Una quasi rissa per otto scogli privati. Colpa del nazionalismo cinese

di STEFANO MAGNI

Se guardate una mappa del Pacifico occidentale, non troverete le isole Senkaku. A meno che la carta non sia realmente dettagliata e voi vi muniate di una buona lente di ingrandimento, non noterete neppure la loro esistenza. Eppure, per quegli 8 scogli disabitati, il Giappone e la Cina stanno arrivando alle mani. Quel che spesso si dimentica è che, finché non saranno annesse formalmente dal governo di Tokyo, le Senkaku sono isole private, possedute da una famiglia giapponese, i Kurihara.

Ieri la Cina ha inviato sei motovedette al largo delle Senkaku e ha lanciato una serie di esercitazioni militari, in cui esercito e marina, congiuntamente, si addestrano ad effettuare operazioni di sbarco. La Cina non accetta che quelle isole facciano parte del Giappone. Non le chiama neppure Senkaku, ma Diaoyu. E anche Taiwan, giusto per rendere ancora più complicata la situazione, le rivendica, chiamandole Tiaoyu.

L’incidente navale è solo l’ultimo di una serie di incidenti, anche violenti, che hanno contrapposto cinesi e giapponesi. Fra luglio e agosto, le isole hanno subito ben tre “occupazioni” simboliche. La prima, il 4 luglio, da parte di Taiwan: un peschereccio, protetto da unità militari di Taipei, ha sbarcato attivisti con le bandiere della Repubblica di Cina. Il 15 agosto è stata la volta della Repubblica Popolare Cinese: attivisti per la “protezione del Diaoyu” sono sbarcati con le bandiere rosse di Pechino, ma sono stati arrestati dai giapponesi e rispediti a casa. Nel frattempo, nella Cina continentale, iniziavano le manifestazioni contro il Giappone, diventate violente a partire dal 19 agosto, quando sono stati attivisti giapponesi a rivendicare il possesso delle isole. Anche loro sono sbarcati sugli scogli, armati di bandiere del Sol Levante. E in Cina è scoppiato il putiferio: manifestazioni di migliaia di persone davanti alle sedi diplomatiche nipponiche, auto giapponesi distrutte, negozi e ristoranti presi di mira. Le autorità della Repubblica Popolare, prima hanno lasciato fare, poi, sul finire di agosto, nel timore che la situazione potesse sfuggire di mano, hanno iniziato ad arrestare gli attivisti del movimento per le Diaoyu. Ma… il 10 settembre, anche per rispondere alle provocazioni cinesi e taiwanesi, il Giappone ha preferito mettere in chiaro le cose: ha annunciato l’acquisto delle isole Senkaku dalla famiglia Kurihara. E allora si è arrivati al quasi-scontro navale di ieri e ad altre manifestazioni contro i giapponesi in Cina. I quali, nelle loro attività commerciali devono esibire la bandiera rossa di Pechino per evitare il linciaggio.

Chiunque, prima di tutto, si chiede: ma perché tanto rumore per tre scogli disabitati che non si vedono nemmeno sulla carta geografica? Gli esperti di geo-economia hanno già la risposta pronta: il gas, il petrolio e i banchi di pesca. Va bene, forse ci sono il gas e il petrolio nei fondali e in quelle acque si pesca bene. Ma che vi siano potenziali riserve energetiche in quelle isole lo si sa dal 1969, quando queste vennero individuate dalla commissione economia dell’Onu.

La disputa sulle Senkaku riguarda, prima di tutto, il nazionalismo cinese. Perché non è la sola. Ovunque vi siano delle isole dalla sovranità poco chiara, la Cina inizia a rivendicarne il possesso con la forza. In questi ultimi anni sta lanciando analoghe provocazioni anche nelle Spratley, nelle Paracels e con sugli scogli di Scarborough, aumentando la tensione con il Vietnam, con le Filippine e con Taiwan, oltre che con il Giappone. Se non si analizzano separatamente le varie questioni, ma le si prende in blocco, non possiamo non vedere che c’è una Cina intenta ad allargare al massimo le sue acque territoriali e la zona di sfruttamento economico esclusivo.

Dalla parte del Giappone c’è il diritto di proprietà. Non bisogna dimenticare, infatti che, fino ad un’annessione formale le isole Senkaku sono di proprietà di una famiglia giapponese, i Kurihara. Nei primi anni ’70, quando terminò il periodo di occupazione post-bellica degli Stati Uniti, le isole di Uotsuri, Kita Kojima e Minami Kojima divennero proprietà privata di Hiroyuki Kurihara, mentre sua sorella divenne proprietaria dell’isola di Kuba. I Kurihara, a loro volta, hanno comprato le isole dagli eredi di Koga Tatsuhiro, un imprenditore che, nel 1900, vi costruì uno stabilimento ittico. Nella prima metà del ‘900, nelle isole abitavano circa 200 giapponesi. Divennero deserte solo dopo il fallimento della fabbrica di Tatsuhiro, nel 1940. Da un punto di vista giuridico, dunque, quelle isole sono private e appartengono a cittadini giapponesi. Da un punto di vista amministrativo, sono giapponesi, appartenenti al comune di Ishigaki (la più vicina città abitata), nella prefettura di Okinawa. Da un punto di vista storico, sono giapponesi: vennero annesse al Giappone assieme a tutto il resto del Regno di Ryukyu nel 1879. Quel Regno insulare, che allora era indipendente e commerciava sia con la Cina che con il Giappone (pagando lauti tributi ad entrambi i vicini), fu annesso da Tokyo senza colpo ferire. In assenza di una richiesta indipendentista di Ryukyu, le isole Senkaku sono parte del Giappone a tutti gli effetti. La Cina, a parte la vicinanza geografica, vanta un antichissimo possesso delle isole: una loro presunta scoperta nel XV Secolo e un possesso formale dal XVII Secolo. Lo stesso che rivendica anche Taiwan, tra l’altro…

Il 10 settembre, il Giappone ha semplicemente annunciato che intende acquistare le isole da suoi cittadini, pagandoli lautamente: l’equivalente di circa 20 milioni di euro. Si tratterebbe di uno scambio volontario e consensuale. Molto più pacifico e ancor meno controverso rispetto ad altri acquisti storici di territori, come quello della Louisiana, venduta agli Usa dalla Francia napoleonica. Allora fu un impero a vendere un grande territorio ad una nazione appena nata, con una precisa funzione anti-britannica. In questo caso, invece, abbiamo uno scambio fra un privato e il suo Stato: isole in cambio di 20 milioni di euro. Benché Pechino condanni il pericolo di un nuovo “imperialismo” del Giappone, qui di imperialista non si vede niente. Se non le mire egemoniche della stessa Cina.

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4 Comments

  1. ananda says:

    Articolo fazioso e manifestamente pro Giappone.Dal punto di vista squisitamente storico sarebbe interessante sapere a quale nazione le isole furono sottratte (perché un’annessione è sempre e comunque una occupazione) nel 1879.

  2. Pietro says:

    L’idea che la Cina sia un paese pacifico è tanto fantasiosa quanto falsa. A causa dei contenziosi territoriali al confine del Tibet, la Cina si è scontrata militarmente con l’India nell’ottobre-novembre 1962. Un’altra disputa territoriale provocò una breve guerra fra la Cina e l’Unione Sovietica presso i fiumi Ussuri e Amur e nel Xinjiang nel 1969. Il 17 febbraio 1979 l’esercito cinese invase il Vietnam, subendo gravi perdite.
    L’invasione del Tibet nel 1951 ha ancora oggi drammatiche conseguenze con la sanguinosa repressione degli indipendendisti. Dopo la dichiarazione di indipendenza di Taiwan, nel 1949, ci furono gravi scontri per molti anni.
    La Cina non ha mai avuto scrupoli nell’aggredire e invadere i paesi vicini, ed è questa una storia recente che tutti possono apprendere.

  3. Dan says:

    I cinesi fanno troppo i galletti ma in fin dei conti gliel’abbiamo concesso noi facendoli diventare il punto di riferimento dell’economia mondiale

    • ydlale says:

      scusa noi chi?????
      vai studiare leggere un di libro .. i cinesi nel XV secolo e la nazione più potente della terra sia economicamente si militarmente 98 del pil mondiale possedeva oltre 10 mila navi guerra da guerra e non hanno mai invaso o colonizzato nessuno

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