IL MOTTO DI TREMONTI: SOCIALIZZARE LE PERDITE ED EUROBOND

di MATTEO CORSINI

“Fare un grande piano di opere pubbliche che in Europa si chiama eurobond è la stessa politica fatta dal presidente statunitense Roosevelt lo scorso secolo dopo la grande crisi del ’29. Si fecero leggi che vietavano alle banche di speculare, furono vietati i derivati e si fece un grande piano di opere pubbliche inteso come bene comune e non profitto individuale e basta.” (G. Tremonti)

Così parlò Giulio Tremonti all’ennesima presentazione della sua ultima fatica letteraria, dal titolo “Uscita di sicurezza”. Con la parola magica “eurobond”, Tremonti crede probabilmente che tutti i problemi dell’Eurozona, e in particolare dei suoi membri dai bilanci più sgangherati, possano essere risolti. In sostanza, vorrebbe che valesse per gli Stati qualcosa di totalmente opposto a quello che vorrebbe per le banche. Tremonti, infatti, vorrebbe imporre regole rigide e divieti alle banche per evitare che queste beneficino dei profitti, ma socializzino le perdite, qualora le speculazioni andassero male. Sul fatto che ogni soggetto debba essere responsabile delle proprie azioni e, pertanto, debba beneficiare degli utili e sopportare le perdite che da tali azioni conseguono, sono pienamente d’accordo. E’ una condizione fondamentale affinché il mercato funzioni correttamente e non si diffonda l’azzardo morale. Oltre tutto, ogni socializzazione di perdite comporta la violazione della proprietà dei cosiddetti contribuenti.

Ma se il principio della socializzazione delle perdite è deleterio quando applicato alle banche o ad altre imprese, non vedo per quale motivo non dovrebbe esserlo nel caso degli Stati. Finanziare le opere pubbliche con gli eurobond, non sarebbe altro che una forma di socializzazione del debito e dei relativi oneri. Qualcuno in Europa ne trarrebbe beneficio, qualcun altro ne sarebbe danneggiato. Certamente l’Italia ne avrebbe un beneficio, ma è lecito supporre che per la Germania il costo del debito salirebbe dai livelli (tra l’altro ridicolmente bassi) attuali.

Aldilà, poi, della retorica del bene comune contrapposto al “profitto individuale e basta”, non è affatto pacifico che una politica in stile New Deal rooseveltiano sia auspicabile per l’Europa del 2012. Già all’epoca non fu in grado di risollevare gli Stati Uniti, peggiorando però i conti pubblici. Perché dovrebbe funzionare oggi, in un’Europa già carica di debito pubblico molto più degli Stati Uniti ottant’anni fa? Tutto ciò detto, non si può non constatare che Tremonti usava già toni statalisti quando era ancora ministro del’Economia in un governo che si autodefiniva liberale; ma non così apertamente socialisti. Ciò nondimeno, i sostenitori del libero mercato hanno sempre saputo che l’etichetta di liberale (o, a seconda dei casi, liberista) appiccicata a Tremonti era del tutto fuori luogo. Adesso, però, parla come un Hollande qualsiasi, e viene da chiedersi se voglia contendere il ruolo di responsabile economico del Pd a Stefano Fassina.

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2 Comments

  1. Rosanna says:

    Tremonti ha anche detto (vedi intervista dall’Annunziata) che ora ci vuole la rivolta e prima viene, meglio e’. Adesso non si tratta piu’ di scegliere tra destra e sinistra ma tra schiavitu’ e liberta’

  2. Marco Mercanzin says:

    ……ma invece adesso che stiamo socializzando le scorrerie del sistema finanziari/bancario va tutto bene vero ???

    No a statalismo e no alle banche che mescolano il commerciale con il finanziario.

    E sopratutto viva i giornalisti obbiettivi e liberi.

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