DAL TRATTATO DI MAASTRICHT A QUELLO DI NIZZA

di ALBERTO LEMBO

 Il “Trattato sull’Unione europea”, più conosciuto sotto il nome di “Trattato di Maastricht“ (firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1° novembre 1993), che seguiva le prime elezioni del Parlamento Europeo (1979), l’istituzione del Sistema Monetario Europeo e la sottoscrizione dell’”Atto unico europeo”, affermava la volontà degli Stati membri di procedere verso forme più strette di collaborazione politica ed economica. Il testo rappresentava la prima significativa modifica delle istituzioni della “Comunità Europea” istituita con il “Trattato di Roma” del 1957. Non si trattava, però, solo di un documento, come il successivo “Trattato di Amsterdam”, modificativo del precedente, il cui valore era ristretto al confini dell’Unione Europea, perchè la quasi totalità degli Stati dell’Unione erano anche membri della N.A.T.O. e, in quanto tali, avevano sottoscritto la “Dichiarazione di Washington” (24 aprile 1999) che rilanciava forme più strette di collaborazione, e di vincoli, per “aiutare a costruire un’Europa globale e libera” perchè “i destini del Nord America e dell’Europa rimangono inseparabili”…

Nel 2000, per l’esattezza il 14 novembre, il Parlamento Europeo approvò a larghissima maggioranza  un documento chiamato “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” in linea con i contenuti e le direttive della “Dichiarazione di Washington”. Era, sotto il profilo giuridico, un documento programmatico ancora non vincolante per i singoli Stati ma di forte indirizzo politico per interventi futuri, un “Cavallo di Troia” entro cui si nascondevano insidie da far uscire al momento opportuno, anche perché sotto l’egida della libertà relativizzava valori e particolarità in nome del “politicamente corretto”.

Dopo l’introduzione dell’Euro (di cui molti celebrano il decimo anniversario proprio in questi giorni) le forze che guidavano l’operazione di unione forzata degli Stati e dei popoli europei giocarono la carta dell’imposizione di una cornice vincolante comune che uniformasse anche la legislazione degli Stati a rigide direttive unitarie.

Il passo successivo fu il “Trattato di Nizza” ovvero la stesura della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Dopo questo passaggio, partendo proprio da quanto contenuto nella “Carta”  la CommissioneEuropeadiede vita ad un gruppo di lavoro chiamato “Convenzione Europea” che tra il 2002 e il 2003 elaborò un mostruoso complesso di 448 articoli espressi in 63.000 parole chiamato “Trattato Costituzionale Europeo” da adottarsi da parte degli Stati entro la data del 1° novembre 2006. Questo sotto il profilo operativo. Nel merito, il testo adottato dalla “Convenzione” affermava apertamente che “La Costituzione e il diritto adottato dalle Istituzioni dell’Unione nell’esercizio delle competenze a questa attribuite prevalgono sul diritto degli Stati membri”. Era un affondo di devastante portata perché, presentato in molti Stati sotto la veste di Trattato e quindi non emendabile in sede di conversione, sarebbe entrato nell’ordinamento dei singoli Stati aderenti sovrapponendosi ai sistemi normativi nazionali. Nel caso dell’Italia l’adozione dei princìpi del Trattato avrebbe costituito surrettiziamente una modifica costituzionale elusiva delle procedure previste dall’art. 138 della Costituzione. Il Trattato, infatti, introduceva la figura della “Legge europea”,  atto legislativo di portata generale, obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile all’interno degli ordinamenti degli Stati membri. La “Clausola di salvaguardia” prevista dall’art. 113 dichiarava che il Trattato non poteva autorizzare deroghe, depotenziamento o regressione nei diritti rispetto a quanto sancito dalle costituzioni nazionali ma nulla diceva su possibili “allargamenti” dei diritti, introducendo nuove figure o norme che avrebbero, di fatto, compresso i diritti originariamente garantiti.

Il testo fu sottoposto all’esame dei Parlamenti nazionali e, in alcuni casi, al voto diretto del corpo elettorale. Tutti i Parlamenti approvarono ma il referendum indetto in Francia e nei Paesi Bassi vide il corpo elettorale esprimersi in senso negativo, bocciando la proposta in quanto la stessa, per entrare in vigore, aveva bisogno di un responso favorevole da parte degli organi di tutti gli Stati partecipanti all’Unione.

La “toppa” a questo non previsto “strappo” apportato al progetto costituzionale fu il “Trattato di Lisbona”, in vigore in tutti gli Stati dell’Unione dal 1° dicembre 2009, che recepiva con potere vincolante i contenuti del Trattato di Nizza e della “Carta dei diritti”.

Va detto, anticipando ulteriori approfondimenti, che tutto questo è avvenuto in un contesto in cui  una serie di sentenze della Corte Costituzionale ha chiaramente espresso l’avviso che l’ordinamento italiano non consente che la prevalenza del diritto comunitario possa giungere ad intaccare i “princìpi fondamentali” dell’ordinamento costituzionale e dei “diritti inalienabili della persona umana”, così come individuati e tutelati dalla Carta costituzionale italiana.

 

 

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