UNO SCELLERATO PATTO AGRICOLO BOSSI-ROMANO

di GIANLUCA MARCHI

Chi l’avrebbe mai detto, e tantomeno lo direbbe ora in tempi di Lega Nord tornata a brandire la Padania e la secessione nel tentativo di rifarsi una verginità ormai perduta con molti dei propri elettori, che il gran capo del Carroccio poteva siglare un patto politico “scellerato” con un politico siciliano, l’on. Saverio Romano, quando questi era ministro dell’Agricoltura? In pochi ci crederebbero, eppure le cose appaiono evidenti, anche se in molti, soprattutto dentro la Lega, si sono girati dall’altra parte per non vedere. E anche se adesso si tenta di recuperare la suddetta verginità votando a favore dell’uso delle intercettazioni nelle inchieste che riguardano l’ex ministro, quando pochi mesi fa, allorquando tutti erano insieme appassionatamente nel governo, la Lega fu determinante per respingere la mozione di sfiducia verso il politico siciliano.

La storia ruota intorno al commissariamento di Agea, importante Agenzia per le erogazioni in agricoltura, provvedimento che ora è in attesa del pronunciamento di merito del Tar (udienza fissata per il prossimo 11 gennaio), il che agita i sonni di molti nonostante la sordina fatta cadere su questa storia da parte di quanti hanno interesse che della cosa si parli il meno possibile. E si perché contro quel commissariamento, voluto e benedetto da Bossi, si è opposto il commissariato, cioè l’ex presidente di Agea, guarda caso un leghista anche lui, il prof. Dario Fruscio, per anni considerato l’economista prediletto dal  “capo”.

E’ una storia molto italiana, dove della pubblica amministrazione e della sua autonomia la politica ha fatto strame. Regista occulto dell’operazione è stato,  per conto dell’ex titolare del dicastero di via XX Settembre, il dott. Antonello Colosimo, confermato capo di gabinetto anche dal nuovo titolare del Mipaaf, nonostante qualche frequentazione di troppo con la “cricca” di Anemone e compagnia (sebbene lui non sia mai stato indagato), come dimostrato dalle numerose intercettazioni in cui è apparso il suo nome. Il regista, tuttavia, è uscito di scena poco prima di Natale quando, a sorpresa, ha rassegnato le dimissioni da capo di gabinetto, si dice per una pesante divergenza di vedute col neo ministro Catania su una questione di nomine.

Due parole su Agea, giusto per capire di che parliamo. L’Agenzia, istituita per legge nel 1999 sulle ceneri della famigerata Aima, è l’ente pubblico non economico competente per l’Italia a distribuire i fondi pubblici (in gran parte derivanti dalla UE) destinati al mondo agricolo: per il 2011 si parla di un totale di circa 6,5 miliardi di euro. Sono soldi assolutamente vitali per gli agricoltori italiani, che spesso ricavano il 40% se non addirittura il 50% del proprio reddito dai contributi Agea. Quest’ultima per legge è dotata di totale autonomia gestionale e amministrativa, sottoposta alla sola vigilanza del Ministero dell’Agricoltura: una norma voluta a suo tempo da Bruxelles per evitare il solito vizio italico delle interferenze politiche in una materia prettamente tecnica. Infatti Agea paga i contributi a oltre un milione di agricoltori italiani non certo su base discrezionale, ma in virtù di rigidi meccanismi stabiliti dalla UE nell’ambito della PAC, la Politica agricola comune.

Il 23 giugno scorso il presidente del Consiglio Berlusconi, su proposta del ministro Romano, ha commissariato Agea, defenestrando il presidente prof. Dario Fruscio (nella foto a fianco) e l’intero cda. Fruscio, in carica dal marzo 2010 (per un teorico triennio) era stato indicato dalla Lega Nord, partito del quale era stato senatore nella precedente legislatura. Si tratta di un professionista con un lunghissimo curriculum alle spalle, con oltre 30 anni di insegnamento alla facoltà di Economia dell’Università di Pavia (la stessa di Tremonti), ex consigliere di amministrazione di Eni e di Sviluppo Italia dove era considerato il “cane da guardia” di Bossi. Non particolarmente amato da Berlusconi per aver fatto naufragare, come ha più volte scritto anche Massimo Mucchetti sul Corriere, l’affare privato del gas fra la russa Gazprom e Mentasti (ex Sanpellegrino), uomo quest’ultimo considerato molto vicino all’ex premier. Fruscio è stato anche presidente del collegio sindacale di Expo spa, la società pubblica che deve gestire l’esposizione universale, ma dopo pochi mesi ha abbandonato polemicamente l’incarico (ancora ai tempi della giunta Moratti) non vedendo chiaro in quanto stava accadendo.

Il professore leghista di origini calabresi (è nato a Longobardi, ironia della sorte!), non ricandidato al Parlamento nel 2008, avrebbe aspirato a un posto da commissario all’Authority per l’energia, ma il veto del Cavaliere sarebbe stato invalicabile. Veto che invece non è scattato per Agea, segno che Berlusconi nutriva scarso o nullo interesse per l’agricoltura.

Indicato dal ministro Zaia prima della lunga trafila che si è conclusa con il decreto di nomina da parte del presidente della Repubblica, Fruscio diventa operativo in Agea più o meno in contemporanea col passaggio di testimone al Mipaaf fra Zaia e Galan. Ed è il nuovo ministro dell’Agricoltura che, per legge, nomina i quattro consiglieri di amministrazione di Agea che nei mesi successivi metteranno spesso i bastoni fra le ruote all’attività del loro presidente.

Due i motivi di fondo che portano, dopo nemmeno un anno e mezzo, al commissariamento di Agea. Primo: la vicenda delle quote latte. Fruscio si dimostra intransigente nel voler far pagare le multe agli splafonatori che hanno prodotto più latte rispetto alle quote in loro possesso: si tratta di poco meno di 2 mila produttori (su un totale di oltre 40 mila) che devono allo Stato circa 700 milioni di euro. Questa delle multe per il superamento delle quote attribuite dalla Comunità europea è una storia intricatissima, che dal 1992 ad oggi è costata allo Stato italiano ben 4 miliardi e 407 milioni di euro, già pagati alla Ue.

Il presidente di Agea (ente deputato a recuperare gli importi delle multe) e il commissario straordinario delle quote latte Paolo Gulinelli (ex dirigente di Agea), dopo aver “traccheggiato” qualche mese in attesa che la politica trovasse una soluzione al problema, in assenza di atti concreti tra settembre e ottobre 2010 consegnano a Equitalia i primi elenchi degli splafonatori da perseguire per il recupero dei crediti. Agendo in questo modo Fruscio e Gulinelli segnano il loro destino. Gli splafonatori irriducibili (quelli che non hanno mai voluto mettersi in regola nonostante ben due leggi abbiano offerto la possibilità di rateizzare il loro debito) sono in gran parte elettori della Lega (sempre difesi da Bossi in persona) e si erano convinti, probabilmente indotti anche dai loro referenti politici, che un leghista alla guida di Agea avrebbe tracciato un tratto di penna sulle loro multe. Ma Dario Fruscio non è il tipo di presidente sperato: uomo tutto di un pezzo, non si piega alle pressioni che scompostamente giungono dal suo partito. E così i Cobas del Latte, dopo una dura contestazione sotto la sede di Agea a Roma all’inizio del maggio 2011, davanti all’intransigenza di Fruscio, si precipitano alla Camera e a Umberto Bossi chiedono la testa del presidente Agea. I rapporti fra Fruscio e il Senatur si inaspriscono e un mese e mezzo dopo arriva il commissariamento.

Secondo motivo: la torta dell’informatica. L’operatività di Agea – che deve gestire circa 1,5 milioni di pratiche di pagamento all’anno, i fascicoli aziendali di oltre un milione di agricoltori e l’ingente mole dei controlli – è assicurata da una complessa piattaforma informatica chiamata Sian (Sistema informativo agricolo nazionale). Il Sian è gestito da Sin srl (oggi trasformata in spa), società controllata da Agea al 51% e da un RTI (raggruppamento temporaneo di imprese capeggiato dal colosso Almaviva, e comprendente soci del calibro di Finmeccanica e Ibm) al 49%. Il socio privato è anche il fornitore del prodotto informatico sulla base di un ricco contratto del valore di 80 milioni di euro l’anno. Fin dal suo insediamento Fruscio si scontra con un problema: il non soddisfacente funzionamento della piattaforma informatica, che si traduce in accumulo di ritardi nei pagamenti, il che fa imbestialire gli agricoltori di mezza Italia, i quali se la prendono con Agea, essendo l’Agenzia il loro referente. D’accordo con il già citato Paolo Gulinelli, che è anche direttore generale di Sin srl, il presidente decide che è giunto il momento di dare una pesante sforbiciata al contratto con il socio privato, portandolo da 80 a 50 milioni di euro. Ma soprattutto in una uscita pubblica a Cagliari, alla fine dello scorso mese di maggio, sferra l’attacco finale facendo intendere che o il socio privato di Sin è in grado di far funzionare al meglio la piattaforma informatica oppure Agea costringerà la sua controllata ad andare sul mercato a cercare un nuovo fornitore.

E’ l’accelerazione verso la fine: sia per Fruscio, che dopo nemmeno un mese viene defenestrato, sia per Gulinelli, che dopo il commissariamento di Agea vede trasformare Sin in spa con la nomina di un amministratore delegato che di fatto lo esautora. I due si sono mossi all’unisono sia sulla vicenda delle quote latte che su quella informatica, e insieme sono stati fatti fuori. Ovviamente Gulinelli è saltato anche da commissario straordinario delle quote latte.

Tutto questo è avvenuto senza che la Lega Nord e il suo capo assoluto abbiano non solo mosso un dito, ma neppure proferito parola. Anzi l’evidenza dei fatti è tale da fare pensare che Bossi abbia siglato un patto con colui che intanto era divenuto ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, patto che suona più o meno così: fammi fuori Fruscio, inviso ai miei amici splafonatori e a certi colossi dell’informatica, e tu fai quel che vuoi in Agea, nelle società che da essa dipendono e in quelle collegate al Mipaaf. Detto, fatto. Tanto è vero che in poche settimane a cavallo delle ferie, il ministro siciliano colloca suoi conterranei, e spesso esponenti del suo partito, ovunque può, senza che il Carroccio alzi un sopracciglio. Non è un’illazione, questa, ma una verità come si può evincere da un’interrogazione a firma di numerosi parlamentari del 28 settembre scorso in cui si legge: “Le recenti nomine effettuate per i consigli di amministrazione degli enti vigilati dal Mipaaf sono contrassegnate da un’unica appartenenza politica, quella del partito del Ministro, e da un’unica provenienza geografica, la Sicilia…”. Fino ad arrivare alla ciliegina finale dei voti leghisti determinanti per salvare Romano dalla mozione di sfiducia presentata alla Camera per via delle inchieste di mafia in cui risulta chiamato in causa. Sia detto chiaro, dal suo punto di vista l’ex ministro dell’Agricoltura ha condotto un’operazione politica da capolavoro, essendo riuscito a occupare tutti i posti di potere possibili attraverso persone sulle cui capacità non è questa la sede per esprimere giudizi: di certo a nessun altro ministro era riuscita un’impresa del genere in poco più di sei mesi. Non altrettanto si può dire dell’operazione condotta da Bossi che ha sacrificato il controllo di Agea per tutelare gli amici splafonatori, i quali oggi, a governo cambiato, si ritrovano nella condizione di dover comunque pagare le multe – o peggio ancora vengono condannati nei tribunali -, quando invece la loro “guida” politica li aveva sempre rassicurati che si sarebbero salvati. Un vero capolavoro all’incontrario.

Ma torniamo ad Agea e al prof. Dario Fruscio, un tipo non facile ad arrendersi. Contro il commissariamento presenta ricorso al Tar, anche perché convinto che le motivazioni riportate nel decreto siano del tutto insussistenti. Nel provvedimento firmato da Berlusconi si parla di cattivo funzionamento di Agea e lo si motiva con 5 contestazioni sollevate dalla Commissione europea, che però hanno tutte origine nelle gestioni precedenti a quella di Fruscio, e con la mancata nomina del Direttore generale di Agea, prevista dallo statuto entrato in vigore quasi due anni prima dell’avvento di Fruscio. In realtà il presidente a fine 2010 ha proposto un proprio nome per la direzione generale, il dott. Alberto Migliorini (allora direttore amministrativo dell’Agenzia e capo dell’Organismo pagatore), ma il candidato non è stato approvato dal Cda.

Nella prima udienza del 27 luglio scorso il Tar del Lazio, a fronte della copiosa documentazione fornita dai legali di Fruscio, ha emesso un’ordinanza provvisoria nei confronti dell’Amministrazione resistente, cioè la Presidenza del Consiglio affinché producesse “ulteriore documentazione e segnatamente documentati chiarimenti” su tutti i punti contestati e contraddetti dal prof. Fruscio. Lo stesso collegio ha fissato quindi, per il prosieguo dell’esame dell’istanza cautelare, la camera di consiglio del 31 agosto.

Per quanto si è potuto sapere a quella ordinanza non ha fatto seguito una puntuale risposta, bensì una veloce memoria (depositata dall’Avvocatura già il 1° agosto) sulla cui efficacia nel fornire risposta alle domande poste dall’ordinanza esiste più di un dubbio. Ciò troverebbe conferma nell’esistenza di una lettera del dirigente della Vigilanza in seno al ministero dell’Agricoltura (settore competente su Agea) che, rispondendo a una sollecitazione dell’Avvocatura generale dello Stato, afferma di non essere in possesso di alcun dossier relativo ai punti contestati nel decreto di commissariamento. Dunque par di capire che Agea, e men che meno Fruscio in carica da poco più di un anno, non erano mai stati allertati circa il rischio di un commissariamento se non avessero messo ordine alle contestazioni della Ue, tra l’altro sollevate anni prima, una addirittura risalente all’Aima, defunta nel 1999.

Ma c’è un altro fatto che suona strano intorno alle ragioni del commissariamento. Poche settimane prima il ministro Romano aveva spedito in Parlamento il sottosegretario Roberto Rosso (Pdl) a rispondere ad alcune interrogazioni davanti alle Commissioni Agricoltura riunite di Camera e Senato, e Rosso aveva confermato che non c’erano problemi in Agea e che i bilanci dell’Agenzia erano a posto e regolarmente approvati. Domanda legittima: come è potuto succedere che a maggio 2011 in Agea tutto fosse in ordine e un mese dopo  tutto fosse precipitato tanto da renderne indispensabile il commissariamento? Con tutta probabilità le ragioni vere del provvedimento non erano confessabili e soprattutto sostenibili pubblicamente.

Arrivati all’udienza di fine agosto, e trascorsi già due mesi dall’avvenuto commissariamento, la scelta del prof. Fruscio e dei suoi legali è stata quella di rinunciare alla richiesta di sospensione cautelare del provvedimento, ottenendo in cambio la fissazione dell’udienza per la discussione di merito per l’11 gennaio 2012, cioè una data molto ravvicinata rispetto alla tempistica usuale. Si è trattato di un mutamento della strategia processuale che ha inteso privilegiare la sentenza di merito rispetto alla domanda cautelare.

Va sottolineato che in un giudizio di merito come quello atteso fra tre giorni la documentazione assume un ruolo fondamentale e poco o nulla dovrebbero valere le chiacchiere e magari i tentativi di “condizionare” il collegio giudicante del Tar. In altre parole il giudizio di merito, rispetto alla procedura cautelare, dovrebbe giocarsi esclusivamente sulle prove portate a sostegno di ciascuna tesi e in questo caso la bilancia sembrerebbe pendere a favore del prof. Fruscio.

Tutto il mondo agricolo italiano dunque guarda all’udienza di mercoledì prossimo del Tar, perché dopo che la gestione del Mipaaf è passata nelle mani di persone di carriera – il ministro Mario Catania è stato dirigente di lungo corso dello stesso Ministero e il nuovo capo di gabinetto Michele Corradino ha un percorso tutto interno alla Pubblica Amministrazione attraverso una sequela di concorsi vinti -, ora è Agea (attualmente affidata al commissario gen. Mario Iannelli) ad attendere un assetto definitivo.

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