Politici e università, la cimice che racconta le “prove” d’esame

RASSEGNA STAMPAScuola, Esami di Maturità

di GABRIELLA DE MATTEIS e GIULIANO FOSCHINI – Non ci sono soltanto scambi di favore tra docenti per spartirsi le cattedre italiane. Nell’inchiesta Do ut Des – la maxi indagine della Guardia di Finanza sui concorsi italiani nelle facoltà di Giurisprudenza – ci sono anche nomi e favori ad alcuni politici. Tra gli indagati c’è l’ex ministro, Anna Maria Bernini, che aspirava a un posto da ordinario. Ma negli atti si parla anche di un ex senatore del Partito democratico, Giovanni Procacci, oggi dirigente regionale del partito, e di suo figlio, Pasquale. Il ragazzo (che non è indagato) secondo l’accusa sarebbe stato favorito dal professor Aldo Loiodice per superare una prova per il dottorato di ricerca in diritto Pubblico, con le prove svolte tra il 18 e il 22 dicembre del 2009.

Gli atti della Procura e l’indagine della Finanza

Nel fascicolo della Procura è ricostruita tutta la storia di questa prova. Non una qualunque non fosse altro perché, secondo la ricostruzione del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, segna la rottura all’interno dell’organizzazione, e cioè tra il gruppo dei professori baresi e quella del ras della Giustino Fortunato, Angelo Colarusso. Secondo la ricostruzione, dopo le polemiche su alcuni concorsi sollevate da Repubblica, si erano creati due posti schieramenti, uno che faceva capo a Gaetano Dammacco e l’altro ad Aldo Loiodice.

La cimice racconta la storia

A svelare quello che accade è una cimice piazzata all’interno dello studio del professor Dammacco. Sia lui sia Loiodice sarebbero interessati a piazzare propri uomini all’interno della commissione. Dove, con un colpo di spugna, viene nominata il 17 dicembre del 2009 la figlia di Loiodice, Isabella, a scapito di due protetti di Dammacco. Che infatti si infuria sostenendo che si tratti di una grossa mancanza di rispetto nei suoi confronti. Da qui partono una serie di conversazioni tra il gruppo dei docenti pro Dammacco, che vedono minata la posizione della loro protetta. Non avevano tutti i torti.

“Ti sto pensando…”

Il 18 dicembre la figlia di Loiodice, Isabella, chiama il padre aggiornandolo sulle procedure: gli dice che è stata fatta la prova scritta dove è avvenuta la prima scrematura e c’è un elenco di promossi all’orale. Tra loro c’è anche Procacci, come spiega la figlia al padre seppur con un linguaggio criptico. Gli investigatori ricostruiscono infatti i rapporti tra Loiodice e il senatore Procacci, sostenendo che i due fossero amici. E come si deduce dalle ambientali intercettate nello studio di Dammacco, Loiodice avrebbe apparecchiato la commissione soltanto per favorire il figlio del senatore. «Ti sto pensando» diceva l’amministrativista al suo allievo al telefono, utilizzando il solito linguaggio criptico. Loiodice sapeva dell’indagine. Ed era convinto di essere intercettato. Lo dimostra il fatto che a fine dicembre del 2009 attiva una nuova scheda sim, che utilizza soltanto lui, ma che viene intestata a un collaboratore di studio. Scheda che gli investigatori riescono comunque a intercettare.

“Vuol dire che è un bravo ragazzo”

Tornando al concorso, si svolgono le prove orali. E le cose vanno come dovevano. È il 22 dicembre quando Giovanni Procacci, avendo saputo di aver passato la prova, chiama immediatamente il suo mentore Loiodice per ringraziarlo e gli preannuncia una visita allo studio insieme con il padre. Subito dopo Loiodice chiama Isabella facendo una telefonata, secondo gli investigatori da manuale: «Non sapevo niente le dice, in sintesi – non mi sono mai permesso di dire niente come sei eppure ora mi ha telefonato Pasquale Procacci per dirmi che aveva vinto. Sono proprio contento, vuol dire che il ragazzo è bravo».

Questa parte del fascicolo di Do ut Des è quella che è rimasta a Bari. Mentre gran parte delle altre prove sotto inchiesta sono state spacchettate e mandate per competenza in altre procure: da Milano a Lecce, a troppi anni di distanza e nonostante il lavoro ciclopico del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, c’è la prova di come i baroni italiani (molti ormai andati in pensione, altri che invece ricoprono gli stessi ruoli se non addirittura più prestigiosi) scambiavano l’Università pubblica per cosa loro, trasfor-mando le prove in qualcosa che nulla aveva a che fare per il merito. Un concorso per, appunto, un do ut des.

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