Tra federalismo, secessione e piccole patrie

di ENZO TRENTIN

Dalla drammatica ondata degli spostamenti di grandi masse verso l’Europa sottoposta a una costante pressione sulle sue frontiere più aperte come quelle italiane, si capisce agevolmente come sia divenuto assolutamente centrale la questione dei poteri locali e della cittadinanza: di chi possa dirsi tale e di chi debba e possa in definitiva decidere i problemi quotidiani che più investono la vita del cittadino. Devono essere dei nostri rappresentanti lontani, concentrati in «Roma ladrona», cui è stata conferita una delega sostanzialmente in bianco, o non dovranno essere piuttosto dei politici cittadini come noi, che operino localmente, sotto il nostro controllo quotidiano? E anche laddove territori come il Veneto o la Lombardia (o altri che vi aspirano) arrivassero all’indipendenza, come risolveranno il problema testé esposto? Affidandoci ancora alla cosiddetta “rappresentanza”? Perciò anche il problema della città e della cittadinanza, già aperto sul piano storiografico, ha ripreso consistenza e attualità, mentre si profila come soluzione possibile quella del potere locale: come dare un nuovo ruolo e più penetranti poteri alle città nel più ampio e ridisegnato contesto?

Il federalismo di aeree geografiche e/o di città-Stato, è di conseguenza balzato all’attenzione pubblica come mai prima, anche perché si parla di modelli concreti esistenti e funzionanti all’estero come Amburgo e Berlino (ad esempio), oltreché dei tradizionali cantoni svizzeri, a volte basati ancora sulla democrazia assembleare diretta (Landesgemeinde), o dei tradizionali «Stati» americani nati dalle colonie inglesi. Questi esempi non vengono più sentiti oggi (ce lo dice la fortuna di Tocqueville, ad esempio) come relitti del passato, ma come modelli possibili di organizzazione del potere nel presente: è la via, cioè, della grande responsabilità assegnata alla classe dirigente locale e alla cittadinanza che la esprime.

Osserviamo, allora, per sommi capi come nasce la civiltà Comunale. Il Comune è una forma di governo locale che interessò in età medievale vaste aree dell’Europa occidentale ma che ebbe origine in Italia centro-settentrionale attorno all’XI secolo, sviluppandosi, poco dopo, anche in alcune regioni della Germania centro-meridionale e nelle Fiandre. Si diffuse successivamente (in particolare fra la seconda metà del XII e il XIV secolo) con forme e modalità diverse anche in Francia, Inghilterra e nella penisola iberica. In Italia, culla della civiltà comunale, il fenomeno andò esaurendosi fin dagli ultimi decenni del XIII secolo e la prima metà del secolo successivo, con la modificazione degli equilibri politici interni, con l’affermazione sociale di nuovi ceti e con la sperimentazione di nuove esperienze di governo (signoria cittadina, come prosecuzione del fenomeno podestarile che tratteremo in futuro). In Italia, quanto meno dal punto di vista teorico, le città erano sottoposte all’autorità suprema dell’imperatore: questo è il punto di partenza per comprendere la dinamica storica che accompagnò lo sviluppo del Comune in Italia e le lotte che esso dovette sostenere per affermarsi.

Una di tali lotte fu indirettamente originata da Ottóne di Frisinga. Costui nel 1138 divenne vescovo di Frisinga; partecipò alla crociata con l’imperatore Corrado III (1147-49) e accompagnò poi Federico Barbarossa, di cui era lo zio, nella sua prima discesa in Italia. Meglio conosciuta è l’opera di Ottone “Gesta Friderici imperatoris” (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Inoltre, la sorella di Ottone, Giuditta, era andata in sposa al marchese Guglielmo V del Monferrato. Ottone era quindi imparentato con le più potenti famiglie della Germania e dell’Italia del nord.

Contestualmente bisogna tener presente che sin dagli albori della storia la società dell’uomo era stata dominata da un principio politico indiscusso e indiscutibile, addirittura sacro: nessuna comunità poteva nascere, sopravvivere e crescere senza che un monarca la reggesse, ovviamente per diritto divino. E allora, ai fini della nostra trattazione, arriviamo ad un giorno del 1143 in cui Otto von Freising, ossia Ottone di Frisinga, durante un viaggio scoprì – assai scandalizzato, ci dice il professor Quentin Skinner di Cambridge – che quel sacro principio in Italia era stato violato. Nel nord della Penisola infatti le città si governavano da sole.

Era successo che lì, intorno all’anno Mille e per la prima volta nella storia allora nota, i sudditi si erano ribellati alla signoria, ad ogni forma di signoria laica o religiosa che fosse, e si erano trasformati in cittadini e costituiti in libero comune, privando per maggiore cautela, soprattutto in Toscana, la nobiltà di ogni diritto politico attivo e passivo (Mauro Aurigi in “il Palio o delle libertà” ci ricorda che Siena fu la più rigorosa di ogni altra città sotto questo aspetto, e la norma rimase in vigore fino alla caduta della Repubblica nel 1555). Non c’era più una plebe, ma un popolo capace di provare sentimenti nuovi e straordinari come l’amore per la città-patria, la fierezza di sentirsene cittadino pari a tutti gli altri e di sentirsene nel contempo, sempre insieme agli altri, padrone. Si trattava, in sintesi, dell’orgoglio civico e di tutto il resto che oggi va sotto il nome di capitale sociale: il civismo, i pari diritti, la fiducia e il rispetto reciproci, la solidarietà, la cooperazione, tutto quello insomma che ancora, dopo quasi mille anni, distingue il nord dell’Italia da un sud a cui quell’aspirazione fu negata, talvolta soffocandola nel sangue. È questo spirito e non altro che sta alla base della vittoria sul Barbarossa nella battaglia di Legnano avvenuta il 29 maggio 1176, ad opera della Lega Lombarda formata da Milano, Ferrara, Piacenza e Parma, e dal 1º dicembre 1167 allargata tramite l’alleanza con la Lega Veronese ed altri Comuni, che portò nella Lega ben 26 (in seguito 30) città della pianura padana (che allora poteva essere definita ‘Lombardia’ nella sua totalità), tra cui Crema, Cremona, Mantova, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Genova, Bologna, Padova, Modena, Reggio nell’Emilia, Treviso, Venezia, Vercelli, Vicenza, Verona, Lodi.

Insomma quei cittadini erano animati da uno speciale spirito: combattevano per la libertà che essi stessi avevano determinato a statuire. Lo stesso spirito che in tempi recenti portò alla cacciata dei colonialisti francesi dall’Algeria il 19 marzo 1962, o alla evacuazione dai tetti di Saigon dei soldati USA il 30 aprile 1975. I liberi cittadini si autodeterminano. Nella cultura costituzionale di queste città infatti c’è la piena adozione del principio maggioritario per le votazioni assembleari, divergente dalla massima politica che proprio allora, traendo da un passo del Digesto di Giustiniano, sanciva che «quel che tocca tutti da tutti deve essere approvato» (quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet), il famoso principio passato anche nell’Oculus pastoralis, divenuto fondamento precipuo del parlamentarismo medievale per ceti. Infatti, come scrive Mario Ascheri (Le città-Stato – ed. Il Mulino – 2006): «Nel turbinio dei conflitti tra impero e papato, i vescovi potevano essere imposti dall’esterno, e addirittura essere degli stranieri diretti rappresentanti d’un re tedesco.» Si ricorda sempre, a questo proposito, il luminoso esempio di Raterio, cacciato dai cittadini di Verona. In questa città, da sempre su un nodo viario assolutamente fondamentale, i cittadini arrivarono al punto di combattere per le piazze con tanto di caduti contro i Teutonici, com’è ben certo per il 996.

«I cittadini» prosegue Mario Ascheri «si dotano quindi di […]  statuti come raccolte di regole complessive del diritto cittadino, perché la città per garantirsi doveva predisporre un programma di governo quanto più esaustivo e preciso, facendo tesoro degli errori maturati, oltreché riunire in un unico testo per comodità di giudici e litiganti le normative di diritto sostanziale e processuale divenute tradizionali. Negli statuti rimaneva per lo più ferma la parte ormai tradizionale, di diritto privato, penale e processuale, ma aggiornava alle mutate esigenze la parte che oggi diremmo politica, costituzionale e amministrativa – con tanto di impegni precisi in tema di accordi diplomatici, di lavori pubblici, di esazione fiscale e così via. […] La revisione annuale dello statuto divenne quindi un momento alto e delicato della politica in città, perché una commissione incaricata, di solito mista di «politici» e di giuristi e notai per assicurare veste tecnico-giuridica alle scelte politiche, doveva dare una valutazione complessiva, dei problemi emersi in passato e prospettare i contenuti di un vero programma di lavoro […] Conoscere i personaggi membri di quelle commissioni – purtroppo raramente conservati per la mancanza di registri comunali amministrativi preservati almeno fin verso la metà del Duecento – vorrebbe dire poter identificare il nucleo ristretto del ceto dirigente.»

Sono temi o dimenticati o ignoti al pubblico più vasto, pur tempestato di parole sul federalismo, l’autonomia, l’autodeterminazione, l’indipendenza, la secessione. Temi che dobbiamo invece recuperare – unitamente allo spirito civico di cui sopra s’è detto – in questa sede vedendone le lontane origini prettamente medievali e tipicamente italiane con alcune implicazioni per il dibattito culturale ed istituzionale attuale, facendone pertanto oggetto di un esame tanto colto quanto serenamente propositivo.

Print Friendly

Related Posts

15 Comments

  1. giancarlo says:

    Se guadiamo quali sono gli stati che funzionano meglio, guarda caso sono solo quelli federali.
    Vedi U.S.A.- SVIZZERA- GERMANIA- ETC.. quindi si deduce che più vicine sono le istituzioni ai cittadini e più la collaborazione tra stato e cittadini funziona.
    Al contrario gli stati unitari, centralisti sono delle vere catastrofi.
    Forse che i politici italiani non lo sanno ? Lo sanno, ma preferiscono tenerci stretti a roma così possono fare i cavoli loro senza cittadini troppo vicini che controllano l’operato.
    L’indipendenza dall’italia resta l’unica opzione per il Veneto e se lo vorranno le città ed i territori dell’ex Repubblica Veneta della Serenissima.
    Di autonomia non ne voglio sentir parlare perché è la solita fregatura italiota.
    Cosa ce ne facciamo dell’autonomia se dipenderemo ancora da roma, come sempre ???
    Chi non capisce questa semplice cosa o è ” corto di cervello “o è in male fede.
    WSM

  2. maurizio says:

    ogni regione in italia deve essere autonoma. come le 5 regioni a statuto speciale..soll cosi possiamo salvarci!

    • Eugenio says:

      Maurizio L’AUTONOMIA è una cosa L’indipendenza è un’altra…cerca di capire la differenza..

      • Ultimi Veri Venexiani says:

        Il problema vero è che in Italia le Regioni non corrispondono nei loro confini a dei Popoli come doveva essere ed è questo assunto il vero responsabile dell’inconciliabilità nazionale. I confini di ogni Regione Sovrana dovrebbero rappresentare un Popolo italico”. Poi se la maggioranza dei Popoli italici lo vorrebbero ben venga una Confederazione con un governo federale che gestisca pochissime cose: difesa’ grandi infrastrutture’ ricerca, ecc. Basta Stati centralisti, nazionalisti, fomentatori di guerre fratricide secolari europee.

  3. Giorgio da Casteo says:

    In questo lucido resoconto storico i Veneti dei Presidi ritrovano le basi del sentirsi, individualmente e come popolo, mai sottomessi.
    A qualsiasi costo la liberta’ e l’indipendenza ce la riprenderemo
    La schiavitu’ non sara’ mai una “cosa nostra”. Non ci appartiene !
    WSM

  4. alessandro says:

    Gentile Trentin, leggo sempre volentieri i suoi interessanti articoli. Il suo discorso verte, se non ho capito male, sulla necessità di recuperare le MOTIVAZIONI che conducono un popolo alla capacità di costruire forme efficaci ed autenticamente democratiche di governo. Puntuale il richiamo alla Padania del XI e XII secolo. Si dovrà notare però che le trasformazioni tecnologiche, che quasi mai nelle discussioni intorno alla scienza della politica costituiscono variabili adeguatamente considerate, è probabile che incidano in modo determinante nelle dinamiche dell’azione sociale, se non altro in termini di OPPORTUNITA’. E quindi anche nel governo della società.

  5. Eugenio says:

    Personalmente sono contro le CItta’ Stato,e contro il federalismo nella penisola italica,la Svizzera mi sembra un caso Unico ,Invece gli U.S.A sono diversi stati (e non sono piccoli) che fin dall’inizio si sono Uniti) Noi Veneti un Modello di Stato c’è l’abbiamo è la Nostra Serenissima Republica ,che non era Federalista .Per quanto riguarda i Lombardi (parlo dei veri lombardi) sono diventati una Minoranza nella loro Terra,Grazie ai loro Industriali che hanno portato qua’ gente da ogni parte d’Itaglia ,e ultimamente extracomuninati ,Quindi una INDIPENDENZA non l’Avranno MAI ,Si dovranno accontentare se va bene di un Federalismi Fiscale .Insomma ki comanda in Lombardia Non sono certo i Lombardi ,ma le varie Cosche del SUD,se proprio Insistono per una Indipendenza si facciano dare una Riserva come gli Indiani D’America..

  6. Eugenio says:

    Personalmente sono Contro le Citta’ Stato,o il Federalismo specie quello Italiano..la Svizzera è un caso particolare,e se guardiamo gli U.S.A. li è un territorio grande come l’Europa in cui i vari Stati ,che non sono piccoli si sono Uniti ,ma li è sucesso fin dall’inizio ,insomma un’altra storia .Noi Veneti ,un Modello di Stato c’è l’abbiamo la nostra Gloriosa Serenissima Republica ,che non mi sembra sia Mai stata Federalista.Per quanto riguarda i Lombardi Una Indipendenza non l’avranno MAI ..Perchè sono diventati una Minoranza nella loro Terra,Grazie ai loro Industriali piu’ della meta’ della popolazione sono Itagliani (ossia dalle varie regioni del sud ,se poi aggiungiamo gli extracomunitari arrivati negli ultimi anni) Insomma in Lombardia non comandano piu i Lombardi ma le varie Cosche del SUD ,Quindi se gli va bene possono avere un po’ di Autonomia fiscale .Se invece insistono per avere una Indipendenza bisogna ke si fanno dare Una Riserva come gli Indiani d’America..

    • Comitato Ultimi Veri Venexiani says:

      La Veneta Serenissima Repubblica governó i Veneti per undici secoli; lo Stato aveva una struttura di tipo federativo e si fondava sul consenso popolare.
      Il suo territorio alla volta dell’anno Mille si estese all’Istria ed alla Dalmazia e dopo la Quarta Crociata (agli inizi del Duecento) a circa la metá dell’impero greco-bizantino.
      Nei primi due decenni del Quattrocento la Repubblica acquisí i territori delle attuali regioni del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e della Lombardia Orientale, quasi a ricalcare gli antichi confini della Venetia et Histria, la celebre X Regio descritta nel 1° secolo dopo Cristo.
      Rara esperienza repubblicana in un Europa governata da Signori feudali, si distinse per un armonioso equilibrio sociale che garantí sempre libertá e giustizia. L’ordinamento vigente nella Serenissima escluse il Diritto Romano persino come fonte giuridica integrativa; il Diritto Veneziano si caratterizzó per un’originalitá legata a consuetudini elaborate dalla societá veneta in un enorme arco di tempo. Venezia – la Capitale nata tra le lagune – irradió per secoli cultura e civiltá al mondo intero.
      In questa sezione
      ->Veneta Serenissima Repubblica – Cenni di Storia
      ->Le Istituzioni
      ->Il Diritto Veneto
      ->Napoleone Bonaparte
      ->Perasto 1797
      ->Unità di misura
      ->Dopo la Serenissima
      ->Napoleone e Venezia: le ragioni dell’odio
      ->Uniformi veneziane del 700

      Tratto da Europa Veneta

  7. Heinrich says:

    Ni.

    Innanzitutto i “liberi comuni” nascevano già prima, e la loro esistenza non era mai autonoma ed autoproclamata, un comune era tale per decreto imperiale (o pontificio se il territorio era sotto giurisdizione papale) e tutte le “città libere” ostentavano fieramente le bolle imperiali che ne sancivano lo status, perché così funziona il diritto feudale: la legalità deriva dall’Imperatore o, eventualmente, dal Papa, tutto ciò che è al di fuori della loro approvazione non ha valore. E questo stato delle cose continuerà fino all’ascesa di potenti Stati nazionali come la Francia, che riusciranno ad avere una potenza ed una autorevolezza tale da legittimare con il proprio riconoscimento atti legali indipendenti dalle legittimazioni imperiali e pontificie.

    Secondariamente il discorso degli “stranieri” non è così manicheo. Non esisteva una sola visione “nazionalista” da parte dei liberi comuni, o meglio, esisteva nei confronti dei comuni vicini, ma non nei confronti delle entità sovranazionali cui comunque rispondevano.
    Se Firenze si opponeva alle brame del Papa, chiamava a tutelarne la libertà l’Imperatore, se Milano entrava in rotta con l’Impero, chiedeva protezione e legittimazione delle proprie istanze al Papa.
    Nessuno agiva motu proprio senza la certezza di avere alle proprie spalle l’approvazione di uno dei “due soli”.
    Non serve essere storici per conoscere ciò, basta aver letto la Divina Commedia ed interpretato attraverso essa il contesto sociale che Dante descrive allegoricamente.
    Tra l’altro, spesso gli “stranieri” erano fondamentali, in quanto i comuni finivano a spaccarsi in fazioni contrapposte in lotta per il governo cittadino, e per darsi una guida super partes venivano chiamati podestà provenienti da altre città, possibilmente che non fossero limitrofe (e quindi potenzialmente nemiche), per cui non era raro trovare podestà tedeschi alla guida di comuni italiani.
    Tanto comunque, ai sensi del diritto medievale, una cosa era chiara e lampante per tutti: la sovranità legale del Sacro Romano Impero terminava, a sud, sulla linea dei territori pontifici di Romagna, Umbria e Lazio. Tutto ciò che stava al di sopra di questa linea (esclusa la laguna veneziana) era per forza di cose sotto giurisdizione imperiale (la presentazione dei fatti veronesi data da Ascheri è palesemente una interpretazione faziosa di impronta risorgimentalista, in quanto se c’era una città veneta che più di tutte si sentiva affine al mondo germanico era proprio quella scaligera, e se lotte vi furono mai esse ebbero connotati etnonazionalisti ed anti-germanici come lui dice). De iure entità indipendenti non esistevano; che poi de facto agissero spesso come tali è un altro discorso.

    Qui subentrano i fatti di Legnano e delle Leghe.
    Quella di Milano non fu tout court una “battaglia per la libertà”, nel senso che quella dei milanesi conto l’impero sarebbe paragonabile alla prima Guerra del Golfo, solo che tifando per Milano staremmo tifando per Saddam Hussein.
    Spiego. L’intervento imperiale era stato richiesto dai comuni di Como e Pavia, in quanto Milano stava espandendo la propria influenza e sottometteva, anche con aggressioni armate, i comuni vicini alla propria autorità. Questi quindi chiesero all’Imperatore di intervenire per arginare lo strapotere milanese.
    Federico Barbarossa inviò prima di tutto una ammonizione scritta, che però venne stracciata e pubblicamente dileggiata dalle autorità comunali milanesi in presenza degli stessi ambasciatori imperiali.
    Barbarossa, per punizione, revocò le regalie concesse in precedenza al comune (tra cui, ad esempio, il diritto di battere moneta ed esigere tributi), perché questi, ricordo, non erano diritti acquisiti ma concessioni che solo l’Imperatore poteva dare, ai sensi del diritto feudale.
    Praticamente Barbarossa cercò di piegare Milano come farebbe oggi l’ONU, ovvero con sanzioni economiche.
    Questo non fece altro che accelerare il precipitare degli eventi che portarono allo scontro armato.
    Con il Trattato di Costanza del 1183, dopo una guerra trascinatasi a fasi alterne per circa 25 anni, Barbarossa riconfermò ai comuni le varie concessioni in ambito amministrativo, politico e giudiziario, regalie comprese, fatte in precedenza; inoltre rinunciava alla nomina dei podestà, riconoscendo i consoli nominati dai cittadini, i quali, tuttavia, dovevano fare giuramento di fedeltà all’imperatore e ricevere da lui l’investitura.
    In cambio i Comuni si impegnavano a pagare un tributo annuo e riconoscevano la prerogativa imperiale di giudicare in appello questioni di una certa rilevanza, come ad esempio i contenziosi tra i singoli comuni.
    Questa guerra in sostanza non cambiò nulla, ai liberi comuni venne riconfermata la loro autonomia, già sancita dalle bolle imperiali precedenti, ed all’Imperatore veniva riconosciuta la propria sovranità giurisdizionale, come era sempre stato.

Leave a Comment