La Turchia gioca col fuoco, nicchiando con la Jihad

di REDAZIONE

”A forza di giocare con il fuoco la Turchia finira’ col bruciarsi” avverte su Hurriyet l’analista Semih Idiz. Ed e’ solo uno dei commentatori turchi che in questi giorni esprimono perplessita’ per gli atteggiamenti ambigui sul jihadismo attribuiti al governo di Ankara: schierato senza riserve al fianco dei ribelli anti-Assad in Siria, incluse le milizie integraliste, ma vicino a forze islamico-radicali anche altrove. Una sorta di applicazione elastica del principio ”i nemici dei miei nemici sono miei amici”.

Hanno suscitato reazioni critiche in particolare alcune dichiarazioni dell’ambasciatore in Ciad Ahmet Kavas, un professore di teologia islamica vicino al capo della diplomazia Ahmet Davutoglu, dopo l’intervento militare francese in Mali contro i ‘terroristi’ jihadisti. ”Al Qaida e’ diversa dal terrore” ha scritto su twitter. Si puo’ ritenere, commenta ora Idiz, che ”abbiamo un ambasciatore simpatizzante di Al Qaida”, considerata ”non una organizzazione terroristica ma un gruppo impegnato in una legittima jihad contro gli infedeli”.

Kavas si e’ opposto all’intervento di Parigi: ”la parole terrore, ha twittato, e’ francese, non puo’ essere opera di musulmani”. E, riferisce Taraf, ha ribattezzato la Francia ”Al Uranyumi”, cioe’ paese interessato solo all’ uranio del Mali. L’ambasciatore non e’ stato richiamato, ma ha smesso di twittare. Ankara pero’ e’ stata il solo alleato di Parigi nella Nato a non appoggiare l’intervento in Mali. Negli ultimi giorni lo stesso Davutoglu, ministro degli esteri del premier islamico sunnita Recep Tayyip Erdogan, ha spiegato che ”Jihad non significa terrorismo”: l’associazione fra i due concetti, ha chiarito, e’ dovuta ai ‘neocon’ Usa e alla lobby pro-Israele. Zaman riferisce inoltre che Ankara ha espresso scontento con Washington dopo che gli Usa hanno iscritto sulla lista nera del terrorismo internazionale il Fronte al-Nusra, il gruppo integralista vicino ad Al Qaida oggi punta di lancia della ribellione anti-Assad in Siria. Uno scontento comunicato all’amministrazione Obama, secondo il quotidiano, dal sottosegretario agli esteri Feridun Sinirlioglu. ”La visione religiosa e ideologica del mondo da parte del partito Akp (di Erdogan) sta creando tensioni nelle sue relazioni con l’Occidente”, rileva su Hurriyet Barcin Inanc, e divergenze sulla strategia in Siria con gli Usa.

Diverse capitali occidentali temono ora di vedere la Siria cadere, almeno in parte, nella mani di gruppi estremisti e come e’ successo in Libia un possibile effetto boomerang in un dopo Assad. Damasco e i curdi siriani accusano Ankara di aiutare i gruppi jihadisti. Secondo Inanc ”bruciando tutti i ponti” con l’ex-amico Bashar al Assad e appoggiando ”in ogni modo” l’opposizione sunnita contro il regime alawita ”la Turchia e’ percepita nel mondo come un potere che ha, sebbene involontariamente, contribuito all’esplosione della guerra civile”. E le stragi di civili da parte dei jihadisti in Siria tolgono peso, spiega, all’argomento principale addotto da Erdogan per giustificare l’appoggio ai ribelli: ”Non possiamo restare indifferenti mentre civili innocenti sono uccisi”.


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