Turchia, vogliamo ricordare l’occupazione di Cipro?

mare-calabria

di ROMANO BRACALINI – Fu Tremonti – ricordate? – col linguaggio franco della montagna che sarebbe stata una risorsa dare in concessione le spiagge del Sud. E fu Pisanu, il voltoda antico fenicio e la stretta parlata sarda, a farsi interprete dell’indignazione pubblica
e dell’onore offeso dei cittadini dal Volturno alla Trinacria, dicendo con inusitata carica di ironia che con la messa all’incanto del patrimonio arenile Tremonti avrebbe risolto il problema del Sud, aggiungendo che «gli illustri meridionalisti come Guido Dorso, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Pasquale Saraceno e Antonio Gramsci possono finalmente riposare in pace…».

Le dotte citazioni fanno sempre impressione e recano lustro e autorevolezza ma talvolta, se non si è accorti, rischiano di darti torto anziché ragione. Pisanu aveva tutto il diritto di lagnarsi per un Sud scambiato per un banco di pegni, ma forse non era questo che si voleva dire, ed è l’accenno a Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini che non ci pareva felice, perché tra gli autori citati, Fortunato e Salvemini furono sempre aspri critici del tipo di difesa d’ufficio che fa Pisanu. Non sfuggiva a Fortunato che i peggiori nemici del Sud fossero anzitutto i politici meridionali che nel piagnisteo d’uso non facevano che eternare a loro beneficio una tradizione di
sudditanze e di clientele; e Salvemini, da Molfetta, preferì scappare a Firenze visto che al Sud avrebbe continuato a pestare
l’acqua nel mortaio.

Conosco il Sud, specie la Puglia, in Sicilia ho fatto il servizio militare. Ricordo che ci arrivai dopo due giorni di tradotta. È da quel tempo che cerco di capirlo, anche con l’aiuto dei migliori meridionalisti che ho citato. In Puglia ho percorso la costa adriatica e quella ionica fino a Gallipoli e alla Calabria. Ho visto chilometri di spiagge deserte senza nemmeno una palafitta. Il turismo vi ha attecchito in una forma casuale e provvisoria, con alberghi costruiti sulla spiaggia, nel dispregio delle leggi, che cadono a pezzi. In certi ristoranti il cliente è visto come un pollo da spennare tanto non ritornerà, semmai l’albergo dovesse reggere alle intemperie.

Per fare il turismo ci vuole olio di gomito. Non è un’offesa pensare di utilizzare con più profitto un patrimonio naturale che giace inerte, ma a quanto pare nessuno ha visto nel turismo l’occasione per rilanciare l’economia che resta basata sul lavoro statale o sul sussidio di disoccupazione. L’Algarve portoghese, l’Andalusia spagnola, la Grecia delle isole ventose, la Turchia dei fichi secchi hanno cambiato faccia e si sono affrancata dall’antica grande miseria.

Il nostro Sud è rimasto quello sonnacchioso e arcaico di Guido Dorso e Pasquale Saraceno che idee migliori di quelle Tremonti non ne hanno mai partorite. Saraceno, come idea fondamentale, era rimasto alla Cassa del Mezzogiorno e oltre non era andato. Gramsci, parlandone da vivo, predicava la riforma agraria come la panacea di tutti i mali. Fortunato invece non si faceva molte illusione sulla volontà di rinascita del popolo meridionale; anzi vedeva in esso la ripetizione di un antico cliché di rinuncia e di abitudini parassitarie. Raccontava che negli anni Venti un ex ferroviere venne cacciato dal sindacato fascista di Melfi perché faceva viaggiare gratis i compaesani da Foggia a Melfi. Si scoprì che nel Meridione era prassi corrente per chiunque indossasse una divisa fare simili favori a parenti e compari.

Se fosse servito, senza scandalizzarsene, oltre che le spiagge deserte, e a costo di svuotare il Sud, Fortunato avrebbe venduto anche qualche carrettata di notabili i quali fin dai tempo di re Bomba lasciavano che la terra andasse in malora e trascorrevano il tempo al circolo dei nobili come si addiceva ai “galantuomini” e ai “cappeddi”. Il cappello al Sud era un segno di distinzione e di classe. I “cafoni” portavano il berretto a cencio e le pezze nel didietro.

Ma nessuno si scandalizzava. Purchè le spiagge restassero a disposizione dei granchi e delle maree. Sulle spiagge libere, frequentate dalla
plebe, i “signori” non mettevano piede. Stavano sdraiati con le panze gonfie negli stabilimenti balneari esclusivi. La sera le spiagge del demanio si svuotavano e restavano mucchi di bucce di cocomero, rifiuti di abbuffate paurose, mentre i bambini facevano il bagno con il salvagente fatto con le gomme dei camion. Nemmeno l’ombra d’un turista, perfino i tedeschi, che trovi sempre dappertutto in guerra e in pace, stavano alla larga da quel Sud abbandonato e ricco solo di spiagge inutilmente libere.

Sul lago di Como, mi pare, un piccolo comune anni fa ha venduto la spiaggia all’attore Clooney che ne aveva fatto richiesta per farne una sua Hollywood personale. C’è stata qualche contestazione ma nessuno si è sentito ferito nell’onore. Agli americani potresti vendere anche una soffitta pidocchiosa se gli dici che c’è passato Giulio Cesare. A Milano un portinaio meridionale voleva vendere una cantina dello stabile. S’è scoperto che non era sua. «A quando la vendita del Colosseo?», s’è chiesto un cesellatore della lingua come Antonio Di Pietro, che agli imputati diceva: «Non ho più domande da chiederle». Per conto mio venderei anche la Fontana di Trevi, ma mi accorgo che ci aveva già pensato Totò.

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    NO..!
    In italia si commemorano, si ricordano e si festeggiano solo fatti italiani.
    E adesso che Erdo’ libera un frakax di delinquenti, secondo logica, ndo andranno..?
    RINFORZARE GLI ORMEGGI, CARI PRESUNTI PATRIOTI..!!!

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