L’Ue finirà in bancarotta! Gli Usa saran costretti a salvarla

di STEFANO MAGNI

Mentre lo spread schizza alle stelle, per i buoni del tesoro italiani e spagnoli, le autorità di Bruxelles rassicurano le genti: è pronto il fondo salva-Stati (Esm), in grado di ridurre eventuali rischi di default. Ma salvare gli Stati in crisi è veramente un bene? Finora noi abbiamo assistito a salvataggi di banche e di aziende private. Solo da quest’anno abbiamo visto cosa voglia dire “salvare” un intero Paese (la Grecia) e a quali condizioni capestro per i suoi abitanti.

I “bailout” delle banche statunitensi del 2008 e il salvataggio dei tre colossi dell’industria automobilistica nel 2009 sono i primi precedenti più famosi. Sebbene le singole aziende aiutate siano da considerarsi salve (almeno per ora), nessuno dei difetti sistemici, che erano alla base della crisi del 2008, è stato curato. Le banche sono ancora cariche di titoli tossici. Aiutandole, lo Stato non ha fornito loro alcun incentivo a cambiare comportamento. Nessuno garantisce che nel prossimo futuro possa scoppiare una prossima crisi finanziaria, grave quanto quella del 2008 se non peggiore. Passando dall’economia “virtuale” della finanza a quella “reale”, le industrie americane, nonostante (o forse proprio a causa de) gli aiuti al settore dell’auto e un piano di stimolo, multi-miliardario, lanciato dall’amministrazione Obama, stentano a riprendere livelli di crescita. La disoccupazione è ancora ferma all’8,2%, un record per gli Stati Uniti.

I precedenti in Europa non mancano. Lo Stato irlandese è finito in rosso proprio in seguito di un bailout alle sua banche. Lo Stato spagnolo necessita di aiuti comunitari per lo stesso motivo. Credendo di sostenere la loro economia “reale” tramite spesa pubblica, la Grecia è sull’orlo della bancarotta, Portogallo e Italia sono sulla buona strada.

Se il salvataggio di aziende private non serve a curare i loro difetti strutturali e, in compenso, manda in rosso il loro salvatore, c’è da sperare che il salvataggio europeo di interi Stati a rischio di default cambi questa dinamica? Il bailout della Grecia dimostra che: non cambia. Atene ha il 160% di debito rispetto al Pil e l’Ue (assieme al Fondo Monetario Internazionale) chiede una sua riduzione al 120%, in cambio di 130 miliardi di euro. E ora potrebbe emergere che quei 130 miliardi pattuiti non bastino: ne occorrerebbero da un minimo di 10 a un massimo di 50 in più secondo stime riportate dal quotidiano tedesco Der Spiegel. Dunque la Grecia potrebbe fare comunque default entro settembre.

Arriverà il giorno in cui leggeremo che l’Unione Europea entra in crisi nel tentativo di salvare i suoi Stati membri, così come questi ultimi stanno già finendo sul lastrico per cercare di sostenere le loro banche e le loro aziende?

Sì, arriverà e molto presto, secondo il candidato libertario americano Ron Paul, che paventa uno scenario ancora peggiore: saranno gli Stati Uniti costretti a sostenere l’Unione Europea, nel momento in cui questa arriverà alla bancarotta. Secondo Paul, in un’intervista rilasciata ieri al quotidiano NewsMax, ha ricordato, infatti, che il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha già promesso aiuto all’Europa, “in caso di bisogno”. “Essere pronti ad aiutare – commenta Ron Paul – vuol dire esser pronti ad approvare un bailout al sistema (europeo, ndr). Significa: usare i dollari americani, che a sua volta vuol dire infliggere altri danni ai contribuenti americani e al valore della nostra moneta”. Questo rischio (perché è un rischio) è alla base della prossima campagna politica di Paul, che chiede maggior trasparenza nelle decisioni della Fed. “Queste transazioni sono tenute segrete al grande pubblico. Non vogliono farci sapere a chi vanno i nostri soldi, a beneficio di chi. La Fed solleva sempre l’obiezione della sua indipendenza, ma quel che vuole ottenere è solo la segretezza, per tutte le sue decisioni”. Compresa quella di aiutare l’Ue (in caso di bisogno) coi soldi degli americani. Fa quasi ridere, per non piangere, sentir dire da certi euro-entusiasti che l’America “teme l’unione politica europea”, perché sarebbe troppo forte da sfidare. A giudicare dalle parole di Ron Paul, l’America teme veramente l’Unione Europea, perché ha paura di doverla assistere nel prossimo futuro. A spese dei contribuenti americani.

E’ un circolo vizioso del centralismo: il privato chiede aiuto al pubblico, il pubblico lo chiede all’Europa, finiremo per vedere l’Europa che lo chiede agli Usa e infine entrambi ad un ipotetico futuro organismo mondiale, più disponibile a far credito rispetto all’attuale Fondo Monetario Internazionale. Trasferire i propri problemi ad un livello istituzionale superiore, in ogni caso, non vuol dire risolverli. Ma giustappunto: trasferirli e quindi sommarli a quelli dei vicini, renderli cronici, non uscirne più.

Lasciar fallire potrebbe essere un’alternativa più dolorosa, ma forse più salutare ai fini della successiva ripresa.

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