Tutto è cominciato con la Grecia e potrebbe finire proprio ad Atene

di CHRIS WILTON

Attenzione, tutto è cominciato con la Grecia e tutto potrebbe finire con la Grecia. Non sono in vena di previsioni catastrofistiche legate a metafore del mondo classico ma alla realtà dei fatti che giorno dopo giorno sta materializzandosi sulle agenzie di stampa finanziarie – quelle che ovviamente non si tradurranno in articoli il giorno dopo sui vostri quotidiani, troppo impegnati a farvi comprare Bot e Btp – e davanti ai monitor delle sale trading. Bene, ieri dalla Grecia sono arrivate notizie davvero pesanti. La prima è che il governo di Atene non ha ricevuto nessuna offerta vincolante per il suo produttore di gas naturale DEPA, da privatizzarsi come parte del programma della Troika per ottenere i fondi del salvataggio e per finanziare la spesa corrente. Insomma, non una sola offerta. Un brutto segnale in vista dell’altra grande privatizzazione, quella attesa per fine anno dell’azienda di raffinazione petrolifera, Hellenic Petroleum. Tanto che il vice-ministro ellenico per l’Energia, Asimakis Papageorgiou, ha detto chiaro e tondo che <la Grecia potrebbe riconsiderare quando vendere la Hellenic Petroleum>. Senza quei soldi, non si pagano i debiti, gli stipendi pubblici, il funzionamento dello Stato, lo stato sociale: insomma, Atene è alle soglie di una nuova bancarotta. Sarà per questo che il famoso bond greco ristrutturato, quello di cui vi ho parlato in un articolo precedente e che le banche consigliavano caldamente ai loro clienti dopo aver guadagnato il 300% dallo swap, ora viaggia a 60 centesimi sull’euro e ha perso in una settimana il 10% di valore? O sarà sempre per questo che l’indice azionario di Atene ieri è ufficialmente entrato in territorio ribassista, il cosiddetto bear territory, essendo calato del 20% dai suoi massimi?

D’altronde, che fosse tutta un’enorme pantomima lo si era capito da tempo. In sei mesi il bond ristrutturato greco ha guadagnato un 119% e la Borsa di Atene un bel +53%, grazie unicamente all’attività speculativa pura (sacrosanta, basta che poi non si spacci per oro ciò che oro non è, quando si pretende di venderlo a clienti retail) e alla certificazione di Ue e Fmi rispetto agli obiettivi debito/Pil di Atene: per i due organismi, dallo scorso inverno il Paese era definitivamente “stabilizzato”. Peccato che lo stesso Fmi abbia reso noto, non si sa a quale scopo, che si sarebbe rifiutato di partecipare a ulteriori programmi di salvataggio della Grecia, a meno che non fosse assicurato il finanziamento del Paese per dodici mesi. Si parla di 4,6 miliardi di euro, quindi a occhio e croce quel bond tanto appetito sta per essere spennato come un pollo ed è destinato a valere pressoché nulla: pensate che il colpo lo prendano le banche? La vedo difficile. E con le privatizzazioni che non vanno in porto, o entrano soldi dell’Ue o la Grecia salta: pensate che Berlino paghi ancora, soprattutto in vista delle elezioni? Ora si spiega il perché di quel tardivo e non richiesto mea culpa dell’Fmi sulla ricetta tutta austerity imposta alla Grecia, che tanto a fatto infuriare la Commissione Ue: era un messaggio in codice. E suona come se stavolta il conto dello swap rischi di doverlo pagare anche la Bce, la quale in quanto soggetto ufficiale è esentata dagli haircuts ai creditori privati. Tutto è iniziato con la Grecia e tutto potrebbe finire con la Grecia. Magari proprio subito dopo il voto politico di settembre in Germania.

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One Comment

  1. Andrea Pellis says:

    Speriamo che tutto (inteso come la UE e la sua fottuta moneta farlocca) finisca davvero e presto. Dove non mi importa granchè.

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