VIGNETTE SU MAOMETTO: STUDENTI TUNISINI CONDANNATI A 7 ANNI

di SALVATORE

Sette anni di detenzione. Più o meno quanti, nel civilissimo occidente, potrebbe scontarne uno stupratore o un omicida con tutte le attenuanti del caso. In Tunisia, paese che ha conosciuto da poco i concitati giorni della cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, due studenti trascorreranno esattamente questo lungo periodo nelle patrie e, a quanto pare non particolarmente ospitali, galere.

Il motivo scatenante di tanto rigore giudiziario nei confronti di questi giovanissimi che si autoproclamavano, con un pizzico di incosciente spavalderia “atei liberi pensatori”? Semplice: l’aver “attentato alla morale, diffamato e perturbato l’ordine pubblico” secondo un portavoce del Ministero della Giustizia tunisino. Un sì grande oltraggio è stato perpetrato dai due a mezzo Facebook ed è consistito nell’aver pubblicato delle vignette aventi per protagonista il profeta Maometto rappresentato in costumi succinti. La laicità dello stato, imposta con le buone (ed anche con le cattive) dal padre della patria Bourghiba e confermata dal poco amato successore Ben Alì, sembra essere dunque giunta al capolinea. Da quando il partito islamista “moderato” Ennadha ha conquistato la maggioranza dei seggi nell’Assemblea Costituente e la guida della coalizione di governo provvisorio una sequela di segnali inquietanti, primo fra tutti la tolleranza verso le intemperanze non solo verbali di salafiti e compagnia salmodiante, ha messo in agitazione le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Le stesse, bisogna aggiungere per completezza, che si mobilitavano contro le scandalose ruberie e le violazioni del regime precedente. Ma se lo stato, come quasi ovunque nel mondo, rappresenta l’incarnazione della barbarie appena temperata dalla legge, da queste parti bisogna fare i conti anche con il comunitarismo totalitario della società che rifiuta qualsiasi compromesso con la modernità esorcizzata alla stregua di un pericoloso demone corruttore. E sappiamo che in molti casi non ci si limita a semplici condanne amministrative o penali ma si esige un tributo di sangue esatto con terrificante precisione.

Nonostante la monoliticità dell’islam integralista abbia, fortunatamente, palesato alcune crepe grazie alla penetrazione dell’alfabetizzazione informatica e dei social networks bisogna ammettere che il confronto con la voce dell’odio istituzionalizzato è ancora assai impari e che le flebili voci di libertà diffusesi qua e là a mo’ di spore possono essere facilmente soffocate dai detentori reali del potere, siano essi eletti o meno. Di questo occorre avere piena contezza prima di congegnare interventi bellici umanitari o di plaudire con l’infantilismo ideologico di decenni passati alla fioritura miracolosa di una primavera araba ancora ben di là da venire.

E la storia dei malcapitati internauti tunisini ha l’amaro pregio di confermare questi dubbi, se mai, purtroppo, avessero necessità di una qualche dimostrazione.

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2 Comments

  1. lafayette says:

    Questione di punti di vista, evidentemente

  2. liugi says:

    Non confondiamo il cattivo gusto con la libertà d’espressione.
    Provocazioni di questo tipo verso qualsiasi tipo di religione tradizionale dovrebbero essere condannate anche nella mollacciosa Europa. Certo, non con 7 anni di carcere. Mi pare un po’ eccessivo.

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