Ungheria, referendum per l’Ue non toccò il quorum, ma il governo di sinistra aderì lo stesso. Anche Orban con gli immigrati andrà dritto per la sua strada

ORBAN

di GIOVANNI POLLI – Tra domenica e lunedì sera, su tutte le Telekabul d’Europa, è andato in onda un allegro ritornello a reti unificate: in Ungheria il premier Viktor Orban ha perso la sfida delle urne, adesso si dimetta e il Paese accolga i clandestini senza fare tante storie. Pardon, i “migranti”, visto che la parola “clandestini” nelle Telekabul d’Europa è rigorosamente tabù. Stessa cosa è apparsa su tutte le Pravde d’Europa, cartacee o telematiche che fossero: il populista Orban ha fallito, pericolo scampato.

Colpa del quorum, hanno ripetuto alla nausea. Il referendum con cui il premier di Budapest chiedeva ai cittadini sovrani se fossero stati d’accordo o meno sulle “quote migranti” imposte dalla Ue, hanno rilevato, è inefficace. E, in effetti, non ha raggiunto il quorum del 50 per cento più un votante, indispensabile per ritenerlo giuridicamente vincolante.
Chi è andato al voto, esattamente il 43,42 per cento, ha però tributato al “no” alle quote un bulgaro (anzi, bisognerebbe dire ungherese) 98 per cento. Un dato che offre con tutta evidenza a Orban la piena legittimità politica per continuare nel suo progetto di fare dell’Ungheria una terra sempre più libera dalle imposizioni di Bruxelles.

Le  Pravde o le Telekabul di tutta Europa hanno però passato sotto bassissimo profilo il confronto con i risultati del referendum per l’adesione alla Ue celebrato il 12 aprile 2003: in quell’occasione si recò alle urne appena il 45,79 per cento degli elettori, una percentuale uguale o poco più dell’ultimo voto. Ma a dire sì alla Ue fu soltanto l’83,76 per cento dei votanti. Il quindici per cento in meno di quanti hanno detto “no” al diktat della Ue sui clandestini.

Cifre di fronte alle quali l’unica considerazione possibile è che oggi, in definitiva, l’Ungheria dopo quindici anni di sudditanza a Bruxelles appare meno europeista di quanto fu europeista al momento dell’ingresso nella Ue.
Ma c’è un dato giuridico passato ancora più sotto silenzio dall’informazione ufficiale. Un fatto che, se fosse davvero di pubblico dominio, darebbe l’esatta misura del pessimo livello della propaganda da cui siamo bombardati: anche per il referendum del 2003 tra le regole c’era il quorum. Che non fu raggiunto, e per questo motivo il referendum per l’adesione alla Ue tecnicamente fallì. Ma allora come oggi, non lo rilevò nessuno. Eppure gli eurocrati festeggiarono lo stesso, e scoppiò il tripudio e lo sventolio di bandiere azzurre con le stelle gialle.

Se è vero infatti che nel 2003 l’ingresso era ormai cosa fatta, e Budapest sarebbe tornata sui suoi passi soltanto nel caso in cui i no avessero raggiunto la maggioranza e se la maggioranza dei votanti fosse andata alle urne, è anche vero che oggi quanti strillano alla pesante sconfitta di Orban compiono un salto mortale logico dal quale difficilmente si cade in piedi. Eppure l’articolo 28/B,comma 6 della Costituzione magiara parlava chiaro ieri come oggi: “Il referendum nazionale per decisione è valido se più della metà dei cittadini hanno depositato un voto valido ma almeno più di un quarto di tutti gli elettori hanno dato la stessa risposta alla domanda posta”.
Se non è giuridicamente valido il referendum sulle “quote migranti” non lo era nemmeno quello dell’adesione alla Ue, insomma. Ma questo le Telekabul e le Pravde non ve l’hanno raccontato.
Certo, alla fine anche nel 2003 contò il dato politico: il governo socialista guidato da Péter Medgyessy andò dritto per la sua strada e l’ingresso nell’Unione europea, l’anno seguente, fu cosa fatta. Ma proprio in base allo stesso identico criterio secondo cui il voto fu una vittoria politica, anche oggi il governo Orban andrà dritto per la sua strada, forte della maggioranza parlamentare che gli assicura la possibilità di mettersi di traverso ai piani di Bruxelles.

Pari e patta, insomma. Anche se per la stampa mainstream – citando un articolo a caso tra i tanti – Viktor Orban avrebbe subito “una pesante sconfitta”. Se l’eurocrazia è contenta, si serva e si accontenti.

Giovanni Polli

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