Unione monetaria, ecco i quattro grandi bluff dell’Euro

di ALBERTO ALESINA

Tutti gli opinion polls rivelano che gli italiani sono i piu’ entusiasti sostenitori dell’Unione monetaria europea. Dopo la crisi del settembre 1992 quando la lira e la sterlina uscirono dal Sistema monetario europeo, le prospettive della moneta unica erano cosi’ incerte che nessuno, al di fuori dei ben retribuiti eurocrati di Bruxelles, se ne interesso’ piu’ molto. Da qualche mese a questa parte, invece, la discussione ha preso una svolta ben diversa: dato che la moneta unica si fara’ senz’altro, si dice, il problema e’ di non restar fuori, e quindi si deve raggiungere il 3 per cento del rapporto deficit / Pil, e non il 3,5 % . (Come se questa differenza avesse alcun significato economico o persino contabile). In questa orgia di numeri su migliaia di miliardi volanti da un capitolo all’altro del bilancio e da una Finanziaria all’altra e discussioni sulla terza cifra decimale del rapporto deficit / Pil, si e’ persa l’occasione di una pacata discussione sui costi dell’Unione monetaria, al di la’ di una vaga retorica europeista. Secondo i sostenitori dell’Unione monetaria, questi sono i suoi principali vantaggi:

1) L’Unione monetaria e’ necessaria per mantenere un mercato comune europeo. Non e’ vero. Cio’ che crea un mercato comune e’ l’assenza di barriere doganali esplicite o nascoste, la libera circolazione di beni, servizi e capitali, l’assenza di regolamentazioni pubbliche intrusive (comprese quelle originanti a Bruxelles) e la flessibilita’ del mercato del lavoro. In un sistema di libero commercio internazionale il “mercato” di ogni Paese e’ il resto del mondo. Nel 1946 c’erano 74 Paesi nel mondo, oggi ce ne sono 192: piu’ della meta’ di questi ha una popolazione inferiore ai 6 milioni di abitanti. Nello stesso mezzo secolo il volume del commercio internazionale e’ esploso, ed oggi, con 192 Paesi indipendenti si parla di economia globale come mai prima d’ora. Molti dei Paesi che sono cresciuti piu’ in fretta negli ultimi tre decenni sono molto piccoli, come ad esempio Singapore.

2) I cambi flessibili creano rischi per gli operatori ed ostacolano il commercio internazionale. Non esiste alcuna evidenza che la flessibilita’ dei tassi di cambio riduca la crescita del commercio internazionale. Dal 1953 al 1973 nel periodo dei cambi fissi di Bretton Woods il volume del commercio internazionale e’ cresciuto a tassi pari a circa la meta’ degli stessi tassi di crescita del ventennio seguente, cioe’ in un periodo di cambi molto piu’ flessibili. Il rischio di cambio si puo’ facilmente ridurre o eliminare con operazioni di hedging. Le cifre su quanto un turista perde cambiando monete europee ai botteghini degli aeroporti, costi spesso menzionati dagli europeisti piu’ entusiasti, non hanno alcun significato macroeconomico. In ogni caso, la mancanza di flessibilita’ dei tassi di cambio ha anche dei costi: elimina un canale di stabilizzazione a shock razionali. Il Financial Times continua a ripetere che il Regno Unito fa bene a rimanere fuori dall’unione monetaria (per qualche anno almeno) perche’ quel Paese ha un ciclo sfasato rispetto al resto dell’Europa. Ma cicli sfasati rimarranno anche dopo l’Unione monetaria e non solo per il Regno Unito. Se un Paese nell’Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambio. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilita’ del lavoro in Europa e’ bassissima, l’Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l’aggiustamento agli choc molto difficile e rendera’ la disoccupazione ancora piu’ permanente. Certo una soluzione sarebbe rendere il mercato del lavoro meno rigido, ma la sinistra europea (compresa quella italiana oggi cosi’ favorevole all’Unione monetaria) si e’ sempre opposta a qualunque politica di flessibilita’ del mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, una Unione monetaria di dimensioni simili all’Europa, choc regionali asimmetrici sono corretti da una forte mobilita’ geografica della forza lavoro e dalla flessibilita’ dei salari reali e nominali. In piu’, il sistema fiscale provvede notevoli sistemi compensativi: per ogni dollaro di riduzione del reddito disponibile in uno stato americano, tra i 30 e 40 centesimi sono recuperati da compensazioni fiscali. Sarebbero disposti, diciamo, i cittadini danesi a compensare in questa misura, uno choc che colpisce, per esempio, l’Italia del Sud? Molto probabilmente no, quindi neanche il sistema fiscale europeo correggerebbe questi choc asimmetrici.

3) L’Unione monetaria ha facilitato la riduzione dell’inflazione e dei deficit pubblici. Negli anni Novanta l’inflazione e’ scesa in tutto il mondo, con o senza Unione monetaria. Non e’ affatto chiaro che l’inflazione sia scesa piu’ rapidamente nei Paesi aderenti al Sistema monetario europeo che negli altri Paesi Ocse. Dopo i grandi deficit della fine anni Settanta e primi Ottanta, numerosi aggiustamenti fiscali sono avvenuti dentro e fuori l’Unione monetaria. E’ vero che il deficit italiano sarebbe piu’ alto senza la spada di Damocle della regola del 3 % . E allora? Sostenere che uno dei principali benefici della piu’ importante riforma del sistema monetario internazionale dopo Bretton Woods e’ che l’Italia avra’ un deficit del 3 % del Pil invece che del 5 % del Pil nel 1998 fa sorridere, soprattutto al di la’ delle Alpi. Un nuovo sistema di cambio che dovrebbe durare per decenni va giudicato per i suoi meriti intrinseci e globali.

4) L’Unione monetaria e’ solo un passo verso la vera meta che e’ una forma di unione politica. Questo e’ forse l’argomento piu’ convincente, se si pensa che l’Unione politica riduca il pericolo di conflitti intraeuropei, che, storicamente, sono stati catastrofici. La realta’ pero’ e’ l’opposto. Con ogni probabilita’ i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera. Costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessita’ economica del coordinamento e’ alquanto dubbia, e’ un’operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa. Infatti l’animosita’ tra Paesi europei non e’ stata mai cosi’ alta in tempi recenti come negli ultimi mesi, all’avvicinarsi dell’Unione monetaria. Lo stesso conflitto franco – tedesco sulla nomina del primo governatore della Banca Centrale Europea e’ un sintomo chiaro.

Delle due l’una: o questo conflitto rivela forti differenze di filosofia sulla politica monetaria, oppure rivela forti tendenze nazionalistiche, soprattutto da parte della Francia che non ha ancora capito di non essere piu’ una grande potenza. In entrambi i casi, questo conflitto non rivela niente di buono sulla futura politica monetaria comune. Infine, per cio’ che concerne l’Italia, l’entusiasmo per partecipare all’Unione e’ descritto, anche in ambienti governativi, come un modo per difenderci da noi stessi, cioe’ un modo per trasferire potere politico a Bruxelles e Francoforte e toglierlo a Roma. Probabilmente questo e’ un ottimo motivo per aderire all’Unione, ma, diciamocelo: che tristezza. (Eccetto per gli eurocrati).

Tratto dal Corriere della Sera del 15 dicembre 1997

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3 Comments

  1. Sior Intento lè sempre contento !!! says:

    Mi sembra che dal plebiscito farsa, siano usciti (ovviamente per volontà degli stessi ideatori), 2 milioni e oltre di veneti indipendenti in favore di NATO, EU ed EURO. Credo, che alla luce di tali risultati, l’ignoranza e la farsa venetista, si commenti da soli. I venti, sono degli ossimori viventi che si contraddicono in quello che dicono e fanno.

    • Simone Tretti says:

      Mi permetta, ma lei evidentemente ragiona con i lacci delle scarpe.
      Ma uno solo per volta.

      il 95% delle persone, Veneti o italiani in generale, sono intontite, rincoglionite, instupidite dai media italiani corrotti e beceri. Se lei non avesse un cervello – e mi permetta ma il dubbio a riguardo sorge dato il suo commento – comprenderebbe solo quello che la TV le dice e se la TV le dice che è giusto che lei si faccia svuotare il conto in banca per questioni di finanza shock e baggianate simili..

      beh lei ci crederebbe.

      Al Referendum circa il 50-55% delle persone ha risposto SI, visto che son state imbonite da decenni di informazione tipo “NATO = aiuta i bambini e le popolazioni povere” e “EURO ci ha salvati tutti quanti” e “Europa è cosa buona e giusta”.

      Se al referendum fossero state poste le domande con esempi pratici, tipo:
      Vuoi tu aderire alla NATO quindi sobbarcandoti il costo di armamenti obbligatori, missioni di guerra e conquista e spese conseguenti di occupazione, finanziando il tutto con i TUOI soldi?

      Secondo Lei, la gente rispondeva “SI”? Secondo me, NO.

      Altro Esempio:
      “Vuoi tu che la Serenissima aderisca all’Europa e di conseguenza a tutti i trattati che costringono a limitare le produzioni, adeguare normative e burocrazie asfissianti nonchè costose e perditempo?”
      Anche qui a mio avviso la risposta sarebbe stata “NO”.

      Per finire l’€uro.. nessuno vieta di avere Euro circolanti sul territorio, già ci sono, finchè valgono qualcosa… affiancar loro una moneta sovrana non è vietato. Se lei va negli USA e paga in Euro, le dicono pure “grazie” visto che gli Euro valgono un 25% extra al dollaro e sono meno svalutati.

  2. Entel 97 i Serenisimi li ga ciapà posseso del paron de San Marco e par naltri veneti xe scuminsià a canviàr el nostro sentirse al mondo;
    mejo l’euro ke on torno a la lira.
    Tuto fora ke la Talia!

    http://www.filarveneto.eu/wp-content/uploads/2014/02/tanko2-300×284.jpg

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