Torino rompe il tabù del quorum e sfonda col referendum. Indipendentisti, sveglia

referendum2di ENZO TRENTIN – Con un comunicato stampa lanciato lunedì 22 Febbraio, il Comitato Partecipazione Attiva [www.partecipazioneattiva.com ] manifesta apprezzamento sul fatto che è stata approvata dal Consiglio Comunale di Torino la proposta di delibera di iniziativa popolare promossa dal Comitato stesso. La proposta, i cui punti principali indichiamo più avanti, è stata presentata con il supporto di oltre 6.500 firme di cittadini torinesi.

Dopo avere ottenuto il parere positivo della Segreteria Generale e della Direzione Finanziaria del Comune, aver ottenuto anche pareri di competenza prevalentemente favorevoli dalla maggior parte delle Circoscrizioni, i rappresentanti del Comitato sono stati invitati a due Conferenze Capigruppo in cui le varie forze politiche hanno valutato positivamente l’iniziativa e proposto emendamenti.

 

Ora il Comitato ha in animo di organizzare un evento pubblico per illustrare questa delibera, mentre si ripropone di avanzare presto alcune proposte di referendum che avranno come orientamento i seguenti punti principali, oggetto della delibera di cui sopra:

 

  1. Introduzione del Referendum Propositivo con valore vincolante.
  2. Abbassamento del quorum dal 50% degli aventi diritto al 5% del totale dei votanti alle ultime elezioni comunali (emendato dal Consiglio Comunale al 25% degli aventi diritto).
  3. Abbassamento da 20.000 a 10.000 del numero di firme per l’indizione del referendum ad iniziativa popolare.
  4. Introduzione di procedure informatiche per l’esercizio dei diritti di partecipazione.

referendumNel commentare questa notizia, diciamo subito che in quella pseudo democrazia nella quale siamo costretti a vivere, il risultato ottenuto al Comune di Torino, anche se non ottimale, è pur sempre positivo, e va perseguito anche in ogni altro Ente locale e Regione. Questa delibera è in armonia con la sentenza n. 372, del 2004 della Corte Costituzionale, che afferma tra l’altro: «Va infine osservato che non appare irragionevole, in un quadro di rilevante astensionismo elettorale, stabilire un strutturale non rigido, ma flessibile, che si adegui ai vari flussi elettorali, avendo quorum come parametro la partecipazione del corpo elettorale alle ultime votazioni del Consiglio regionale, i cui atti appunto costituiscono oggetto della consultazione referendaria.»

 

Tuttavia, è proprio in funzione di tali filosofie politiche che ci siamo determinati all’indipendenza. Infatti, nei paesi autenticamente democratici non esiste il quorum di partecipazione. Eppoi visto il principio di mandato è assurdo introdurre quorum di partecipazione al processo decisionale diretto. I cittadini che non prendono parte ad una votazione sono considerati come se avessero dato un mandato a coloro che vi partecipano. Se si introducono quorum alla partecipazione si apre la porta ad azioni di boicottaggio da parte delle minoranze. Supponiamo per esempio che vi sia un quorum di partecipazione del 40% e che il 60% degli elettori voglia votare. All’interno del gruppo desideroso di votare, il 55% sostiene la proposta oggetto del voto e il 45% vi si oppone. Gli oppositori non possono vincere la consultazione se prenderanno parte al referendum. Ma se rimangono a casa però possono prevalere, perché allora il quorum del 40% non verrà raggiunto e la proposta verrà respinta contro la volontà della maggioranza.

 

Possiamo constatare che persino il mandato parlamentare non è che una forma derivata del mandato ricevuto dagli elettori effettivi nel processo decisionale diretto-democratico. Un Parlamento contiene in media solo il 0,003% della popolazione eppure esso può sempre prendere decisioni. Ciò vale anche per i Comuni, le Province, le Regioni. Quindi non ha senso introdurre d’un tratto un quorum di partecipazione del 20% o 40% per il parlamento ad hoc formatosi con il referendum. L’errore che viene fatto con i quorum di partecipazione è che le persone che rimangono a casa sono computate o come sostenitori o come oppositori (a seconda del referendum). In realtà essi hanno scelto di non esprimere le proprie opinioni.

 

Questo deve essere rispettato. Infine possiamo anche notare che l’affluenza ad un referendum non deve essere confrontata con l’affluenza alle elezioni. Nelle elezioni le questioni di ogni tipo sono all’ordine del giorno o manifeste nei partiti: quelle correnti e anche tutti i nuovi argomenti che potrebbero presentarsi nei prossimi quattro o cinque anni. Un referendum ha una sola questione specifica all’ordine del giorno, quindi è logico che l’affluenza a questo sia inferiore a quella per le elezioni.

 

Talvolta vengono addotte argomentazioni a favore di un quorum basso, proprio per evitare possibili boicottaggi. Comunque anche questo punto di vista è illogico. Un quorum o è così basso che è destinato ad essere raggiunto – allora per essere sicuri il boicottaggio viene escluso, ma al tempo stesso il quorum è inutile – oppure il quorum è così alto che è improbabile che venga mai raggiunto: quindi è possibile il boicottaggio. Tertium non datur.

 

L’altra questione è relativa alle 10.000 firme di sottoscrizione del quesito per l’indizione di un referendum di iniziativa popolare a Torino. Si consideri che al 31 novembre 2014, secondo i dati dell’anagrafe di questo Comune, all’interno della cinta daziaria si contano 899.087 residenti, di cui 138.093 stranieri e 760.994 italiani.

 

Per valutare correttamente il numero di 10.000 sottoscrittori è necessario fare un raffronto con le firme necessarie a presentare una Lista civica di 40 Consiglieri comunali più un Sindaco [http://www.comune.torino.it/consiglio/prg/txt/ComposizioneConsiglio.html ], che durano in carica 5 anni, e deliberano praticamente su un infinito numero di argomenti. Ebbene per la presentazione di tale Lista è necessario raccogliere non meno di 500 sottoscrizioni tra gli abitanti del Comune di Torino. In Italia, poi, per indire un referendum abrogativo di leggi nazionali bastano 500.000 firme, ovvero circa l’1% del corpo elettorale.

 

Dopo queste osservazioni il nostro giudizio su questa deliberazione del Consiglio comunale di Torino rimane positivo. Anche altri Comuni si stanno incamminando più o meno timidamente a riformare questo istituto di democrazia diretta. Semmai, coloro che si annoverano tra questi sono ancora assai pochi. A Pistoia, per esempio, per merito di un giovane consigliere ex A.N. i cittadini Paolo Bonacchi con Paola Fortunati saranno ascoltati in Commissione sulla petizione presentata nel 2011 che non ha mai avuto risposta, e dopo che una petizione analoga tesa ad ottenere i referendum comunali deliberativi non aveva nemmeno ricevuto una risposta.

 

Ad Alessandria, Comune a suo tempo fallito ed oggi amministrato sotto “tutela” del Ministero degli Interni, è retto da un’Amministrazione a prevalenza PD. Da alcuni anni cincischia e traccheggia per introdurre nel suo Statuto gli strumenti di democrazia diretta correttamente interpretati e normati. Eppure, se avesse il referendum regolamentato come oggi a Torino, potrebbe mettere mano risolutiva al problema del recupero della Cittadella che dal 2006 è stata inserita nell’elenco provvisorio del World Heritage Sites dell’UNESCO.

 

Il piano di Cittadella fu commissionato dal re Vittorio Amedeo II all’architetto Ignazio Bertola, e costruita nel 1732 da re Carlo Emanuele III. La fortezza è una struttura ad esagono a forma di stella. Oggi, finiti i tempi del servizio militare di leva che provvedeva ad una certa manutenzione, purtroppo è fatiscente e nessuno sembra provvedere. Probabilmente il problema più urgente da risolvere sarebbero gli alberi che spuntano e crescono a vista d’occhio sui tetti di alcune costruzioni. Infatti la fortezza fu concepita per sopportare i cannoneggiamenti dell’epoca, e per questo tutti i sottotetti sono riempiti di terra. È su questo terriccio che crescono gli alberi che sfondano i tetti ed incrinano le strutture.

cittadella

Con un referendum propositivo sicuramente la cittadinanza potrebbe rispondere convenientemente, considerato che pochi anni orsono sia l’associazione Alpini, che quella dei Bersaglieri si erano dichiarate disposte ad iniziare i primi lavori di risanamento. Sarebbero partiti con l’irrorare del diserbante nei sottotetti per poi proseguire ad altre opere primarie; ma come al solito la burocrazia, unita ad una politica miope, hanno arenato e scoraggiato ogni iniziativa.

 

In conclusione vogliamo lusingarci di credere che la partitocrazia cominci a rendersi conto del fatto che non viviamo in una democrazia compiuta. Essa   deve tener conto del fatto che con un referendum, le persone vogliono esprimere le proprie opinioni in merito alla questione in esame. Con il referendum il mandato democratico è quindi posto nelle mani degli elettori, e non in quelle dei cosiddetti “rappresentanti”.

 

In Svizzera, per non accennare della California, della Baviera ed altrove, questa superiorità della legge del popolo è disciplinata a livello federale includendo la legge popolare come parte della Costituzione. Poiché la Costituzione svizzera può essere modificata solo attraverso un referendum, ciò significa che una decisione del popolo non può essere abolita che da un’altra decisione del popolo.

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