Una riforma elettorale non cambia la cattiva politica dell’Italia sfasciata

di GIORGIO GARBOLINO

Mentre la crisi sta distruggendo il nostro stile di vita, i politici discutono accanitamente per varare una nuova legge elettorale… L’accordo non c’è ancora. Il metodo di elezione è visto come strumento per spartirsi il potere e, nel sistema frammentato delle cento consorterie fameliche dei partiti, è piuttosto difficile accontentare tutti. La nuova legge elettorale dovrebbe poter aggregare tutti in coalizioni che distribuiscano “equamente” i mille posti del parlamento (e le centinaia di migliaia del sottogoverno). Oltre tutto occorre dare ai sudditi la sensazione di poter scegliere, ed è proprio l’ impossibilità di scegliere e di sostituire gli incapaci che ha scavato il solco fra i sudditi e i governanti, portando alle stelle l’astensionismo. Non sarà la reintroduzione delle preferenze a cambiare le cose.
Le imprese private funzionano perché i proprietari (azionisti o no) hanno il potere di scegliere e di sostituire i vertici. E i vertici non sono onesti e capaci perché “buoni”, ma perché sanno che il loro interesse coincide con quello di chi li ha nominati. Questi non esiterebbero a sostituirli se, per disonestà o per politiche sbagliate, i risultati non soddisfacessero le aspettative. Così dovrebbe essere in politica e così è nei paesi occidentali, ma nella malata “azienda” Italia questo scambio virtuoso fra elettori ed eletti (“ti voto dandoti soldi e potere, in cambio devi fare i miei interessi, morali e materiali, se no voterò per un altro e tu perderai tutto”) non è possibile.
Nelle democrazie funzionanti si sono sempre stupiti che in Italia si vedesse con sospetto il “voto di scambio”, perché il voto democratico è per definizione “di scambio”. Solo in Italia lo scambio non è per influire sulla gestione della cosa pubblica in funzione del proprio orientamento o interesse, perché l’elettore non può scegliere fra posizioni realmente diverse e con pari probabilità di successo elettorale. Lo scambio politico è solo uno scambio di favori personali, immediati, di basso livello, spesso inconfessabili.
Nella storia d’Italia la possibilità di scelta e ricambio della classe dirigente – base della democrazia, comunque la si concepisca – non c’è mai stata. Al confronto di idee fra forze politiche in concorrenza si è sempre sostituito l’accordo tacito per spartirsi il potere all’interno della “casta”: una corporazione unica, chiusa, inamovibile, che risponde solo a sé stessa e che si perpetua non con elezioni ma con cooptazioni dal vertice. Non è un caso che, a fine ‘800, siano stati due italiani, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, i primi ad affermare che i governanti costituiscono una classe specifica, particolare e separata.
In Italia si è passati dal “connubio” destra sinistra di Cavour al pasticcio confuso del “trasformismo” (mai passato di moda) di De Pretis e successori, per ritrovarci col partito unico fascista. Dopo la guerra, quando altrove si confrontavano nelle urne orientamenti conservatori e laburisti, o democratici e repubblicani, o moderati e socialisti, in Italia la stabilità politica era garantita dal sistema ingessato DC – PCI, con la DC sempre al governo e il PCI sempre all’opposizione, per cinquant’anni. Il PCI d’altra parte non poteva in ogni caso aver accesso alla stanza dei bottoni perché la spartizione delle sfere d’influenza fra USA e URSS non l’avrebbe permesso. Il sistema è durato fino alla fine della guerra fredda, ma all’interno la divisione del mondo si era già risolta “all’italiana”, con la lottizzazione del potere: alla DC la gestione degli affari di governo (peraltro limitati dall’influenza USA), al PCI le aree paragovernative della scuola, della cultura, del sindacato, delle cooperative. Negli anni ’80, con la politica “consociativa”, la DC apre esplicitamente al PCI anche nelle scelte di governo, e ogni parvenza di opposizione scompare.

La cosiddetta seconda repubblica fa il resto: si fronteggiano due schieramenti assolutamente speculari, ognuno costituito da spezzoni fusi insieme di cattolici e comunisti, divisi non da programmi alternativi (che si sono addirittura accusati vicendevolmente di aver copiato…) ma solo dalle ambizioni dei leader. Lo dimostra il fatto che anche oggi solo forze marginali esitano nel condividere totalmente ogni scelta del governo in carica.

Si può discutere sulle ragioni culturali e politiche di questo rifiuto del confronto di idee, ma questo è un fatto, che si riflette in ambito economico nel rifiuto della concorrenza e in ambito sociale nel rifiuto di ogni differenziazione in base al merito. La base della politica italiana è infatti l’ossessione di ottenere una falsa concordia e un falso ugualitarismo, dallo stato unitario (“uno e indivisibile”) alla demonizzazione di ogni forza politica nuova (Berlusconi o Bossi prima, Grillo o Giannino oggi), fino alla ricerca dell’unanimità nelle scelte politiche (“non si governa col consenso del 51% degli elettori”; “la maggioranza non deve fare da sola le riforme”; le decisioni importanti non si prendono se non “condivise” da maggioranza e opposizione; i provvedimenti vanno “concertati” con le “parti sociali”- in realtà anche loro “caste” chiuse e privilegiate). Il risultato è un paese allo sfascio, dove per di più la cultura ugualitarista della “solidarietà” e della “concertazione” ha portato l’Italia alle massime divaricazioni fra i ceti sociali d’Occidente e a un sistema di welfare fra i più scadenti in assoluto.
L’unanimismo è comprensibile come ideale della chiesa cattolica, che in nome della certezza della verità si oppone al “relativismo” morale; o della società ideale comunista, immaginata senza competizione con la fine della lotta di classe. Nel mondo brutalmente reale della politica, è solo la sfida democratica fra idee concorrenti che finora ha permesso libertà e benessere.
Nell’Occidente avanzato. L’Italia ne è fuori.

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2 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    La nave sta affondando affonda e gli ufficiali discutono animatamente sulla assegnazione delle cabine.
    Bene ! E chissà che sottocoperta a discutere ci stiano ancora un po’.

  2. luigi bandiera says:

    Sono in piena sintonia..!

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