Lombardia, il grande caos delle firme false del milanese Podestà

di DANIELE VITTORIO COMERO

La notizia è di quelle che fanno rumore: l’ex-coordinatore lombardo del PDL, Guido Podestà, è stato tirato dentro nel vortice giudiziario scoppiato a Milano sulle elezioni regionali del 2010. Alcuni giornali fanno capire che forse gli è stata servita una carta pericolosa: la donna di picche. Il fatto è che il 12 ottobre prossimo dovrà presentarsi davanti al gup Stefania Donadeo per l’udienza preliminare, vista la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore Alfredo Robledo al termine di una lunga e meticolosa  indagine, che ha dimostrato come una quota delle firme necessarie per la presentazione delle candidature alle elezioni regionali del 2010 fossero false.

I Radicali hanno fatto una battaglia di principio degna di rispetto, che ha già ottenuto il suo maggiore risultato, dimostrando che la conduzione del procedimento elettorale in Italia non va bene (in più hanno avuto la soddisfazione di cogliere in fallo gli avversari del centro-destra). Non hanno ragione quando sostengono, con la sinistra, che le elezioni regionali del 2010 siano da rifare, se venisse dimostrato che il numero delle firme di sottoscrizione della lista regionale sono insufficienti. Mi spiego meglio: è vero che ci vogliono le firme in una certa misura, prevista da una legge del 1995, però la quantità è stata abolita nel 2005, come ho detto subito in quei giorni con dei rapporti riservati, interamente riportati nel libro Stella e Corona, scritto con Giorgio Galli (Solfanelli Editore, II Edizione, 2012).

Il caso di Milano è quello che ha poi spinto Berlusconi a fare il decreto salvaliste, che non è servito a nulla, con il rammarico che se mi avessero dato retta, come nell’altro episodio di Roma, si sarebbe potuto risparmiare una montagna di polemiche e tante astensioni di elettori infastiditi dalle diatribe. Prima di scendere nel dettaglio sono opportune alcune considerazioni sull’intera vicenda, come appare dai giornali:

–  L’impianto accusatorio è sostenuto principalmente da una dipendente della sede del PDL, già Forza Italia, di viale Monza, a Milano (forse, per salvare se stessa, o altri sodali?) che aveva ufficialmente il compito di mettere insieme i documenti per presentare la lista in Tribunale, sotto il controllo di altri funzionari e politici ;

– Le firme apocrife sono state fatte per raggiungere quella quota che loro pensavano fosse necessaria per presentare la lista regionale, con la fretta che il giorno successivo scadevano i termini, giustificato dall’inserimento in ultimo dell’igienista dentale Nicole Minetti;

– Gli inquirenti però hanno trovato firme apocrife anche nell’elenco per la lista provinciale PDL, composta dalla stessa persona, dove non c’era il problema Minetti o di  inserimenti di candidati all’ultimo minuto.

Se il difetto è in tutte le liste, vuol dire che è la fabbrica che produce in quel modo, infatti i certificati elettorali delle persone da “clonare” erano già stati richiesti per tempo e pronti sul tavolo per fare la maldestra operazione, come fosse una operazione di routine. Sono evidenti incongruenze, che di fatto annullano la chiamata in correo su Podestà per il listino regionale.

Ora, dopo più di due anni, la vicenda lungi dall’esaurirsi, sta proseguendo a pieno ritmo su vari piani legali. Se i Radicali avessero raccolto firme sufficienti per le loro liste, avrebbero partecipato alle elezioni regionali del marzo 2010 e tutti, come al solito, avrebbero chiuso non due, ma quattro occhi. Non è andata così, le firme di sottoscrizione al listino “Formigoni” sono diventate un tormentone giudiziario inestricabile, che si è aggirato nelle aule, penali, civili, amministrative e della Corte Costituzionale. Anche la Corte è stata investita della questione dal Consiglio di Stato, per l’accertamento della falsità delle firme da parte del giudice amministrativo, oggi impossibilitato a disporre perizie al riguardo, ed ha confermato che la falsità dell’atto può essere accertata solo dal giudice civile. Dopo la sentenza la Procura della Repubblica di Milano ha concluso le indagini, contestando la falsità di circa 600 delle 3.800 firme dei presentatori del listino  “Formigoni”, più altre 300 firme per la lista provinciale del PDL, con la richiesta di rinvio a giudizio di una quindicina di esponenti politici e amministrativi del PDL che hanno autenticato e maneggiato le firme. Un dispiegamento di forze giudiziarie ingente, per dimostrare quello che i politici sanno bene da tanti anni: il sistema delle firme è una finzione da superare con un metodo più adatto ai tempi.

Gli inquirenti hanno verificato tanti casi, chiamando direttamente i presunti firmatari, con l’idea che le operazioni fossero state “orchestrate”, che ci fosse stata una mente che avesse organizzato il tutto. Tesi scontata, visto che i passaggi sono avvenuti interamente presso la sede milanese di viale Monza, è lì che vanno ricercate le responsabilità dirette. Gira voce nel sottobosco politico, che i Radicali siano andati a colpo sicuro a spulciare tra le sottoscrizioni, dopo che la domenica sera sono stati estromessi dalla commissione centrale, imbeccati da un’altra “donna di picche”, una persona che frequentava la sede del PDL. Comunque sia, ora ha poca importanza, chi doveva organizzare la parte elettorale e la raccolta firme lo ha fatto in malo modo, forse perché preso da altri interessi. Quali? Una traccia è data dalla gestione della composizione del famoso listino bloccato, di sedici nomi, suddivisi in due elenchi da otto, per capire chi avesse voce in capitolo nella ex sede di FI.

I primi otto sono quelli che entrano sicuramente in caso di vittoria, i secondi solo se si verificano certe condizioni. In quel periodo avevo fatto diverse simulazioni sulla modalità di elezione del consiglio regionale, note al PDL e alla Lega, dalle quali emergeva che sarebbero passati quasi certamente solo i primi otto. Così, la stesura del listino avrebbe dovuto comprendere un’equa ripartizione dei posti tra PDL e Lega anche nei primi otto, cosa che non è avvenuta.

Risultato finale: la Lega con il 26,2% ha solo 20 seggi, mentre il PD, che ha perso le elezioni, con 22,9% ha 21 seggi. Un palese controsenso logico, per il fatto che la prima parte del listino è risultata composta da 6 candidati del PDL e solo 2 della Lega (nel 2010, PDL 31,8%, Lega  26,2%). Alcuni dei candidati in quota PDL sono praticamente sconosciuti, anche al mondo politico, per cui qualcosa deve essere successo nelle stanze della sede di viale Monza, per redigere un listino così poco rappresentativo e rispettoso dei rapporti tra alleati. Forse un assalto al posto prestigioso, prendendo spazio nella zona sicura, a spese di altri che non erano a conoscenza del rischio di non elezione, nella seconda parte del listino. Un evidente utilizzo improprio della fiducia accordata, dai leader politici della coalizione di centro destra (Berlusconi, Formigoni e Podestà per il Pdl, Bossi e Giorgetti per la Lega), a chi gestiva direttamente le operazioni elettorali in sede.

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One Comment

  1. oskar54 says:

    non ho capito il senso dell’articolo. hanno fatto bene a falsificare le firme?

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