha gettato la spugna. Era una mossa suggerita da molti e prevista da quasi tutti. Una non-notizia, insomma. La vera notizia riguarda, semmai, i candidati che non lasciano campo libero a Mitt Romney. Benché non abbiano più alcuna speranza di vincere una nomination, non si rassegnano e continuano a far campagna. Il caso più incredibile non è tanto quello di Newt Gingrich, che va avanti pur avendo un budget elettorale in rosso ormai da due mesi. Ma quello di Ron Paul, considerato un “marginale”, da eliminare dopo i primi due voti, e invece ancora tenacemente in pista. Non ha vinto in alcuno stato (fatte salve le Isole Vergini), si è accaparrato solo 67 delegati, ma insiste nel proporsi come “l’ultima e l’unica reale alternativa conservatrice a Mitt Romney”, come la sua campagna ha dichiarato ieri dopo il ritiro di Santorum.

Il dottor Ron Paul, libertario, medico ginecologo, 76 anni suonati, rappresenta un’alternativa drastica rispetto a tutti gli altri repubblicani. Non ha alcuna intenzione di dare il suo endorsement a Mitt Romney, nel caso (ormai quasi inevitabile) diventi lui il candidato alla Casa Bianca contro Barack Obama. Nei suoi discorsi non appare mai la logica “l’importante è battere il presidente in carica”. E fra gli osservatori, da sempre, è forte il sospetto che voglia fondare un suo partito, alternativo a repubblicani e democratici. Quanto è forte questa possibilità? A crederci sono soprattutto i libertari, che non hanno mai votato per i due grandi partiti. O non hanno mai votato, in genere. Justin Raimondo, titolare del sito AntiWar.com, in una lettera aperta a Ron Paul scrive: “Il bello (la campagna elettorale di Paul, ndr) non deve finire a Tampa (nella Convention repubblicana di agosto, ndr): se decidi di correre come un candidato indipendente per la Casa Bianca, una strategia che molti dei tuoi sostenitori ti invitano ad adottare urgentemente, la tua celebrazione della libertà e della pace può continuare ben oltre il prossimo novembre elettorale. Perché una candidatura indipendente lascerà un’eredità, un successo duraturo della tua campagna e del movimento che hai creato: un terzo partito, quale valida alternativa ai due partiti gemelli che vogliono la guerra e lo statalismo”. Nel discorso di Raimondo si trovano due solidi elementi di realtà. Il primo è il voto giovane: le nuove leve della destra americana hanno votato in massa per l’anziano dottore. Anche ieri, in Texas, hanno colmato il pubblico del suo comizio elettorale. Dunque è logico credere che Paul sia il futuro, come ipotizzava l’edizione di ieri del Washington Times. Contrariamente a Santorum che è il passato, visto che è riuscito a catturare i cuori e le menti degli elettori più anziani e religiosi. L’altro elemento di verità contenuto nella lettera di Raimondo è l’alternativa ai due grandi partiti: Ron Paul appartiene, realmente, a un’altra razza politica. Romney ha accettato il sostegno alle banche in crisi, esattamente come Santorum. Paul è stato l’unico ad opporsi, già nel 2008, contribuendo a lanciare quella protesta di piazza contro la collusione fra grande Stato e grande capitale che poi sarebbe sfociata nel Tea Party. Tutti i candidati repubblicani, esattamente come i democratici, mirano al mantenimento dell’egemonia militare statunitense nel mondo. Ron Paul è l’unico che vuole il ritiro di tutte le truppe entro i confini americani e la fine degli aiuti (militari e civili) all’estero, come prescritto nell’originaria dottrina non-interventista statunitense precedente alle guerre del Novecento.

Ma soprattutto, tutti i governi federali americani, dai primi del Novecento ad oggi, hanno tentato di accentrare il potere a Washington, sottraendolo a quello dei singoli stati. L’apogeo del centralismo, raggiunto sotto le amministrazioni di Franklin Delano Roosevelt (1933-1945), ora viene toccato di nuovo da Barack Obama, con i suoi “zar” (funzionari responsabili solo di fronte al presidente) e i suoi ordini esecutivi, l’ultimo dei quali prevede poteri straordinari in caso di crisi. Ron Paul è, anche qui, l’unico candidato che intende smantellare praticamente tutti i ministeri, dipartimenti e agenzie, restituendone i compiti ai privati e ai singoli stati. Interpreta i “diritti degli stati” secondo il Decimo Emendamento: autorità esclusiva su tutte le materie non espressamente delegate al governo federale dall’Articolo 1 della Costituzione. Washington dovrebbe dunque esercitare un potere molto limitato. Il suo programma per il 2012 prevede l’eliminazione immediata di cinque ministeri: Educazione, Interni, Commercio, Energia, Urbanistica. Quanto al potere di rappresentanza dei governi locali, Paul si è sempre detto a favore della soppressione dello storico Diciassettesimo Emendamento (del 1917), che mutò il sistema elettorale per il Senato, trasformandolo da camera degli stati a seconda camera eletta con voto popolare. Secondo il candidato libertario dovrebbe essere ripristinata la natura originaria del Senato, quale camera degli stati: dovrebbero essere i membri dei parlamenti locali ad eleggere i senatori, così da ri-negoziare la loro autonomia da una posizione di forza.

Inutile dire che nessuna di queste riforme è gradita agli altri candidati repubblicani. Tantomeno a quelli democratici. E allora: terzo partito? La lettera aperta di Justin Raimondo, benché poggi su fondamenta solide, non tiene conto dell’attuale rapporto di forze. Se Paul, sinora, è riuscito a galleggiare nelle primarie repubblicane, anche se non ha mai vinto, è ancora difficile pensare al successo di un libertario contro tutte le bandiere. Se è vero (come è vero) che rappresenta il futuro, vorrà dire che il Partito Repubblicano che verrà sarà molto più libertario, non-interventista e federalista. Ma deve cambiare dall’interno. Una terza forza, negli Usa, non è mai andata da alcuna parte.

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6 Comments

  1. Fabio says:

    MA SOPRATTUTTO VUOLE SMANTELLARE LA FEDERAL RESERVE . Kennedy fu ammazzato per questo.

  2. Alberto says:

    A me bastano le stesse tre frasi per votarlo…

  3. zorro says:

    “Il suo programma per il 2012 prevede l’eliminazione immediata di cinque ministeri: Educazione, Interni, Commercio, Energia, Urbanistica.”
    ” l’unico candidato che intende smantellare praticamente tutti i ministeri, dipartimenti e agenzie, restituendone i compiti ai privati e ai singoli stati.”
    “Paul si è sempre detto a favore della soppressione dello storico Diciassettesimo Emendamento (del 1917), che mutò il sistema elettorale per il Senato, trasformandolo da camera degli stati a seconda camera eletta con voto popolare”

    per l’amor di dio!! mi bastano queste 3 frasi per non votare quest’uomo!

  4. Giorgio Lidonato says:

    Certo, il programma di Ron Paul non è un semplice ritorno alla Costituzione, per il semplice fatto che la Costituzione americana è stata un colpo di Stato, fatto in assenza di Thomas Jefferson, che era a Parigi. Paul è un libertario ed è l’unica speranza per l’America, che ha perso la bussola da tempo, con il de-potenziamento del suo federalismo e una politica di potenza devastante, basata sulla presidenza imperiale, che è stata alla base dei disastri che ancora oggi ci impediscono di vivere in paesi liberi dalla minaccia, dalla paura, dal controllo statale e dall’odio di altre culture.

  5. Cesare says:

    Trovo la figura di Ron Paul molto interessante sia per le sue proposte politiche, che per la sua notevole coerenza, dote rara anche nei politici statunitensi (per non parlare di quelli italioti). Tuttavia il suo programma è in realtà molto radicale, nel senso che non è semplicemente un “ritorno alla Costituzione”; leggetevi l’articolo su wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Ron_Paul
    Per questo fondamentalmente fossi statunitense non voterei per lui, ma ovviamente de gustibus…
    Non so se il suo programma può rappresentare il futuro di una forza politica negli Stati Uniti. Se le cose restano come oggi – ovvero la presidenza ed il congresso sono, nella sostanza, “comprate” dalle lobbies che hanno più soldi da spendere nella campagna elettorale – il XXI sarà come quello che lo ha preceduto: Tuttavia il declino (in quale misura si vedrà) statunitense a livello globale potrebbe aprire nuove prospettive politiche interne. Cmq non concordo con Magni sul fatto che il partito Repubblicano si possa riformare dall’interno. Oggi il GOP si trova su posizioni (che per il metro europeo) sono di destra radicale, venate da un certo millenarismo religioso piuttosto sgradevole. E sicuramente agli elettori evangelici – giovani o anziani – non interessa Ron Paul, e senza il loro apporto il partito repubblicano, stante il sistema elettorale, diventerebbe marginale. E’ vero anche che i “terzi partiti” hanno avuto poco scarso successo.Un’eccezione interessante si è avuta però a metà del XIX quando il neonato partito Repubblicano ha soppiantato quello Whig. Ma tant’è che la battaglia di Paul è sui principi, e secondo me prima o poi Paul o si ritirerà dalla politica (ha quasi 77 anni) o lascerà il partito Repubblicano.

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