Un Ufo elettorale… Ma chi lo sa che il 9 ottobre si vota per le Città metropolitane?

milano pisapia

di DANIELE VITTORIO COMERO –  “Il 9 ottobre si vota ed ai cittadini chiedo di avere il mandato per proseguire la lotta alla partitocrazia, allo spreco…” chi scrive queste parole sulla sua pagina facebook? Potrebbe essere un ostinato radicale, un grillino scatenato oppure, sorpresa, un leghista della periferia sud di Milano. Si tratta di Ettore Fusco, sindaco di Opera, cittadina famosa per il carcere, capogruppo uscente della Lega in consiglio metropolitano. Per due anni ha battagliato in Consiglio con Pisapia, ora si ripresenta al voto di domenica prossima per la Lega però, insieme a lui in lista, sono saltati dentro all’ultimo momento delle vecchie conoscenze della politica. Il 30 settembre a Palazzo Isimbardi, in una insolita conferenza stampa compaiono allo stesso tavolo i due segretari provinciali della Lega insieme al minore dei fratelli La Russa, Romano, in rappresentanza di Fratelli d’Italia. Adesso la collezione è quasi completa, mancava una versione leghista dei larussiani. Mai dire mai in politica.

La notizia ovviamente non è questa, è quella che domenica prossima si vota per i consigli delle Città metropolitane di Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli.

Quando il sindaco del capoluogo cambia, come è successo nel giugno scorso, la norma impone di cambiare tutto il consiglio metropolitano. Si vota nelle principali aree urbanizzate del Paese, che comprendono quasi 14 milioni di abitanti. Non ci saranno scuole chiuse e migliaia di seggi in allestimento, per milioni di elettori. Sarà un evento molto intimo, sobrio. Sono elezioni di secondo grado, cioè gli eletti eleggono dei super eletti tra 9.810 sindaci e consiglieri comunali.

A Milano sono 2.025 gli elettori che potranno accedere al seggio di palazzo Isimbardi, aperto per l’occasione fino alle 23,30.

Si vota con un sistema elettorale proporzionale, ma ponderato. L’aggettivo ponderato non deve trarre in inganno il lettore, nel pensare a un sistema ben fatto, meditato, realizzato con la dovuta attenzione. Niente di tutto ciò, ponderato vuol dire questo: un elettore di un piccolo comune pesa 5 punti mentre uno del comune di Milano pesa 714 punti. Bisogna portare più di cento consiglieri comunali dei piccoli comuni per pareggiare uno del comune di Milano.

Questa è la parte dolente della riforma Delrio approvata a fine marzo del 2014. E’ stata la prima riforma renziana l’istituzione delle Città metropolitane e la revisione delle Province. Una legge complessa e anche coraggiosa, che ha fatto compiere un passo importante, atteso da tempo.

Il punto è il solito, fatta la legge, anche buona, nessuno poi la gestisce nelle difficoltà del giorno per giorno. In questo modo è garantito il risultato negativo. Come se non bastasse, c’è stata la giravolta del Governo con un prelievo forzoso sui conti delle Città metropolitane e Province per delle manovre elettorali, tra cui i famosi 80 euro.

Due anni fa si svolsero le prime elezioni per le Città metropolitane, con l’idea di fare i nuovi statuti, proposti come la panacea di tutti i mali metropolitani. Una volta fatti gli statuti si è visto che il sistema istituzionale fa acqua da tutte le parti, a cominciare dal fatto che il sindaco metropolitano è per legge il sindaco del capoluogo, non eletto dagli altri comuni. In più i problemi gestionali sono impegnativi e i consiglieri metropolitani devono lavorarci con notevole impegno, a gratis, avendo già una attività politica intensa nel loro Comune.

A molti la soluzione più logica è sembrata quella di ripristinare l’elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano, ostinatamente impedita dal presidente Anci Piero Fassino. Anche Giuliano Pisapia si era espresso a favore della proposta presentata da un gruppo trasversale, depositata in Cassazione nel 2015, per una legge di iniziativa popolare. Così si è arrivati nel 2016 nelle stesse condizioni del 2014, con qualche entusiasmo in meno e i conti dei bilanci in profondo rosso.

A Torino la sindaca Appendino ha ereditato da Fassino una situazione disastrosa e pensa ad una via di fuga. A Milano Sala si è mosso direttamente su Renzi e aspetta di vedere chi saranno i nuovi consiglieri. Lì le liste presentate sono cinque: “C+” PD e sinistra, “Città dei Comuni” civica e sinistra, “Insieme” con Fi e Ncd, Lega Nord e Movimento 5 Stelle.

Alberto Villa, sindaco di Pessano, consigliere metropolitano e capogruppo uscente per Forza Italia, si ricandida nella lista “Insieme per la Città metropolitana” spera che “dopo un biennio pieno di ombre, il Governo si decida a dare risorse certe alle Città metropolitane. Però, al di là dei soldi, c’è il problema di fondo sulla natura dell’Ente, che deve essere capace di creare sinergie tra i Comuni. Mi auguro anche che il nuovo sindaco Sala sia capace di creare un rapporto anche umano con noi amministratori comunali che siamo in trincea ogni giorno.”

La lista “C+ Milano metropolitana” è data per favorita nella conquista della maggioranza consiliare, come nel 2014. Franco D’Alfonso, ex assessore e attuale consigliere di Milano, è candidato nella lista C+:“La lista è stata fatta sulla base di un documento, che verrà presentato nei prossimi giorni, composto da progetti ben definiti, da fare subito nella prossima consigliatura. Insomma, si cambia sistema, non più su basi generiche. I temi principali sono quelli della mobilità metropolitana, viabilità, lavoro e ambiente, con il riassetto idrogeologico del nord Milano. I Comuni devono vedere un Ente nuovo, più leggero, che non si sovrappone a loro”.

I voti si conteranno lunedì 10 ottobre. Ogni scheda andrà ponderata con il sistema di pesi (5, 12, 21, 36, 66, 714). Dopo di che si capirà se gli amministratori delle varie aree politiche hanno seguito o meno le indicazioni ricevute. Nel segreto dell’urna qualche sorpresa potrebbe materializzarsi. Se la lista C+ non ottenesse una maggioranza netta, c’è da immaginare tutto un altro scenario rispetto al precedente, sicuramente di maggiore confronto tra le forze politiche.

Sullo sfondo ci sono molte altre incertezze, la principale è sulle risorse economiche, che Matteo Renzi si è impegnato con Beppe Sala a risolvere nella legge di stabilità. Rimane comunque un alone grigio su come sono state impostate queste elezioni indirette.

L’avv. Felice Besostri, l’ammazza porcellum e forse anche dell’italicum, è molto cauto: “Sono state indette delle elezioni in assenza di una normativa elettorale completa, richiamando delle circolari ministeriali, che l’Avvocatura di Stato ha dichiarato non essere normativa vincolante ma suggerimenti dati agli Enti. Non bisogna dimenticarsi che per il nostro ordinamento sugli Enti locali c’è la riserva di legge statale, come imposto dall’art. 117, 2° comma, lettera p, della Costituzione vigente. Articolo che non è soggetto a revisione costituzionale. E’ vero che la legge Delrio contiene dei pezzetti di legge elettorale, ma questi non sono sufficienti e organici a garantire delle elezioni democratiche, libere e segrete, affidate a organi imparziali. Quindi, esiste la possibilità, non solo teorica, che siano impugnate davanti al TAR”.

Si spera in soluzioni meno conflittuali, a favore di uno sforzo comune volto a migliorare questo sistema istituzionale metropolitano che, così com’è, difficilmente può funzionare bene per cinque anni.

 

 

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2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Poveri noi…

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